Bolzano Film Festival

‘Sciatunostro’, un archivio audiovisivo delle memorie

Una riflessione corale sulla perdita e sulle memorie, ma anche sul cinema come mezzo per preservarne il valore e restituirlo alla comunità

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Presentato Al Bolzano Film Festival Sciatunostro, quarto lungometraggio del regista siciliano Leandro Picarella, dal concorso alla Festa del Cinema di Roma 2025, nella sezione Progressive Cinema – Visioni per il mondo di domani,  è al cinema dal 9 Aprile con PostMov.

Sciatunostro

Pino Sorrentino è un videoamatore e archivista, custode delle memorie di un luogo – l’isola di Linosa – che, in Sciatunostro, assume gradualmente forma attraverso l’alternanza di immagini d’archivio e riprese ex novo (quelle realizzate da Picarella). Tuttavia, come si apprende dalle prime sequenze, non è Pino il protagonista effettivo del film, ma due bambini: Ettore e Giovanni. All’inizio dell’estate, i genitori di Ettore gli rivelano che stanno per trasferirsi ad Agrigento e che faranno ritorno all’isola soltanto durante le vacanze estive. La notizia sconvolge Ettore e, ancor di più, Giovanni, quando viene a conoscenza del trasloco. Nella consapevolezza di non avere molto tempo da trascorrere insieme, la loro estate assume un significato più profondo e malinconico. L’alternanza di immagini d’archivio e riprese ex novo rende il film una riflessione corale sulla perdita e sulle memorie, ma anche sul cinema come mezzo per preservarne il valore e restituirlo alla comunità.

La texture analogica

In una delle prime sequenze, Pino sfoglia il suo archivio e seleziona, tra le numerose cartelle, vecchi filmati che risalgono all’estate del 1986. I filmati, che vengono mostrati sia attraverso lo schermo del computer di Pino, sia in primo piano all’interno dell’inquadratura, si alternano ai primi piani del suo volto, mentre è intento a rivivere quelle che sembrano le sue memorie. Si ha così una prima contrapposizione tra il formato delle scene che includono Pino, e quello delle riprese d’archivio: ogni volta che le proporzioni dell’immagine cambiano – dal formato stretto dei filmati d’archivio a quello più ampio del cinema contemporaneo – si ha l’impressione di passare da un livello della realtà a un altro.

Le sequenze iniziali suggeriscono che Pino sia il protagonista del film; tuttavia, dopo questa prima parte, il personaggio lascia posto al racconto di Ettore e Giovanni, ma attraverso riprese ex novo mostrate in un formato più vicino a quello dei vecchi filmati – in rapporto 4:3 o simile – quasi a voler suggerire che l’estate dei due bambini sia ripresa dal punto di vista di Pino, attraverso la sua videocamera. Non solo: attraverso la texture analogica, l’estate di Ettore e Giovanni, prima ancora di giungere al termine, assume già i colori caldi e sfumati di un bel ricordo. Un’avventura estiva che somiglia alla ricerca di un’infanzia assoluta e condivisa, a cui il linguaggio cinematografico si presta senza difficoltà, in questo caso anche grazie al montaggio. Come ha sottolineato lo stesso Picarella in un’intervista nell’ambito della Festa del Cinema di Roma: “Il lavoro al montaggio di Chiara Dainese è stato eccezionale”.

Ettore non se ne va più

Nel corso dell’estate, i due protagonisti attraversano l’isola e la esplorano ampiamente: ne sondano il suolo con un metal detector, costruiscono una zattera con un pallet a cui legano bottiglie di plastica vuote e la usano per inoltrarsi in grotte sommerse; scoprono poi le prime gioie e amarezze della giovinezza durante la festa di fine stagione. Il tutto nella consapevolezza che quei mesi estivi, proprio perché vissuti nella prospettiva dell’imminente commiato, rappresentano la fine dell’innocenza: essa è già in parte perduta, proprio per la nitida percezione della separazione che si avvicina.

In Sciatunostro, il pensiero e l’espressione infantili – naturalmente più portati al wishful thinking e alla denotazione della realtà, più che all’astrazione – assumono un valore catartico, in particolare nella scena in cui Ettore e Giovanni gridano a voce piena dall’alto di un promontorio, di fronte al sole che tramonta sul mare. Inizialmente pronunciano rispettivamente i propri nomi, come a voler imprimere con più forza la loro esistenza all’interno di quel momento. Seguono altre grida denotative – come “porto”, “tramonto” – e qualche canzonatura scherzosa tra loro, fino a che Giovanni grida: “L’estate è bellissima, troppo bella, non finisce mai. Ettore non se ne va più”. Con questo grido, espresso come una rivelazione, il commiato incombente non è più vissuto soltanto come un’ombra tra loro: si fa strada, tra le nubi dell’incertezza e della paura, una speranza, la promessa di ritrovarsi ancora l’estate successiva per vivere altre avventure.

Inverno

Quando Giovanni, dal porto, osserva il traghetto allontanarsi e con esso il suo migliore amico, una sequenza di inquadrature delinea gradualmente il salto temporale dalla fine dell’estate all’inverno: la stessa bassa scogliera dietro cui si allontana il traghetto viene mostrata, dalla stessa prospettiva, da un filmato d’archivio – entrambe le inquadrature hanno un rapporto 4:3 o simile. Finché, a partire da un’inquadratura sul mare, un ampliamento graduale e progressivo del formato, quasi impercettibile, apre l’immagine e la libera dall’impressione analogica: è il presente, mostrato nello stesso formato ampio delle immagini che includono Pino all’inizio del film e in altre sequenze invernali – lo si può dedurre dal suo abbigliamento e dal paesaggio invernale che osserva dalla finestra – che, di tanto in tanto, spezzano il racconto di Ettore e Giovanni.

Durante l’inverno avviene l’incontro tra Giovanni e Pino, che insegna al bambino le prime nozioni di regia. In questo modo, Giovanni comprende il potere salvifico del cinema: un mezzo attraverso cui sublimare il dolore della perdita e trasformarlo in memoria, costruendo così il proprio archivio audiovisivo delle emozioni.

“Volava la bella età come i barchetti sul filo / del mare a vele colme. / Certo guardammo muti nell’attesa / del minuto violento; / poi nella finta calma / sopra l’acque scavate / dové mettersi un vento.”

(Eugenio Montale, Fine dell’infanzia)

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