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Premio Tonino Guerra 2025: Aleksandr Sokurov tra musei, poesia e destino del cinema d’autore

Un passaggio di consegne spirituale tra due artisti

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Il Premio Tonino Guerra 2025 — istituito da Andrea Guerra ed il Museo Centro Studi Tonino Guerra e presieduto da Laura Delli Colli — è stato consegnato al regista russo Aleksandr Sokurov. Tra Santarcangelo, Pennabilli e Rimini anche la retrospettiva a lui dedicata con le proiezioni di Francofonia (2015), Elegia moscovita (1987) e Arca russa (2002).

Sokurov racconta il suo legame con Guerra

Prima della cerimonia di premiazione e della masterclass che ha inaugurato le tre giornate di eventi, abbiamo incontrato il regista russo in uno spazio raccolto riservato alla stampa. È la sua prima volta nei luoghi del poeta romagnolo e confessa di sentirsi circondato da grande calore. Si muove come chi entra in una casa la cui porta è sempre stata socchiusa per lui, ma che non aveva mai varcato fisicamente. «Di un edificio, ciò che conta davvero sono le fondamenta», esordisce. Mette subito così in chiaro che per lui Guerra è proprio questo: la condizione che ha reso possibile tutto quanto è venuto dopo, «uno di quelli che hanno contribuito a rendere il cinema un’arte, come altri cineasti italiani», a cui il cinema d’autore anche contemporaneo deve molto, e la cui grandezza gli ha sempre messo addosso «un certo imbarazzo perché conscio della sua portata».

Ha raccontato dei loro incontri tra Russia e Italia, mai tanti quanti avrebbe voluto, e soprattutto di tutto ciò che non ha osato chiedere: «molte domande che avrei voluto fargli non le ho fatte», dice. «Non ho osato avvicinarmi una volta in più, stringergli la mano una volta in più, ma non mi rammarico: le risposte ho dovuto trovarle da solo, perché erano domande che in fondo volgevo a me stesso» perché, aggiunge, «a persone della sua levatura si possono fare miliardi di domande e senz’altro avrebbe risposto. Anche se non avesse avuto la risposta probabilmente avrebbe improvvisato con la sua arte, con la sua fantasia, pur di non lasciare una persona da sola con i propri problemi, senza risposte».

In Russia, ha spiegato Sokurov, Tonino Guerra è stato venerato ed è tuttora venerato non soltanto come sceneggiatore ma come poeta, in quanto «il suo modo di poetare non ha analoghi nella letteratura russa». E proprio su questa distanza — o meglio su questo ponte difficile — tra lingue, culture, traduzioni, si sofferma: tradurre è sempre rinunciare a qualcosa, «ci sarà sempre un dettaglio che resterà incompreso», ma è proprio quell’opacità, quel mistero, ad avvicinare e far amare ancora di più un poeta solo apparentemente lontano.

Sul ruolo dei musei e sul futuro del cinema

La riflessione si è poi posata sul museo, spazio e tema centrale della ricerca di Sokurov. Arca russa all’Ermitage e Francofonia al Louvre erano solo l’inizio di un progetto sui luoghi dell’arte che avrebbe potuto continuare al British Museum e al Prado. Non è successo e non per mancanza di volontà, ma per assenza di interlocutori capaci. «Non è solo il cinema ad aver bisogno del museo, ma è anche il museo a dover avere bisogno del cinema», ha sottolineato. E nel farlo ha ricordato l’appoggio decisivo di Michail Piotrovskij all’Ermitage, «una figura unica» e ben lontana dalle resistenze incontrate al Louvre, dove «la gelosia per il museo è stata più forte della disponibilità».

A suo vedere, il contatto con il museo ridimensiona il pensiero ed il lavoro di un regista: «entrando in una galleria, un cineasta capisce all’improvviso che tutto è già stato fatto, e spesso meglio. I musei infatti insegnano a rinunciare alla superbia, qualità propria di ogni cineasta».

E per questo il cinema deve imparare a farsi anzitutto difensore e custode, non conquistatore: difendere i valori umanistici che i musei conservano «in un’epoca in cui ogni generazione porta con sé una forza distruttrice», ignorando che i valori che ricerca sono talvolta dietro di sé, nelle sale, nelle tele, nelle storie già vissute.

Cosa rimane?

A proposito di nostalgia. Quel motivo tanto caro a Guerra quanto a Sokurov, ha coinciso per il poeta romagnolo col bussare ad una vecchia porta – il passato – per tornare alle origini, al paese natio, al dialetto, infine alla poesia. A partire da questa suggestione, Sokurov ne ha fatto una meditazione sul destino umano. «Creando un’opera d’arte, ogni autore ha a che fare con la solitudine. Si possono aprire infinite porte, ma oltre quelle un uomo non trova che se stesso» scoprendosi, così, una «figura di passaggio». 

L’arte, ha detto, nasce proprio dal rifiuto di questo stato delle cose: «forse è dalla stanchezza di essere soli che gli uomini continuano ad aprire porte nell’arte». E chiude: «cos’è l’elegia, se non il passato che sei disposto a ricordare con nostalgia? Così, con nostalgia, siamo qui a ricordare Tonino».

La masterclass nel pomeriggio ha preso le forme di un dialogo impossibile eppure reale tra Guerra e Sokurov, come quello attorno al concetto di memoria. Il volume della memoria, ha sottolineato il regista russo, è individuale perciò selettivo. Così il poeta decide di raccogliere il sassolino più insignificante e ignora il masso più grande, sintetizzando e mai accumulando.

Se sulle sorti della letteratura è certo, vivrà finché ci sarà civiltà umana, del cinema d’autore si chiede se resteranno palazzi interi o soltanto rovine. «Il cinema commerciale sommergerà il cinema d’autore con la prepotenza dell’oggi contro ciò che c’era ieri. Tocca alla cultura e alla politica impedirlo». Sokurov ha concluso con un messaggio rivolto soprattutto ai giovani. A loro il compito di imparare a porre tra sé ed il cinema il filtro sicuro della letteratura, guardando i film attraverso i libri e ricercando «sullo schermo solo ciò che è necessario a saziare l’anima».

Così l’anello ricevuto in dono, simbolo del Premio Guerra, chiude un cerchio o forse lo apre. Come davanti ad un passaggio di consegne spirituale tra due artisti e amici che non si sono detti tutto e che, proprio per questo, non hanno mai smesso di parlarsi.

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