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La svolta di “Accused”: come la serie Sky rinnova il legal drama contemporaneo

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Ci sono serie che cercano la continuità, e poi c’è Accused – Sotto processo, che della discontinuità fa la sua cifra. Ideata e guidata da Howard Gordon (Homeland, 24)– qui nel doppio ruolo di showrunner e produttore esecutivo, affiancato da Alex Gansa (Homeland, Maximum Bob) e Glenn Geller (Pandemia globale, Untitled a Christmas Carol Project)– la serie riprende la tradizione dell’antologia giudiziaria affidando ogni episodio a un team creativo diverso. In Italia, Accused è approdata dall’11 novembre in esclusiva su Sky e in streaming su NOW, presentandosi come un oggetto narrativo anomalo e sorprendentemente fresco. La sua natura episodica, impermeabile alla serialità, permette a ogni storia di vivere in autonomia, come un racconto breve che si può leggere quando si vuole, senza inseguire continuità o cliffhanger.

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Un format quasi scomparso: perché Accused è diverso dal solito legal drama

A differenza dei legal drama tradizionali, che seguono un cast fisso e sviluppano storie lungo stagioni, Accused rompe gli schemi: ogni episodio è autonomo, con nuovi personaggi e un nuovo caso da raccontare. Non c’è un avvocato protagonista né un team investigativo: l’unico punto di riferimento ricorrente è il processo stesso, che funge da cornice per la narrazione.

Questa struttura permette di raccontare storie brevi e concentrate, in cui ogni minuto serve a costruire tensione e curiosità, senza appoggiarsi a cliffhanger o alla fidelizzazione su più stagioni. In questo senso, la serie rappresenta un approccio fresco e quasi sperimentale al legal drama, restituendo un’esperienza immediata e intensa allo spettatore.

Il processo come detonatore narrativo

Ogni puntata si apre con un’immagine che colpisce come un pugno nello stomaco: un imputato di fronte a una giuria, il silenzio sospeso prima della sentenza, e noi lì, senza istruzioni. È un inizio che disorienta, quasi un invito a risalire un fiume alla fonte.

L’episodio si svolge infatti a ritroso, svelando passo dopo passo il percorso che ha condotto a quell’istante. E mentre la trama si ricompone, ci accorgiamo che la domanda non è «che cosa è successo?», ma «cosa avrei fatto io?». Accused trasforma il tribunale in un teatro morale, dove la colpa non è mai una categoria semplice e la verità è un fragile compromesso tra scelta e circostanza.

I precedenti nella storia della TV: un’eredità intermittente

Per quanto appaia oggi come un miraggio narrativo, l’antologia giudiziaria ha un passato, per quanto sparso e intermittente. Il riferimento più diretto è l’omonima serie britannica del 2010 firmata Jimmy McGovern, che già allora usava il processo come lente per osservare la fragilità umana. Andando più indietro, emergono titoli come Six Days of Justice (1972–75) o Verdict (1999), piccole costellazioni in un cielo rimasto perlopiù buio.

Nessuna di queste opere ha generato un vero filone, e il genere è rimasto un territorio episodicamente esplorato. È in questo vuoto, più che in una tradizione consolidata, che Accused trova il suo spazio: recupera una forma, la ripulisce dalla polvere e la reimmette nel circuito culturale con una voce contemporanea.

Temi forti, sguardo sociale: una serie che dialoga con il presente

La forza del progetto sta nella capacità di affrontare temi profondamente contemporanei: disuguaglianze economiche, razzismo, salute mentale, violenza domestica, dipendenze, responsabilità famigliari. L’antologia permette di dedicare un intero episodio a un singolo nodo sociale, senza piegarlo alle esigenze di una macrotrama.

Ne risulta una serie che, episodio dopo episodio, compone un ritratto inquieto del presente. Non un racconto sulle istituzioni della giustizia, ma sulle zone grigie in cui giustizia e fragilità si intrecciano, costringendo lo spettatore a interrogarsi sulle scelte morali e le conseguenze che ne derivano.

Le criticità: trame talvolta forzate e reazioni non sempre credibili

La libertà formale porta però con sé qualche limite. Il tempo ridotto costringe a condensare evoluzioni emotive complesse, e in alcuni episodi si percepisce una certa forzatura, come se la storia dovesse obbligatoriamente correre verso un climax. Alcune reazioni dei personaggi risultano lievemente disallineate, e ciò riduce l’impatto emotivo finale.

Quando succede, la serie perde parte del suo mordente e rischia di avvicinarsi a quei legal drama tradizionali che invece cerca di superare. Il peso dei temi affrontati richiederebbe un passo più lento e uno spazio più ampio per sedimentare la tensione.

Stile, fotografia e musica: un’aura controllata ma evocativa

In Accused lo stile non è un semplice contorno: è parte integrante del racconto. La fotografia alterna momenti più austeri in aula a flashback che raccontano il passato degli imputati, suggerendo il dramma interiore dei protagonisti.

Sul versante sonoro, la colonna musicale accompagna la tensione morale senza sovraccaricare, sottolineando momenti decisivi con discrezione. Insieme, immagini e suono costruiscono un registro sobrio ma denso, capace di sostenere l’intensità emotiva delle storie senza mai risultare artificioso.

Conclusione: un unicum oggi, non nella storia

La verità è che Accused – Sotto processo non inventa un genere, ma lo riporta in vita. Non è un unicum in assoluto, ma lo è nel panorama contemporaneo, dove la serializzazione domina e l’antologia è quasi una forma di resistenza culturale. Con qualche irregolarità narrativa e diversi slanci coraggiosi, la serie dimostra che la forma breve può ancora essere uno strumento potente per raccontare il presente.

Ogni episodio diventa un piccolo rito di giudizio, non sugli altri, ma su noi stessi, invitando lo spettatore a confrontarsi con scelte difficili, responsabilità e zone d’ombra della natura umana. In un mercato televisivo spesso omologato, Accused si distingue per la sua capacità di unire etica, tensione emotiva e racconto di qualità.

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