Il falsario è disponibile su Netflix. Presentato alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public, il film è un ottimo prodotto di intrattenimento ancorato ai nostri anni Settanta. Lo stile pop colora un periodo storico alquanto plumbeo, riuscendo a catturare l’attenzione anche di un pubblico più giovane. La scrittura di Sandro Petraglia rende giustizia (e onore) alla materia, fornendo una base solida e fruttuosa a Stefano Lodovichi.
Classe 1983, originario di Grosseto, il regista sfrutta magnificamente tutte le carte a sua disposizione, compresa la sempre preziosa presenza di Edoardo Pesce – quasi un attore feticcio, dopo gli undici episodi di Christian e la collaborazione nel suo precedente lavoro La stanza. Affidandosi a un attento e curato lavoro di ricerca e alla sceneggiatura di Petraglia, che a sua volta prende ispirazione dal libro di Nicola Biondo e Massimo Veneziani, Il falsario di Stato. Uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo, viene fuori un’opera godibile, curiosa e interessante.
Il falsario | La trama
Quando Toni della Duchessa (Pietro Castellitto), nome d’arte di Antonio Chichiarelli, arriva a Roma, insieme ai suoi due inseparabili amici (Andrea Arcangeli e Pierluigi Gigante), capisce subito quale sia il modo migliore di farsi conoscere. Passando da un giro all’altro, finisce in quello del traffico di copie d’autore. A inserircelo è Donata (Giulia Michelini), una giovane donna di cui si invaghisce e con cui avrà una storia d’amore importante.
Grazie a lei conosce Balbo (Pesce), a capo di una banda che sa esattamente come muoversi nei meandri della malavita capitolina. Ma quando il suo nome inizia a circolare, attira l’attenzione anche del Sardo (Claudio Santamaria) e la politica entra a far parte di una visione d’insieme che Toni non aveva mai (voluto) considerare.
Cosa sei disposto a fare per arrivare dove vuoi
Ciò che rende accattivante una pellicola come questa è sicuramente l’energia che lo caratterizza. Lodovichi gioca con una serie di suggestioni con cui è impossibile sbagliare, a partire dalla colonna sonora piena di successi di quegli anni, che ancora oggi emozionano. Non a caso uno dei momenti più toccanti, svolta inevitabile (e comune) di un certo tipo di storie, è accompagnato dalle note di Gino Paoli: quasi a suggerire l’eternità di un’amicizia che, anche se spezzata, continuerà a esistere, ascoltiamo commossi Senza fine. Così il testo di una canzone aiuta a raccontare più di tante parole e i personaggi si schiudono dinanzi gli occhi del pubblico.
Altro punto di incredibile forza, le figure in scena, capitanate da un Pietro Castellitto sempre perfetto quando si tratta di incarnare uomini pieni di risorse e di (auto)ironia. L’attore romano gioca istrionicamente con le potenzialità a sua disposizione, mentre intorno a lui si muove un gruppo di ottimi comprimari. La storia privata di Toni prende così vita e forma, andando a intrecciarsi con quella del paese in cui vive e agisce. La mescolanza delle suggestioni si rivela, al tempo stesso, interessante e affascinante, interrogando su quanti e quali sacrifici siano disposti a fare le persone pur di raggiungere un obiettivo.