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‘L’odio’ compie trent’anni: la rabbia non è ancora finita

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Nel film L’Odio (La Haine, 1995) di Mathieu Kassovitz, uno dei protagonisti modifica un manifesto che recita “il mondo appartiene a voi” trasformandolo provocatoriamente in “Il mondo appartiene a noi”.

Questo gesto racchiude il senso profondo di ribellione collettiva e di riappropriazione identitaria che attraversa l’intera opera. È già un atto di contestazione, tanto per i personaggi quanto per il regista stesso, che nel 1995 realizza un film capace di scuotere la stampa francese e il pubblico generalista, ponendo sotto accusa la società e le istituzioni.

L’apertura del film è emblematica: immagini di repertorio mostrano scontri tra giovani delle banlieues e forze dell’ordine, accompagnate da “Burnin’ and Lootin’”di Bob Marley. Fin da subito si percepisce l’atmosfera di una guerra civile latente, quella degli anni Novanta ma anche, simbolicamente, quella di oggi. In trent’anni, le mode e i costumi sono cambiati, ma la rabbia è rimasta la stessa.

‘L’odio’: La ribellione dei protagonisti e il contesto urbano

È la rabbia di una generazione cresciuta nelle periferie francesi, dimenticata dallo Stato, sorvegliata costantemente dalla polizia e costretta a convivere con disoccupazione, criminalità e traffico di droga. Negli anni Ottanta e Novanta le banlieues erano zone di profonda marginalità sociale e tensione etnica: secondo alcune stime, la disoccupazione giovanile in questi quartieri sfiorava il 40%, mentre i programmi di integrazione erano pressoché inesistenti.

Il trio protagonista — Vinz, Hubert e Saïd — vive alla giornata, alla ricerca di spazi di libertà e momenti di leggerezza in una città che li respinge.

Vinz, impulsivo e ossessionato dalla vendetta, trova una pistola smarrita da un poliziotto: l’arma diventa simbolo di potere, ma anche del peso della violenza che grava su di loro. Hubert, razionale e disilluso, rappresenta la coscienza critica, consapevole della durezza del contesto sociale. Saïd, ironico e più emotivo, funge da mediatore tra i due.

La polizia è una presenza costante e opprimente: ogni tentativo dei ragazzi di trovare serenità viene represso o ridicolizzato. La sequenza dell’interrogatorio in commissariato, in cui Hubert e Saïd vengono umiliati, mostra la brutalità quotidiana delle forze dell’ordine e la violenza istituzionale sistemica. Parallelamente, i media contribuiscono ad alimentare una narrazione distorta, presentando i giovani delle periferie come delinquenti, mai come vittime di un sistema ingiusto.

Confronti sociali, ironia e critica istituzionale

Nel corso del film, i tre protagonisti si spostano verso il centro di Parigi, dove entrano in contatto con una classe sociale completamente diversa, come nella scena ambientata in una galleria d’arte. È un incontro-scontro fra due mondi: i ragazzi non comprendono l’arte “alta”, mentre gli artisti non comprendono loro, il “malessere” sociale incarnato dai giovani delle banlieues.

Nel celebre dialogo sulle scale mobili, i protagonisti ironizzano sul conformismo del sistema: sulle persone “che votano Le Pen ma non sono razziste” o che protestano solo “quando si ferma l’ascensore”. Kassovitz colpisce duramente l’ipocrisia della società francese, anticipando riflessioni che sarebbero rimaste centrali nel dibattito politico e nelle politiche di sicurezza urbana per decenni.

Dal 1995 a oggi, la Francia ha continuato a confrontarsi con la questione delle periferie:

  • Sarkozy (2007–2012): politica di “tolleranza zero”, con un aumento dei controlli e una vera e propria militarizzazione di alcuni quartieri.
  • Hollande (2012–2017): tentativi di riforma e integrazione sociale, con risultati però limitati.
  • Macron (2017–oggi): piani di rigenerazione urbana e strategie di sicurezza spesso criticati per non affrontare le cause profonde delle disuguaglianze.

Questi elementi storici dimostrano come la condizione descritta da Kassovitz nel 1995 non fosse un episodio isolato, ma l’espressione di una crisi strutturale. Le rivolte del 2005 a Clichy-sous-Bois ne sono la conferma: la violenza non nasce dal nulla, ma da un accumulo di esclusione, frustrazione e abbandono.

‘L’odio’: rabbia, caduta sociale e attualità

La morte di Abdel segna un punto di non ritorno. Vinz, sconvolto, precipita in un vortice di rabbia e delirio: avrebbe l’occasione di vendicarsi, ma si ferma all’ultimo momento, disgustato da sé stesso. Il film sembra avviarsi verso una conclusione tranquilla: i tre protagonisti tornano nel loro quartiere dopo una lunga giornata di tensione. Ma quella parvenza di calma è solo illusoria. In un istante, un colpo di pistola interrompe il silenzio e tutto ricomincia: la violenza, la paura, e appunto l’odio. Kassovitz lascia lo spettatore sospeso, con la consapevolezza che questa lotta non ha fine, né allora né oggi.

L’Odio si chiude con la celebre metafora:

“Questa è la storia di una società che precipita. E mentre precipita, per farsi coraggio, si ripete: ‘Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.’ Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”

A trent’anni di distanza, L’odio conserva intatta la sua forza. Le generazioni cresciute nelle banlieues sono ormai adulte, ma i loro figli vivono ancora precarietà, discriminazione e sfiducia verso le istituzioni. Gli eventi del 27 ottobre 2005, con la morte di Bouna Traoré e Zyed Benna, o le più recenti proteste del 2023, dimostrano quanto poco sia cambiato.

Anche altre rivolte, dal caro carburante del 2000, fino alle proteste giovanili del 2006 contro la legge CPE al movimento dei Gilet Gialli del 2018, ,mostrano come la frustrazione sociale continui a esplodere ciclicamente. Ogni volta, la Francia rivive la stessa dinamica di rabbia e repressione, segno di un problema mai risolto.

L’odio, dunque, non è un sentimento del passato ma una condizione permanente: il riflesso di un disagio collettivo che continua a cercare voce.
Come ricorda Hubert:

“Fino a qui tutto bene… ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio.”

Un monito universale sulla fragilità delle periferie urbane e sulla necessità di affrontare le radici della rabbia — poiché ignorarle non fa che accelerare l’impatto dell’inevitabile “atterraggio sociale”.

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