Nella sezione Zibaldone, alla 43esima edizione del Torino Film Festival, è presente Arca Russa – una delle sperimentazioni più straordinarie della storia del cinema. Il film diretto da Aleksandr Sokurov, infatti, è interamente costruito come un unico piano sequenza della durata di 96 minuti. Presentato al 55° Festival di Cannes, Arca Russa è in proiezione nelle sale torinesi presentato dal regista, ora premiato con la Stella della Mole.
“Siamo destinati a navigare per sempre, a vivere per sempre.”
La trama segue due uomini dialogare mentre passeggiano come sospesi in un sogno all’interno del Palazzo d’Inverno dell’Ermitage. I protagonisti del film sono due, anche se il vero e unico protagonista sembra essere il museo di San Pietroburgo. Il narratore è un personaggio invisibile, ma è attraverso i suoi occhi che ci muoviamo tra gli interni del palazzo. Lui esplora, indaga, si rende curioso ad attraversare quelle stanze e quei corridoi ricchi di storia russa e non solo. Insieme al marchese Astolphe de Custine, un diplomatico francese dell’Ottocento, i due incontrano Pietro il Grande, Caterina II, Nicola I, fino ad arrivare ai visitatori contemporanei affascinati dalla bellezza artistica dell’attuale museo. Il montaggio nel film è assente come per simboleggiare l’universalità del viaggio dell’essere umano: ciò che accade oggi è frutto di ciò che siamo stati, una storia continua che non ha fratture tra presente e passato.
“L’Arca Russa è una enorme fortuna professionale del cinematografo. È la prima volta che siamo riusciti a superare un confine mostrando al montaggio il suo posto. Abbiamo detto al montaggio “mettiti comodo, aspetta, riusciremo a cavarcela senza di te”. Il montaggio oggi è uno strumento principale nel cinema e noi ne abbiamo fatto a meno.”
Aleksandr Sokurov alla conferenza stampa del TFF43 per ‘Arca Russa’. Foto di Giulia Virgara.
Il futuro del montaggio
Al Festival di Torino Aleksandr racconta che è raro che lui sogni qualcosa la notte, ma Arca Russa è un sogno che aveva fatto e che ha deciso di realizzare tramite una sperimentazione senza precedenti. Un’unica ripresa di più di 90 minuti di materiale in cui sono state coinvolte più di 4500 persone.
“2000 attori, decine di truccatori e acconciatori, un team tecnico di elettricisti e un reparto luci e in più un servizio di sicurezza dell’Ermitage che lavora non per proibire, ma per aiutare. Un servizio che aiuta a entrare (nel museo) e non lo proibisce è difficile da trovare. “
Un’impresa titanica di cui la preparazione è durata 7-8 mesi, ma che poi è stata girata, però in un solo giorno, racconta Sokurov scherzando sulla convenienza economica che ha riscontrato grazie soprattutto all’assenza di reparto scenografia a cui si è prestato il Palazzo d’Inverno in tutta la sua bellezza. Un grosso impegno economico e produttivo, invece è servito nella costruzione dei nuovi sistemi digitali volti a utilizzare un materiale di una durata lunghissima e di un’altissima qualità.
“È stato un lavoro cinematografico veramente impegnativo, grazie a dei colleghi fenomenali di San Pietroburgo, dalla Germania, dalla Francia, dal Giappone e altri. È un film che abbiamo realizzato con grandi sforzi e sono molto contento che ci è riuscito. L’assenza del montaggio è una direzione assolutamente nuova dal punto di vista produttivo, professionale e cinematografico e come ai tempi dell’introduzione del sonoro, molti sono stati contrariati a questa novità. Così anche adesso molti sono contrari all’uso del piano sequenza nei lungometraggi. Mi stupisce che i produttori non ci sostengano, perché al posto di mesi di riprese ci vuole un giorno.”
Un dialogo tra il regista e la Storia
Arca Russa è molto più che un semplice virtuosismo cinematografico. Si tratta di una riflessione poetica sulla memoria collettiva, sull’identità russa e sul rapporto tra la storia passata e quella presente che si delinea in un dialogo del narratore con l’europeo. Una conversazione particolare che non ha una fine, in cui si pongono delle domande senza spesso ricevere delle risposte, come se le domande stesse fossero già sufficienti. Sembra, infatti, un dialogo tra il regista e il suo paese, la sua storia. Un conflitto continuo in cui talvolta difende e altre volte critica il passato rimanendo sempre nell’atmosfera meravigliosa di un sogno. Un film che non ha un genere. Inizia come l’indagine, prosegue come una visita al museo, culmina come la rappresentazione dell’amore per l’arte e termina come una riflessione filosofica.