Rome Independent Film Festival

‘Stop Killing Our Women’: la denuncia di una realtà insostenibile

Una realtà disturbante, senza perdere di vista le emozioni di chi la vive.

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Il documentario di Marco Venditti, in concorso per la competizione International Documentary al RIFF, si compone di tre macrosezioni precedute da un breve preludio in cui viene presentata la tematica che sarà oggetto di indagine. Ciascuno di questi segmenti è preceduto da evocativi enstablishing shots che gradualmente ci introducono nella dimensione più propriamente narrativa del documentario, ma è proprio sul termine “documentario” che è d’obbligo porre in essere una riflessione fondamentale che nasce proprio dalla particolarità dell’operato di questo regista.

Un atto di denuncia

Stop Killing Our Women infatti non è solo un documentario ma una denuncia per immagini di una realtà sociale in cui c’è bisogno di un radicale intervento perché le superstizioni legate al passato tribale della Papua Nuova Guinea abbandonino la mentalità del popolo. 

Questa destrutturazione prende piede in Stop Killing Our Women, quando il folklore incontra le ragioni della scienza, e cosi facendo indebolisce la forza di un mito che viene irrazionalmente percepito come una verità, producendo una psicosi che troppo spesso sfocia in atti di violenza verso donne ignare e spesso prese di mira in modo deliberato, come è accaduto a Rika, una delle vittime intervistate. 

Una ricerca di emozioni

Anche la musica ha un ruolo importante in questo crudo affresco; il regista ha infatti scelto musica quasi ipnotica, composta da poche note dal corpo etereo e vibrante, che  ricorda uno strumento ad arco, un’efficace traduzione sonora di un clima surreale di tensione che colpisce la comunità. 

Il documentario fa il suo lavoro in termini di forma, interconnettendo interviste, foto d’archivio e intertitoli che approfondiscono il contenuto del materiale visivo. Ma c’è anche una particolare attenzione all’impatto emotivo che questa situazione ha sulle persone, evidenziando le conseguenze sulla loro psiche, un indagare da vicino le ferite che non si vedono, ma che eppure ci sono, attraverso chiaroscuri, dettagli, o semplicemente lasciando andare la macchina da presa su un evento devastante, in quanto reale e presente nel qui e ora. 

L’House of Hope e l’elaborazione del dolore

C’è un luogo, chiamato “House of Hope”, in cui  trovano rifugio le donne vittime di violenza perché accusate di stregoneria. Qui, nell’ultima scena di Stop Killing Our Women, avviene qualcosa che quasi crea un ponte fra documentario e cinema d’autore: Lorena, una suora della diocesi di Mendi che gestisce questo spazio di rinascita ed elaborazione del dolore, dice quanto sia importante esprimere quest’ultimo, e nella House of Hope da alle donne la possibilità di poterlo fare, urlando e sfogando tutte le loro emozioni represse su oggetti come coperte o cuscini.

La regia si sofferma su una delle donne della struttura, che prende coraggio e prova a svolgere l’esercizio terapeutico consigliato dalla suora. La telecamera ci lascia in balia della tempesta emotiva di questa donna, ed è talmente assorbita dai suoi sentimenti da fare a brandelli la grammatica stessa del racconto per immagini, lasciando solo un esanime ripresa continua che accoglie tutto il dolore che emerge da quella manifestazione spontanea. È quindi una spettatrice attenta e imparziale, la macchina da presa, che assorbe, con instabilità e dinamismo, l’emozione. 

Marco Venditti si spinge anche oltre, nella ricerca di una soluzione visiva che lasci il segno, perché  unisce testimonianze e documenti storici a drammatizzazioni di eventi reali, donandoci una rappresentazione cruda e realistica in cui la telecamera diviene una finestra su una realtà di cui si svelano a poco a poco le dinamiche. In questo modo il regista rende più forte il legame emotivo con il materiale del racconto, e lo spettatore percepisce ancora con più intensità l’urgenza del messaggio. 

La forza delle parole

Non sempre però c’è bisogno di lavorare sulle immagini per colpire nel segno, e questo lo sa bene il regista, quando ha ripreso la storia di Malina, ingiustamente accusata di aver provocato la morte di una giovane ragazza che aveva adottato. Lì non ci sono immagini, né musica, se non debolmente nel sottofondo. Solo il primo piano di Suor Lorena e le sue parole bastano per trasmettere un fatto agghiacciante e tutta la sua verità emotiva. Così facendo, il regista ci fa capire di avere un profondo rispetto per la materia che tratta in Stop Killing Our Women, e sa quando intervenire e quando farsi da parte per lasciare spazio a dinamiche talmente disturbanti che renderebbero ridondante e pleonastico qualsiasi artificio della regia.  

In conclusione, Marco Venditti ci regala un’opera informativa e toccante, che contribuisce a far luce sulle problematiche urgenti di un Paese che cerca  di fuggire dai fantasmi del proprio passato, e lo fa magistralmente, sia dal lato tecnico, che dal lato umano.

 

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