Film presentato al Rome Independent Film Festival 2025, Gonfiami, diretto da Iacopo Zanon, narra la storia di un uomo solitario (Jacopo Venturiero) che decide di acquistare una bambola gonfiabile (Giulia Schiavo), proiettandovi dentro le proprie mancanze affettive e il bisogno di controllo. Tratta la bambola come se fosse una donna reale — la veste, le parla, ne cura l’aspetto — costruendo una parodia grottesca di una relazione amorosa. È un piccolo universo chiuso, claustrofobico, dove l’unico contatto umano è la voce della madre al telefono, una presenza lontana ma ancora materna, infantile, che sottolinea l’incapacità del protagonista di emanciparsi emotivamente.
Tutto in Gonfiami appare come un rituale di sostituzione: l’amore diventa consumo, il corpo diventa oggetto, la vita viene ridotta a routine meccanica.
Poi, di notte, accade l’impossibile: la bambola prende vita. Ma non si tratta tanto di un miracolo fisico quanto di un cortocircuito mentale, un risveglio interiore che trasforma la finzione in psiche. L’irreale diventa specchio dell’inconscio.
Il risveglio della bambola: l’ombra e l’anima
Quando la bambola diventa donna, Gonfiami cambia registro. La plastica si fa carne, ma soprattutto voce, e quella voce risveglia ciò che l’uomo ha sempre represso. Lei si muove come una bambina che scopre il mondo, esplora il proprio corpo, chiede, ride, sperimenta. È la nascita dell’Anima, nel senso junghiano del termine: la parte femminile della psiche maschile, portatrice di sensibilità, empatia, caos e desiderio. Il protagonista resta attonito, incapace di integrare questa nuova presenza dentro di sé. Finché la bambola era oggetto, tutto era controllabile; nel momento in cui diventa soggetto, il suo universo crolla.
Lui tenta di mantenere la calma, di “addomesticare” la vita che gli si è ribellata, ma è chiaro che sta assistendo alla proiezione della propria crisi interiore.
Il film gioca volutamente sull’ambiguità tra realtà e allucinazione: la bambola che parla e respira può essere letta come manifestazione psichica del bisogno di relazione, della pulsione d’amore che l’uomo ha negato e deformato. In questa chiave, Gonfiami diventa un racconto di psicanalisi visuale, dove il corpo della donna non è che la superficie su cui si proietta il conflitto dell’Io.
L’alienazione del maschio e la paura della vita
Uno dei momenti più significativi è in questo dialogo, dove lei gli chiede:
“Che fai nella vita?”
“Lavoro.”
“E poi?”
“Lavoro e basta.”
In questo scambio minimale si racchiude il vuoto del protagonista: un uomo ridotto a funzione, incapace di sognare, di respirare, di sentire. Il lavoro, la solitudine, la routine: tutto concorre a costruire un’identità sterile, meccanica, “gonfiata” ma priva di sostanza. La bambola viva diventa per lui uno specchio doloroso, una creatura che lo costringe a guardarsi e a riconoscere il proprio deserto interiore.
In una sola immagine, Gonfiami racconta l’uomo che, pur di non affrontare la vita reale, preferisce rifugiarsi nella finzione che lui stesso ha creato.
La vendetta dell’anima: quando l’oggetto si ribella
Il finale è il rovesciamento perfetto. La donna, ormai consapevole, rifiuta di essere trattata come un giocattolo: “Piano, non sono fatta di plastica.”
Di fronte al suo desiderio di libertà, l’uomo reagisce con violenza, minacciandola: “Ti gonfio di botte.” Ma il verbo, che fino a quel momento era sinonimo di dominio, si ritorce contro di lui. Lei lo colpisce, gli infila il gonfiatore in bocca e lo trasforma in ciò che era stato il suo feticcio: una bambola gonfiabile.
È una scena che mescola ironia, crudeltà e catarsi. Non è tanto la vendetta della donna sull’uomo, quanto il simbolico annullamento dell’ego maschile incapace di evolvere. L’Anima — la parte viva, empatica, sensuale — uccide la maschera di plastica che l’ha tenuta prigioniera.
Nel finale, lei “respira” di nuovo, mentre lui rimane svuotato, ridotto a involucro. È la restituzione del respiro al mondo, la liberazione dell’umano dal dominio dell’artificio.
Gonfiami termina così, in un silenzio che non è morte ma rinascita: la psiche si è liberata, la finzione ha generato verità. E in quell’ultimo soffio, la bambola che voleva essere viva ci ricorda che l’amore, per esistere, deve smettere di gonfiarsi e iniziare a respirare.