In concorso al 66° Festival dei Popoli, già proiettato durante il 2025 al Festival Internazionale di San Sebastian e al Festival Internazionale di Varsavia, Una película de miedo è un film di Sergio Oksman, regista spagnolo con radici brasiliane. Il film è prodotto da Dok Films (Spagna) in coproduzione con Ferdydurke (Spagna) e Terratreme Filmes (Portogallo).
Una película de miedo: non un documentario, non un film di finzione
Sergio Oksman è docente di Cinema e responsabile dei documentari presso la Scuola Cinematografica di Madrid. La sua opera è quella di un documentarista che cerca verità impossibili da trovare. Nella sua filmografia spiccano i ritratti di reduci da Auschwitz, The Beautician (2004); di personaggi televisivi e cinematografici come Al Lewis, in Goodbye, America (2006), e di Elmer Modlin, l’attore di Rosemary’s Baby, in A Story for the Modlins (2012) e, suo penultimo lavoro, il personaggio del padre del regista in O Futebol (2014).
Una película de miedo, titolo evidentemente meta-cinematografico, non si discosta dal sentiero tracciato, ma lo arricchisce perché spinge il regista nel territorio della sperimentazione dei generi. Siamo di fronte a un documentario ma anche a un film di finzione, e soprattutto a un film di formazione.
Si inizia nel territorio horror vero e proprio: Sergio Oksman e suo figlio – entrambi interpretano se stessi – vanno ad alloggiare in un albergo abbandonato nella periferia di Lisbona. Vogliono passare un po’ di tempo insieme, conoscersi meglio e imparare il portoghese. Il padre vuole anche arricchire il figlio dell’esperienza della paura nel cinema prima che diventi adulto.
L’hotel diviene subito parte centrale del discorso filmico. Per circa dieci minuti le inquadrature fisse, le semi-soggettive, gli spazi vuoti riempiti dai movimenti dei personaggi rappresentano gli ingredienti essenziali di un horror ambientale. Si percepisce che qualcosa sta per succedere, anche perché il padre non fa niente per rassicurare il figlio, anzi gli parla di fantasmi e di macabre storie del passato. Gli fa vedere Shining e cerca di essere evasivo ogni volta che ne ha occasione. Ma il figlio non riesce ad avere paura.
E così la storia inizia a prendere altre forme, più congeniali al regista, quelle del ricordo personale e storico.
La famiglia, la storia e l’educazione del figlio
Sergio Oksman racconta al figlio le peripezie della sua famiglia emigrata in Brasile, le vicende dei suoi genitori che si sono separati e lo sradicamento affettivo che ciò ha comportato.
Nel frattempo, emergono i fatti terribili e reali del primo serial killer portoghese dell’era contemporanea, Diogo Alves. Un criminale che trascinava le sue vittime nei reticoli dell’acquedotto di Lisbona per ucciderle. Alla parola si uniscono filmati d’epoca, tracce dei delitti e l’immagine della testa del criminale conservata in un vaso di formaldeide. Il regista e il figlio si avventurano e quasi si perdono negli stessi macabri luoghi degli omicidi, ma il figlio continua a non avere paura.
Nel trascorrere dall’horror al documentario storico familiare, ciò che emerge dirompente è il tema dell’educazione del figlio. Una película de miedo diventa un film su un tredicenne che sta affrontando quel delicato periodo in cui si perde l’innocenza del bambino per avviarsi nell’età adulta. Un percorso cui il regista tiene molto. Sergio Oksman personaggio non vuole che il figlio abbia il suo stesso destino, quello di un rapporto irrisolto con il padre, che da piccolo lo aveva abbandonato.
Diventa chiaro, quindi, che ciò che spaventa il regista, il suo film di paura, è la precarietà, la natura fuggevole di tutto ciò che lo circonda, le relazione umane e soprattutto le relazioni familiari.
Lo svelamento finale e l’impossibile ricerca della verità
L’inquadratura che si allarga nel finale torna a mettere in scena la struttura a metà tra fiction e documentario che il regista aveva in mente fin dall’inizio. Piove, padre e figlio guardano attraverso la finestra, la camera si allarga e si vede la troupe che gira e spruzza l’acqua sulla casa. In questo modo Sergio Oksman regista finisce per ricordare che il reale non è mai quello che ci appare. Non bisogna farsi prendere dalla paura né quella dei film né quella del reale. Il cinema e questo film, breve e discreto, che resta a metà di qualsiasi interpretazione, ne è chiara metafora: una ricerca della verità continua, mai una destinazione definitiva.