Roommate from Hell segna una delle esperienze più eccentriche e provocatorie di questa edizione del Rome Independent Film Festival.
Diretto dal giovane regista e creative director Tyler B. Cohen, distintosi per le sue narrazioni digitali innovative, il cortometraggio è un esercizio di stile in cui la teologia incontra la sitcom.Breve ma densissimo, approfondisce l’allegoria del rapporto tra uomo e tecnologia, tra creazione e creatore, tra tolleranza e caos.
Il festival romano, si conferma il palcoscenico ideale per un progetto che mette in discussione i confini dell’autorialità e del linguaggio cinematografico.
Se, come diceva Pasolini, il cinema è “luce che diventa carne”, qui quella carne è digitale, imperfetta eppure incredibilmente viva.
Roommate from Hell: inquilini del Giudizio
Roommate from Hell presenta una trama semplice e irresistibile: Gesù cerca un coinquilino e accoglie nella sua casa nientemeno che il Diavolo. Da qui prende forma una commedia domestica dai toni surreali e iconoclasti.
All’inizio, la convivenza sembra quasi funzionale. Il Diavolo si mostra cordiale, curioso, quasi affabile. Ma ben presto emergono i suoi vizi e capricci infernali.Gesù, fedele alla sua indole, tollera con pazienza disarmante. Il risultato è una satira stravagante, che si sviluppa come un vangelo capovolto, in cui la casa diventa un piccolo Golgota domestico e il Diavolo una parodia della modernità: egoista, distratta, autoreferenziale.
Il tono resta leggero, quasi cartoonesco: tra gag visive, ritmo serrato e un immaginario infernale che sembra uscito da un sogno digitale.
L’opera riesce a catturare l’attenzione proprio grazie al suo tono sfacciato. Ricorda per certi versi la comicità assurda di Dogma (1999) di Kevin Smitho Devil (corto 2014), ma con una marcia in più data dall’uso dell’intelligenza artificiale.
Gesù, il Diavolo e i pixel
Nel mondo di questo corto ogni personaggio è una creatura generata dall’IA. I protagonisti non sono interpretati, ma “composti” attraverso prompt testuali, rielaborazioni visive e correzioni algoritmiche. I loro volti sembrano vivi ma non del tutto umani, oscillando tra quello che è il realistico e l’allucinato, quasi deforme.
Se nella cinematografia il volto è stato da sempre il centro della rappresentazione, Cohen lo destruttura, lo ricompone, lo fa vibrare come figura. L’IA diventa non solo uno strumento tecnico, ma una lente concettuale. Gesù, simbolo di accoglienza e perdono, rappresenta l’uomo che accetta la tecnologia come coinquilino inevitabile. La lascia entrare, la tollera, finché non finisce per somigliarle — a tal punto da esserne stregato. Il Diavolo, invece, è l’IA stessa: affascinante, pigra, invadente, capace di trasformare ogni spazio in un luogo di disordine e seduzione.
I personaggi secondari sono caricature digitali che riflettono sulla banalizzazione del sacro. La presenza di alcuni chierici non va intesa come semplice trovata scenica, ma come metafora di un’umanità in coda davanti al proprio futuro. In questa prospettiva, le figure religiose diventano il riflesso di una condizione collettiva di sospensione e desiderio di accesso.
In fondo, l’IA qui non fa che estremizzare ciò che la cultura pop fa da anni: usare l’immaginario, in questo caso spirituale, come linguaggio di intrattenimento.
Onde di creatività incontrollata
Sul piano tecnico, Roommate from Hell è un esperimento radicale.
“Per questo progetto, il 75% del sound design è stato generato dall’intelligenza artificiale e il montaggio, solo un giorno e mezzo, è stato incentrato sull’inchiodare il ritmo. La vera sfida non era la creazione in sé. Era sapere cosa tagliare. Quando si può generare qualsiasi cosa, il budget smette di essere il limite, ma la moderazione lo fa. Lasciar andare gli scatti che ami, ma di cui non hai bisogno, è più difficile di quanto sembri.” Così dichiara Cohen, sottolineando la natura selettiva del processo. La regia si concentra meno sull’esecuzione materiale e più sulla gestione dell’eccesso, filtrando un flusso di immagini potenzialmente infinito.
Il film non usa la tecnologia per emulare la realtà, ma per costruire un’estetica nuova, dove il confine tra umano e artificiale si dissolve. Imperfezioni, glitch, sovrapposizioni di texture e movimenti meccanici diventano parte integrante del linguaggio visivo.
Tutte le sequenze sono generate con Google Veo 2, in un flusso di lavoro che ricorda più la produzione pubblicitaria che quella cinematografica. Ma nonostante la rapidità del processo, il risultato è sorprendentemente coeso.
In tal senso, l’opera dialoga idealmente con altri esperimenti recenti sull’uso dell’intelligenza artificiale nel cinema, come The Frost di Waymark o dei lavori tipici del pioniere della produzione ibrida IA Pau Trillo, dove la generazione automatica diventa strumento per esplorare la mente e l’immaginario.
La scelta di questo sequenziamento incalzante richiama la logica dei social e dei meme. Cohen gioca consapevolmente con il linguaggio contemporaneo dell’intrattenimento breve, adattandolo a un discorso più ampio sulla spiritualità e il caos digitale.
“Questo è il bello di lavorare in questo modo. Non è rigido. È fluido, come l’improvvisazione jazz.”
Ballando con l’inevitabile
Roommate from Hell non è un cortometraggio per tutti. La sua ironia blasfema può infastidire i puristi e divertire chi ama la sperimentazione dissacrante.Tuttavia, nonostante la brillantezza del concept, l’esecuzione lascia qualche perplessità. L’uso così marcato dell’IA tende a schiacciare la componente emotiva? Lo spettatore ammira più il processo che la storia?
Manca quella scintilla di verità che solo la presenza umana sa trasmettere.
Eppure, Cohen costringe a riflettere su cosa significhi davvero “creare” in un’epoca in cui l’artista condivide il proprio ruolo con una macchina.
Alla fine, la convivenza tra Gesù e il Diavolo non è così diversa da quella tra l’uomo e l’IA: un mondo in cui divino e digitale si mescolano, e in cui il bene non risiede più nella purezza, ma nella capacità di adattarsi.