In un panorama audiovisivo saturo di format autoreferenziali, tutorial e narrazioni ottimizzate per l’algoritmo, GRWM di Alice Pettorazzi arriva come un colpo secco, una provocazione consapevole che lavora dall’interno del dispositivo per farlo esplodere.
GRWM – Un format popolare sui social
Il titolo “GRWM” è l’acronimo di “Get Ready With Me”, traducibile come “Preparati con me”: un formato molto popolare sui social in cui ci si riprende mentre ci si prepara — mostrando come ci si veste, ci si trucca o ci si acconcia i capelli — e, nel frattempo, si descrivono le fasi della preparazione, i prodotti usati o si racconta qualcosa di sé.
La regista prende questo format come punto di partenza per aprire una riflessione più complessa.
La rottura del format
Il titolo – quell’acronimo “Get Ready With Me” che domina TikTok e Instagram – è il primo inganno. Ci aspettiamo la solita estetica domestica, il trucco raccontato passo dopo passo, l’illusione di vicinanza che trasforma la quotidianità in contenuto. E invece no: Alice Pettorazzi replica il format solo per svuotarlo, manipolarlo, sabotarlo. Lo destabilizza con la calma glaciale di chi conosce perfettamente le regole del gioco e decide, consapevolmente, di non rispettarne nessuna.
L’inquadratura verticale fissa, solitamente associata –dall’avvento dei social in poi – a immediatezza e presunta autenticità, diventa una gabbia rituale. Nei primi minuti la protagonista si trucca, sì, ma in silenzio, o meglio, cantando a cappella una canzone che parla di morte, con un tono cupo, quasi rassegnato. Niente consigli beauty, niente “chiacchiere da camerino”, nessun tentativo di intrattenere: solo una voce che ripete che tutto è inutile, perché tutti dobbiamo morire. Il suo diventa così un memento mori contemporaneo: un canto che ci ricorda che il tempo che abbiamo è limitato e andrebbe speso davvero, non consumato in un mondo costruito, dove l’autenticità è soltanto una messa in scena.
Un anti-format, un controcampo semplice ma spiazzante all’ossessione di apparire sempre perfetti, vitali, performanti: l’antitesi di tutto ciò che vediamo ogni giorno sui social, dove si mostra solo la migliore versione di ognuno – quella spensierata, felice e sorridente, spesso solo simulata – e dove ogni video insegna qualcosa o dispensa consigli. Pettorazzi non parla, anzi ci ricorda che dobbiamo morire e, nel farlo, non accenna neanche un sorriso: in un mondo patinato, fatto di esteriorità esibita e ricerca di perfezione, lei fa esattamente il contrario, appare reale e quindi imperfetta.
A circa metà del corto, Pettorazzi esegue una scelta radicale: si spoglia. Non per sedurre, non per esibirsi, ma per rendere l’immagine vulnerabile, disarmata, fuori controllo. In un mondo dove il corpo è costantemente sorvegliato, filtrato, corretto, la nudità qui funziona come una crepa nella superficie patinata dei social, una stonatura, qualcosa che non dovrebbe esserci, un’ulteriore rottura dell’aspettativa di chi guarda.
La seconda metà del corto è la più disturbante e, insieme, la più brillante. Pettorazzi non fa più niente. Fissa la camera per minuti interi, senza parlare, senza muoversi. Il rapporto si ribalta: non è più lei a mostrarsi a noi, siamo noi a sentirci esposti sotto il suo sguardo. Come se l’autrice ci chiedesse: “E ora? Che cosa vuoi da me? Come ti intrattengo? A cosa ti serve guardarmi?”.
Il risultato è un effetto profondamente straniante: sembra quasi che ora sia lei ad aspettarsi di essere intrattenuta da noi.
In nove minuti senza tagli, GRWM si configura come una riflessione pungente sul consumo delle immagini, sul bisogno compulsivo di essere guardati e di guardare, sull’autenticità come performance. Non un semplice corto sperimentale, ma un gesto politico sul linguaggio contemporaneo: ci ricorda come i social ci abbiano abituato non solo a un’estetica, ma a un ritmo, una durata, un modo di raccontare e raccontarsi. Un’autenticità che sembra vicina, ma che in realtà è solo una costruzione, una simulazione che non coincide mai con il vero.
Pettorazzi spezza quel ritmo, dilata il tempo, costringe lo spettatore a restare nell’attesa di qualcosa che non accade, a sprofondare nell’imbarazzo della non-azione.
È cinema che osserva il mondo dei media e li usa contro sé stessi. Un piccolo esperimento che fa implodere un format all’apparenza innocuo, portando in superficie, allo stesso tempo, tutta la sua ingannevolezza.
GRWM è l’opera prima di una regista emergente, che preannuncia la sua capacità di leggere il presente e metterlo in discussione, trasformandolo in gesto filmico.
Provocatorio, lucido, disturbante: GRWM non vuole piacere. Vuole colpire. E ci riesce.
GRWM è in concorso al Filmmaker Festival 2025, nella sezione Prospettive.