El diablofuma di Ernesto Martínez Bucio è un dramma messicano ipnotico presentato al NOAM Faenza Film Festival. Questo lungometraggio di 98 minuti segna il coraggioso passaggio del regista dagli acclamati cortometraggi alla narrazione lunga, co-sceneggiato con la poetessa Karen Plata. È un film che rimane impresso come la nebbia acre di un incubo mezzo dimenticato: intimo, ellittico e profondamente inquietante.
Un mondo ai confini tra gioco, paura e follia
Ambientato sullo sfondo grintoso di Città del Messico di metà anni ’90, tra le correnti sotterranee di paranoia sociale dell’epoca (spaventapasseri del colera e sussurri sul Chupacabras), la storia si svolge in un’unica casa claustrofobica. Cinque fratelli piccoli — Elsa (Mariapau Bravo Aviña), Tomás (Rafael Nieto Martínez), Marisol (Regina Alejandra), Víctor (Donovan Said) e Vanessa (Laura Uribe Rojas) — si ritrovano a lottare per la sopravvivenza quando i genitori scompaiono all’improvviso. Affidati alle cure della nonna sempre più instabile (Carmen Ramos), i bambini navigano in un mondo in cui i confini tra gioco, paura e follia pura si dissolvono. Bucio attinge ai propri terrori infantili, inclusa la sua paura del diavolo, per creare una narrazione che è meno una trama lineare e più un mosaico poetico: frammenti di memoria, giochi ritualistici e vignette allucinatorie che evocano un “album di foto di famiglia” piuttosto che una storia convenzionale.
L’atmosfera come chiave di un esordio magistrale
Ciò che eleva questo esordio è il dominio magistrale di Bucio sull’atmosfera piuttosto che sull’esposizione. La telecamera del direttore della fotografia, Odei Zabaleta, si aggira negli spazi bui e chiusi con un’intimità neorealista cruda — con un richiamo al realismo familiare di Shoplifters di Hirokazu Kore-eda ma intriso del terrore surreale di Dogtooth di Yorgos Lanthimos — catturando l’energia caotica dei bambini in lunghi piani sequenza ininterrotti che sembrano al tempo stesso teneri e pericolosi.
Il sound design, opera collettiva di Isabel Muñoz Cota e altri, amplifica lo spessore sensoriale del film: lo scricchiolio delle assi, le trasmissioni radio lontane di campagne sanitarie e i sussurri dei fratelli si fondono in una colonna sonora che è più terrore ambientale che musica tradizionale. È un film che “puzza” di confinamento — aria stantia, luce tremolante di candele e il fumo immaginario delle sigarette del diavolo — trasformando la casa in una fortezza tanto protettiva quanto opprimente.
Interpretazioni straordinarie che fanno pulsare il cuore emotivo
Il giovane cast è semplicemente straordinario, con interpretazioni di un naturalismo sbalorditivo che fanno pulsare il cuore emotivo del film con autenticità. Le interazioni tra i fratelli — litigi per gli avanzi, invenzione di giochi per scacciare la fame o l’imitazione dei rituali della nonna — costruiscono un ritratto familiare vivido, ogni bambino è un frammento distinto nel mosaico di resilienza e disfacimento. Ramos, nei panni della nonna, è una forza silenziosa di enigma che si sfalda. Le sue visioni schizofreniche, che filtrano nella realtà dei bambini come inchiostro nell’acqua, offuscano il confine tra folklore e frattura. È un’interpretazione che evita la caricatura, optando invece per un ritratto toccante di traumi ereditati.
Una poesia sensoriale
La visione di Bucio è audace e sicura, una poesia sensoriale sull’innocenza assediata dagli orrori invisibili del mondo adulto. È un potente promemoria che le storie di sopravvivenza non sono sempre trionfali; a volte si tratta solo di resistere al fumo finché il fuoco non si rivela.
Un film imprescindibile. Un esordio che segnala una voce fresca e spietata nel cinema latinoamericano.