Tratto dal romanzo di Nicolò Agliardi, è un’opera prima delicata e brutale che attraverso il docufilm ci porta a scoprire quei momenti in cui le vite di Federico e Niccolò si incrociano, anche solo per un po’.
Spicchi di vita
Il film sin dalle prime immagini, attraverso video verticali, ci porta all’interno di piccoli spaccati di vita, ricostruiscono pian piano la vita dei personaggi.
La storia ruota attorno a Niccolò (Alessandro Tedeschi), un padre single che vive un’esistenza segnata da silenzi e responsabilità, e Federico, un diciottenne dal passato complicato, alla soglia della vita adulta ma ancora prigioniero delle proprie ferite. Due figure agli antipodi solo in apparenza, che si incontrano per caso e finiscono per diventare l’uno lo specchio dell’altro.
Il film, come già il romanzo, si muove su un terreno di realismo emotivo, restituendo la complessità dei sentimenti senza indulgere in facili moralismi. Gagliardi costruisce un racconto che parla di genitorialità, assenza, crescita, ma soprattutto di riconoscimento reciproco: due persone che, pur non appartenendosi, trovano nell’altro la possibilità di essere visti davvero.
Niccolò, rimasto vedovo da poco, vuole portare a termine il sogno che aveva con sua moglie: adottare un bambino e creare una famiglia. Ma quando i servizi sociali decidono di affidargli Federico che di anni ne ha 18 e un passato complicato alle spalle, la vita di Niccolò prenderà una piega diversa.
La scelta di dividere il film in tre parti: Niccolò, Federico e Nic e Fede permette allo spettatore di creare empatia con i personaggi, portandoci nei loro panni tra sbagli e fragilità.
Un legame breve ma indelebile
Il rapporto tra Niccolò e Federico è il cuore pulsante del film, e la sua rappresentazione si muove su corde sottili, fatte di gesti, sguardi e soprattutto scontri. Niccolò, con la sua apparente calma e il bisogno di dare un senso al proprio ruolo di padre, vede in Federico un figlio mancato, una possibilità di riscatto. Federico, invece, inizialmente diffidente, trova in quell’uomo adulto una figura di riferimento che non giudica ma ascolta, che accoglie senza pretendere.
È una relazione che si costruisce nella reciprocità delle mancanze: entrambi portano ferite che non sanno ancora nominare, e nel tentativo di guarirsi finiscono per ferirsi a vicenda. Non mancano scontri, fughe, momenti di chiusura. Ma, per un po’, riescono ad essere l’uno la spalla dell’altro riuscendo così a conoscere meglio anche se stessi.
Quella che nasce è una connessione breve ma decisiva, un incontro che lascia un segno profondo, destinato a perdurare anche quando le strade si dividono.
Dal punto di vista narrativo, il film mostra una notevole capacità di creare empatia. Gli interpreti riescono a restituire la vulnerabilità dei personaggi con un realismo che commuove senza mai scadere nel melodramma. Tuttavia, la pellicola soffre di un’ambizione forse eccessiva: il regista tenta di intrecciare troppi fili tematici: il rapporto con la madre, l’elaborazione del lutto, la ricerca di una figura paterna, la solitudine contemporanea, senza però dare effettivamente il tempo a queste tematiche di svilupparsi e allo spettatore di entrare del tutto nella storia.
Questa sovrabbondanza rischia di indebolire il nucleo emotivo della storia, disperdendo l’attenzione dello spettatore. Il risultato è un film denso, sincero, ma a tratti frammentato, che vive più di intuizioni poetiche che di una vera progressione drammatica.
Una vita raccontata per un po’
Nonostante le sue imperfezioni, Per un po’ resta un film necessario, capace di parlare di legami umani in un tempo in cui tutto sembra precario e provvisorio. È una storia che invita all’ascolto, che mostra come anche gli incontri brevi possano cambiare la direzione di un’esistenza. Niccolò e Federico non sono eroi, ma persone reali, due anime che imparano con autenticità che la vicinanza, anche se momentanea, può bastare per sentirsi meno soli.