Rome Independent Film Festival

‘Lei’, il film al femminile in Vietnam tra sfruttamento e patriarcato

Documentario sulle spietate condizioni lavorative della donna in Vietnam

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Il Vietnam sta affrontando una grande crescita economica, e, nonostante ciò, la situazione femminile è ancora tanto buia da arrivare a far provare rabbia e delusione durante la visione del film Lei, presentato al Rome Independent Film Festival di quest’anno. La rabbia, ma ancor più l’impotenza, sono fomentate dall’idea che tutto ciò che vediamo avviene quotidianamente, sotto la luce del sole, ed è “normale” secondo coloro che possono vantare l’etichetta di “privilegiati“.

In questa recensione esploreremo gli intenti di un documentario dal forte impatto emotivo, capace di trasmettere appieno la vita quotidiana di un gruppo di lavoratrici alle prese con i problemi sociali di un paese ancora dalla forte impronta patriarcale.

Una società ancora fortemente patriarcale

Da dove proviene questa forte sensazione, che deriva dal fatto che, come chiede una bambina nel film:

“…gli uomini possono mangiare bene, vestirsi bene e lavorare meno, mentre le donne devono lavorare così tanto”?

Anche se il partito comunista anni ’50 vietnamita promuoveva un pensiero femminista, molte norme di stampo patriarcale sono sopravvissute, e, anche dopo aver ricoperto ruoli importanti, le donne erano spesso confinate in contesti domestici. Esistono dunque diverse differenze di genere, in particolare a livello sociale e lavorativo, che creano divari significativi non solo nel contesto della grande fabbrica di elettronica cui il film gira attorno, settore molto importante per il paese (il Vietnam è infatti il secondo esportatore mondiale di smartphone dopo la Cina), ma anche come membri della società: madri, figlie, mogli – ogni ruolo ricoperto dalle donne è contaminato dal sistema fortemente patriarcale e reso difficile dalla qualità del lavoro, e spesso non permette alle stesse di vivere la propria vita normalmente.

“Lavoro 12 ore al giorno per essere madre a distanza.”

La situazione dentro e fuori la fabbrica

Il documentario si sofferma sul lavoro svolto dalle donne in una grande fabbrica di smartphone – il 68% della forza lavoro in Vietnam è infatti composta da donne – e le modalità estenuanti con le quali sono costrette a portare a termine i loro turni che spesso arrivano a 12 ore, non ricavando tempo per stare con i propri cari e potendoli contattare esclusivamente tramite videochiamata o per messaggio al cellulare. A rendere la situazione ancor più pesante è la necessità di autogestirsi cibo, igiene e lavoro domestico. Una stima indica che le donne sono responsabili del lavoro domestico in numeri particolarmente più alti rispetto agli uomini, nonostante le condizioni poco salubri e i lunghissimi turni ai quali esse si sottopongono quotidianamente nel contesto lavorativo.

“Indossavo la mascherina per non sentire quell’odore così forte e nauseabondo. E quando la toglievo, perché non riuscivo a respirare, subito la rimettevo per evitare di sentirlo.”

L’ingiustizia

Una donna sviene – tutte le altre devono restare ai loro posti e non perdere neppure un secondo per poter continuare a lavorare. Il motivo? Lavorando di più, facendo straordinari (non retribuiti) e sottostando ai scioccanti standard previsti, perlomeno si evita di perdere il posto di lavoro qualora le fabbriche decidano di decimare il personale e sostituirlo con dei macchinari. Elemento chiave della narrazione è infatti la preoccupazione che, nella enorme e continua richiesta della manodopera, un giorno tutti potrebbero venire licenziati per fare spazio alle macchine automatizzate, lasciando tuttavia i dipendenti a morire di fame e di stenti senza più un lavoro. E così facendo qualcuno sviene, qualcun altro inizia a soffrire di problemi alla vista da giovane (l’età media in fabbriche simili è infatti tra i 18-25 anni) per l’eccessivo contatto con gli schermi dei cellulari sui quali lavorano prolungatamente.

“Dobbiamo lavorare meglio dei robot – se non ci sforziamo di più ci sostituiranno.”

Anche nel tentativo di parlare con la leader del gruppo, le dipendenti della fabbrica tentano un approccio di confronto umano e giustificato, e questa risponde con una frase spiazzante:

“Lamentarsi non risolverà il problema.”

La situazione sempre più grave inizia a diventare quasi una gara a chi vive peggio. Non sembra esistere una via d’uscita a una tale condizione di vita, e chi ci sta dentro deve essere obbediente o rischia di essere tagliato fuori. Rimproveri, stress, sfruttamento e maltrattamenti costellano una tipica giornata vissuta in maniera macchinistica da esseri umani al pari d’altri, i quali tentano semplicemente di restare in vita o di assicurare un futuro ai propri figli.

“Devono filmare un certo numero di errori – errori che neppure sappiamo di aver commesso. Una volta mi hanno fatto un verbale dicendo che avevo le unghie più lunghe di 1 solo millimetro rispetto agli standard richiesti dalla fabbrica.”

Una distopia urbana alla luce del giorno

I temi del documentario sembrano raggiungere in molte istanze qualcosa di simile a un mondo distopico, dove il marcio regna e ciò che è puro viene infangato. I tentativi di vivere la normalità sono smorzati e spesso, durante la visione, ci si interroga su come è possibile che l’essere umano sia capace di tanto orrore – e di come sia capace di rimanere impassibile alla sua vista. L’umanità quasi si confonde con la macchina, lasciando una freddezza indescrivibile che lascia il segno nella mente come una ferita aperta.

“Mi sento come un pollo d’allevamento. Lavoro, pausa, cibo – ripeti.”

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