Sedicicorto

‘La blatta e la formica’: la forza dell’amore

Il tempo dell’amore nella malattia tra animali ed umani

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La blatta e la formica di Marco La Ferrara è stato presentato al Sedicicorto Internation Film Festival . Il film intende esplorare il delicato rapporto genitore-figlio nel tempo della malattia, che offre spazio a tanto sgomento e dolore, ma anche a sentimenti positivi.

Il tanto delicato quanto potente racconto che viene fatto, ripiegato com’è nell’intimità dei suoi personaggi, senza risultarne mai soffocato, fa uso di un linguaggio imbevuto di metafore. L’intento è quello di mostrare più che parlare, realizzato anche attraverso l’uso di piani temporali differenti, che portano in scena molteplici attimi di vita di madre e figlio. Passato e presente s’intrecciano, a delineare la confusione che regna nella mente di un malato di Alzheimer, sul piano temporale ed affettivo.

La blatta e la formica. Natura: luogo di appartenenza e ritorno

I due protagonisti del corto di La Ferrara sono una formica, e una blatta: ovvero madre e figlio. La prima, giovane e in forze, si prende cura del suo piccolo. Lo accoglie nei momenti di sconforto e lo protegge quando gli viene fatto del male. Poi, con il passare del tempo, la formica/madre invecchia, si ammala di Alzheimer, e perde così le capacità di pensiero e di ragionamento. La piccola blatta ora divenuta adulta si sente persa, sola; nonostante ciò è lei adesso che deve proteggere la formica.

La metafora in La blatta e la formica funge sicuramente da espediente narrativo principale, utile a trasfigurare una storia che prende vita nel regno animale, in quello umano. Ma ha anche un altro obiettivo. Quello, cioè, di rendere emotivamente tangibile, concreta, la stessa narrazione; quindi, potente, nel suo apparente silenzio. Proprio come le formiche, che lavorano ininterrottamente, senza fare granché rumore, e portano avanti grandi imprese.

Sullo sfondo c’è sempre la natura, nella forma di un fiore, di un bosco incontaminato ed ancora di una casa fuori città. Essa accompagna i protagonisti, animali ed umani, e li guida nelle loro scelte affettive e nei loro dolori personali, senza mai lasciarli soli. È la natura la vera madre che accoglie, che ascolta e che aiuta. Instancabile, soprattutto, nell’esprimere le sue sconfinate possibilità, al di là delle difficoltà e dei giudizi esterni.

L’importanza dello sguardo

Ci sono pochi dialoghi in La blatta e la formica, ma quei pochi sono preziosi. Il cortometraggio tratteggia i contorni della parabola di due esistenze affatto solitarie, al contrario pienamente vissute pur nelle loro intrinseche difficoltà, pronte ad affrontare cambiamenti radicali. Per farlo, la regia si serve di qualche parola, utile a sottolineare i momenti di raccordo tra i diversi piani temporali, ovvero passato e presente, e chiarire il contesto.

Il percorso di crescita, che nel film di La Ferrara è sicuramente sinonimo di presa di cura dell’altro, è vissuto dal figlio di nome Mino (diminutivo di Ciclamino, a evocazione continua della natura) con sentimenti di paura e solitudine. Il giovane si isola sempre di più, fino a rifugiarsi nel mondo della droga, solo per sfuggire dal proprio. Fino a quando la madre/blatta, non lo riaccoglie tra le sue braccia e gli infonde la fiducia in sé necessaria per procedere sul proprio cammino.

Solo in questo momento il giovane riesce a capire il concetto di presa di cura: prima esercitandolo su di sé, e poi più avanti su quella madre, che non sarà più in grado di farlo autonomamente. Crescita significa dunque imparare a darsi e dare amore, in un percorso tutt’altro che semplice, invece accidentato e pieno di trappole.

La sfida più grande da affrontare per Mino, come per qualunque altro essere umano che sta diventando adulto, è quella di accettare che lo sguardo degli altri su di sé non esiste sempre. Da bambini si è il centro del mondo degli adulti, si gode di attenzioni e di sicurezze costanti, eppure il mondo dei grandi non è questo. È ricco di insidie, responsabilità, anche solitudine; forse per non caderci dentro bisogna creare dentro di sé i propri sguardi, e quelli, non lasciarli mai. Nel ricordo di quei primi occhi di madre, amorevoli, che ci hanno guardato e ci guarderanno, per proteggerci.

Memoria e ricordi

La blatta e la formica oltre al tema della metafora fa proprio quello del ricordo. Ciò che era e ciò che è, ciò che è stato e ciò che sarà. Ed ancora, ciò che non è stato e che non potrà essere. Pare un circolo vizioso condito di dolore e rimpianto, ma non è così. La regia esprime invece una vitale ricchezza emotiva nell’atto di accompagnare due singole esistenze – quella di una madre e un figlio – nel loro percorso di vita.

È infatti il ricordo e la memoria della presa di cura passata a tenere in vita Mino e a permettergli di esprimere l’amore che ha vissuto. La Ferrara dunque sta suggerendo al pubblico un interessante spunto di riflessione: si tratta il prossimo, anche quello che è più vicino, nel modo in cui si è stati trattati.

La madre di Mino lo ha amato da bambino, lo ha protetto e lo ha accolto. Ora Mino è in grado di proteggere la madre, in tutte le sue versioni: da bambina, da adulta, e da anziana. La linea temporale s’interrompe, va avanti, torna indietro, invasa com’è dall’amore. E mostra allo spettatore le sue crepe: i momenti di rottura corrispondono alle paure, che possono ora essere affrontate. Ciò è sinonimo di libertà.

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