FilmMaker Festival

Filmmaker 2025: Cristina Piccino e un cinema che affronti il presente senza paura

Intervista a Cristina Piccino, programmatrice del Filmmaker Festival 2025:

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Il FilmMaker Festival di Milano torna nel 2025 confermando di essere un laboratorio aperto sul cinema del reale e sulle forme più libere, ibride e sperimentali della narrazione audiovisiva. Nel corso degli anni, la manifestazione ha saputo costruire un’identità unica nel panorama italiano, diventando un luogo in cui filmaker affermati e nuove voci condividono un terreno comune fatto di ricerca, osservazione e invenzione.

Tra le figure che definiscono il carattere del festival, Cristina Piccino svolge un ruolo centrale come programmatrice. Con un lungo percorso nella critica e nella curatela, contribuisce da anni a orientare lo sguardo di FilmMaker verso opere capaci di interrogare il presente in modi inattesi: dalle guerre contemporanee alla crisi ambientale, dalla rappresentazione del sé nell’era digitale fino ai rapporti tra documentario, finzione e materiali d’archivio attraverso cui i registi analizzano e reinventano la realtà.

Con Cristina Piccino abbiamo parlato delle tendenze più significative emerse nella selezione di quest’anno, il rinnovato interesse del pubblico per il documentario e il valore della comunità che si crea attorno al festival, proponendo una visione che rispecchia pienamente la filosofia di Filmmaker Festival, da sempre fedele a un cinema che osa.

Filmmaker Festival Milano 2025, l’immagine ufficiale

Rispetto al FilmMaker Festival, quali novità possiamo aspettarci da questa edizione? Quali obiettivi vi siete posti e in cosa pensi che questa edizione si differenzi dalle precedenti?

Ogni edizione del FilmMaker è costruita in continuità con il lavoro dell’anno precedente, mantenendo vivo l’interesse per un cinema indipendente che non si limita al documentario in senso tradizionale, ma esplora le possibilità di dialogo tra sperimentazione, finzione e forme ibride. Questa dimensione laboratoriale, che è parte del DNA del festival, ha permesso negli anni di far emergere molti autori italiani oggi affermati, come Michelangelo Frammartino, Leonardo Di Costanzo, Alina Marazzi o Alice Rohrwacher.

La sfida, ogni anno è trovare forme nuove capaci di parlare al presente. Durante la selezione ci siamo accorti che molte opere provenienti da tutto il mondo, Italia compresa, affrontano la complessità della contemporaneità: guerre, genocidi, tensioni politiche e sociali. Abbiamo cercato film che sapessero confrontarsi con questi temi non solo sul piano contenutistico, ma attraverso un’invenzione cinematografica viva. Vale per i giovanissimi del concorso Prospettive quanto per grandi maestri come Edgar Reitz, che a oltre 90 anni mantiene una freschezza di sguardo sorprendente.

Negli ultimi anni si è parlato molto di una “riscoperta” del documentario da parte del pubblico. Come descriveresti oggi il panorama italiano?

Quando FilmMaker è nato, il documentario era percepito come qualcosa di marginale, talvolta noioso o televisivo. Oggi la situazione è completamente diversa: il documentario è diventato uno dei punti di forza del cinema italiano contemporaneo. Registi come Alice Rohrwacher, Pietro Marcello o Gianfranco Rosi arrivano da lì.

I grandi festival internazionali, da Cannes a Berlino a Venezia, includono regolarmente documentari in concorso. È una forma ricchissima, che permette di reinventare il racconto della realtà attraverso strumenti diversi: finzione, rievocazione, materiali d’archivio. Anche la nostra selezione riflette questa fluidità: abbiamo deciso da anni di superare i confini tra documentario e finzione, includendo film “di finzione” che per metodo, sguardo o linguaggio appartengono al mondo del reale.

Personalmente trovo che spesso il documentario sia più vitale e sorprendente della fiction, perché contiene mondi veri, avventure emotive, storie capaci di commuovere e appassionare in modi inaspettati.

Ghost Elephants (Werner Herzog, 2025)

Guardando ai film in concorso quest’anno, quali temi o tendenze ti hanno colpito maggiormente?

Molti film affrontano direttamente le questioni che riempiono il nostro presente: dalle guerre all’ecologia, dalle questioni di genere al rapporto sempre più complesso con il mondo e con la rappresentazione di sé. È un tema che attraversa tanto i registi affermati quanto i giovani del concorso Prospettive.

Ad esempio, Paul di Denis Côté riflette sulla dissociazione tra identità reale e identità digitale. Questa tematica ritorna anche in opere dei giovani autori: Imaging di Chiara Ferretti (Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti) e Manual of Self-Destruction di Elisa Baccolo mostrano come l’immagine di sé, filtrata dalla moda o dall’intelligenza artificiale, diventi terreno di conflitto e ricerca di autenticità.

L’idea di apocalisse e di rapporto distruttivo con l’ambiente è molto presente. Nel concorso internazionale cito Mare’s Nest di Ben Rivers, che immagina un pianeta post-apocalittico abitato solo da bambini, dove linguaggio e significati mutano. Anche Cacciatori d’Uranio di Davide Palella riflette sulla devastazione ambientale attraverso archivi d’epoca che assumono un valore quasi fantascientifico.

Naturalmente è centrale anche la questione del Medio Oriente. Tales of the Wounded Land di Abbas Fahdel mostra l’esodo e la distruzione in Libano attraverso lo sguardo di una bambina, evitando ogni retorica. In Put Your Soul in Your Hand and Walk di Sepideh Farsi, la guerra a Gaza è raccontata attraverso lunghe videochiamate tra la regista e la giovane fotografa Fatma Hassona, poi uccisa insieme alla sua famiglia da un bombardamento israeliano. Il film diventa così un archivio di una vita spezzata.

Abbiamo anche deciso di mostrare Yes! di Nadav Lapid, che racconta criticamente la società israeliana mostrando come la violenza dell’occupazione si normalizzi.

Put Your Soul on Your Hand and Walk (Sepideh Farsi, 2025)

Un festival come FilmMaker si rivolge a pubblici molto diversi. Come gestite il rapporto con gli spettatori generalisti, meno abituati a questi linguaggi?

Credo che oggi ci sia un forte desiderio di approfondire e confrontarsi, soprattutto su temi che ci raggiungono quotidianamente attraverso una massa indistinta di immagini e notizie. L’anno scorso, con No Other Land, abbiamo percepito molto chiaramente questa esigenza.

Il pubblico ha imparato nel tempo a conoscerci, ma vediamo anche molte persone nuove, soprattutto giovani. Penso che la differenza la faccia la possibilità di incontrare gli autori, fare domande, discutere insieme. Cerchiamo di portare registi e registe proprio per costruire momenti di dialogo che nei grandi festival, più rigidi nella programmazione, spesso non sono possibili. FilmMaker vuole essere una comunità che si ritrova per guardare e discutere il cinema.

Negli anni avete sviluppato molte iniziative, dalle corrispondenze durante il lockdown a Europa 2021, che hanno modificato anche la struttura del festival. Qual è il tuo “sogno proibito” per il futuro di FilmMaker?

Il primo desiderio, molto concreto, riguarda le certezze economiche. Tutti i festival italiani vivono ormai in una costante incertezza nei finanziamenti, e questo pesa enormemente. Sarebbe importante un impegno maggiore da parte delle istituzioni pubbliche, non solo per FilmMaker ma per tutto il sistema cinema: produzione, distribuzione, festival.

Per quanto riguarda FilmMaker, mi piacerebbe avere più possibilità: spazi nuovi, più programmazioni, momenti di incontro non solo legati alle proiezioni ma anche a temi, dibattiti, conversazioni. Collaboriamo già molto, per esempio con l’Università Statale per la sezione Immersive o con NAMA per proiezioni e rassegne, e credo che ampliare questa rete sia fondamentale per crescere e diversificare l’offerta.

Immaginando il presente, se dovessi descrivere il “film perfetto” per FilmMaker oggi, quale sarebbe?

Non credo possa esistere un film perfetto. Ogni film che conta risponde a suo modo al tempo in cui nasce. Anche un’opera che non mi convince del tutto può essere importante se intercetta qualcosa che merita di essere mostrato. Per questo è fondamentale avere un gruppo di lavoro: il confronto permette di vedere sfumature che da soli magari sfuggirebbero. Più che un film ideale, penso che la cosa davvero preziosa sia l’armonia nella selezione, che permette di costruire un percorso ricco e condiviso.

Mare’s Nest (Ben Rivers, 2025)

Un ultimissimo consiglio rivolto ai giovani cineasti: come affrontare oggi il racconto del reale e del mondo?

Consigli facili non ce ne sono, perché questo lavoro comporta inevitabilmente compromessi. Ma una cosa mi sento di dirla: non cedete troppo presto. Non lasciate che vi dicano “qui serve più trama”, “questo non funziona”, “questo non si capisce”. Prima di tutto occorre trovare la propria posizione rispetto a ciò che si vuole raccontare. È uno dei gesti più importanti.

Apriamo quest’anno con l’ultimo film di Werner Herzog, in cui la ricerca di un “elefante fantasma” diventa una riflessione su cosa cerchiamo nelle immagini, su cosa il cinema può ancora darci. Credo che sia questo il punto: mantenere vivo il proprio sguardo, le proprie passioni, i propri sogni. Da lì si può andare ovunque.

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