All the Way to the Endless è una combinazione di parole che racchiude già un’intenzione: quella di un cinema che non cerca clamore, ma ascolto. Il film di Liang Shi approda al Valdarno Film Festival come un oggetto silenzioso e luminoso, un corpo estraneo in mezzo alle narrazioni più lineari. È un’opera che sembra volerci prendere per mano senza stringerla, lasciandoci liberi di sostare, di respirare insieme al protagonista, di accettare il tempo sospeso come parte del percorso.
Shanghai come paesaggio emotivo
La Shanghai che attraversiamo non è solo uno scenario urbano, ma un organismo pulsante che respira e preme da ogni lato. Grattacieli, stazioni, uffici illuminati a neon: tutto appare in costante movimento, eppure ciò che resta impresso non è la città in sé, ma il contrasto tra il rumore di fondo e il silenzio interiore di chi la abita. In questa tensione, lo spazio urbano diventa specchio emotivo di una generazione che fatica a trovare un ritmo proprio dentro una vita scandita da richieste esterne.
Fratture sentimentali e immaginazione come rifugio
Il punto di partenza è una rottura sentimentale, ma il film non indulge nel dolore come spettacolo. La separazione diventa piuttosto un varco, un’apertura verso una dimensione intima dove immaginazione e realtà si sfiorano. Il protagonista non fugge: sospende. Si concede piccole evasioni mentali, frammenti di fantasia che non sono una fuga dal mondo, ma un modo per rimanerci dentro senza soccombere. È lì che il film trova la sua forza: nell’idea che l’immaginazione possa essere una forma di resistenza gentile.
Una regia che abita gli interstizi
Liang Shi sceglie un linguaggio visivo che non cerca la dichiarazione, ma l’insinuazione. I vuoti si fanno narrazione, le pause diventano materia cinematografica. Non c’è urgenza di spiegare, né di guidare lo sguardo: la regia sembra più interessata a lasciare spazio alla percezione, quasi a dire che tra un’immagine e l’altra esiste una zona vulnerabile, dove lo spettatore può davvero incontrare il protagonista. È un cinema che si appoggia più sul respiro che sul movimento.
Tra lentezza e verità: lo spazio dell’esperienza
All the Way to the Endless non corre. Cammina. E in quel passo lento, quasi esitante, permette alle emozioni di depositarsi. La lentezza qui non è una scelta estetica, è una dichiarazione di fiducia nello spettatore: fiducia che saprà restare, ascoltare, accogliere ciò che non è immediato. Ciò che rimane, una volta usciti dalla sala o dalla proiezione festivaliera, è un senso di delicatezza inattesa. La sensazione che, anche nei momenti in cui tutto sembra sfuggire, esistano ancora piccole pieghe di mondo in cui riconoscersi.