La premessa di Good boy, il nuovo horror indipendente a low budget di Ben Leonberg e film di apertura di Alice nella Città, sembra la solita del genere di riferimento: un uomo di nome Todd (ShaneJensen) decide scioccamente di recarsi insieme al suo cane Indy nella vecchia casa di famiglia infestata. Tenta di costruirsi una vita lì, nonostante i continui avvertimenti della sorella e dei vicini, ma lui non ascolta e le cose degenerano.
La novità del nuovo film di Leonberg è l’aver scelto come reale protagonista del film il cane, e non l’essere umano. Indy è infatti colui che cuce la storia e ci fa esplorare l’inquietante casa; ne percepisce le presenze demoniache, tenta di comunicare con il suo padrone ma Todd non vuole dargli ascolto.
E così, ansia e terrore nascono in noi per mano di una scodinzolante coda…
Uno sguardo ravvicinato al film
Good Boy
Goodboy si apre con un telefono che squilla incessantemente; il suo suono rimbomba tra le pareti della casa buia, ma nessuno risponde. Fuori è notte fonda e non sembrano esserci presenze, né attorno, né dentro l’abitazione. Poco dopo, entra una donna (che scopriremo poi essere Vera, la sorella di Todd, che noi conosceremo solo tramite la sua voce) che, terrorizzata, chiama i soccorsi.
Questi primi minuti, oltre ad essere una premessa narrativa di ciò che avverrà all’interno del film (e ci dicono anche un po’ troppo rispetto al necessario), includono dei tecnicismi estremamente funzionali affinché ci si abitui subito al protagonismo di Indy. E saranno dunque costanti le inquadrature che rimangono alla sua altezza, insistenti i piani medi sul suo corpo attivo e spaventato, e soprattutto le attenzioni alla sua percezione emozionale e quotidiana. È ammirevole la bravura di Leonberg nel non smentire mai queste piccolezze registiche.
Indy è dunque colui che ci narra gli accadimenti di Good boy. E così, conosciamo attraverso i suoi occhi la malattia respiratoria di Todd, la sua solitudine (riceve chiamate solo dalla sorella e trascorre il suo tempo da solo o al massimo con Indy), il lutto del nonno avvenuto in quella stessa casa (e forse per mano delle stesse presenze…). Ma sono soprattutto le coraggiose esplorazioni del cane a farci capire che in quella abitazione c’è qualcosa che non va.
Indy percepisce rumori, fa incubi, vede cose che non ci sono (si interfaccia più volte con il cane del nonno, dichiarato disperso dopo la morte di quest’ultimo). E soprattutto, tenta di comunicarlo al padrone, che però non lo prende sul serio.
Le conseguenze percettive del POV “canino”
La storia di Good boy non è particolarmente originale, né abbonda di jumpscare troppo spaventosi. A farci stare sulle spine è la generale preoccupazione di Indy per Todd, che non solo nel corso del film peggiora in salute fisica, ma viene inconsciamente e sempre più assorbito dalle misteriose presenze della casa.
Indy prova ad avvertirlo continuamente (forse anche per proteggersi lui stesso) dandogli attenzioni diverse dal normale, e tenta anche una sorta di “lotta” fisica con il mostro che agguanta la casa. Ma Todd lo ignora, così come ignora anche la sorella Vera, che a telefono si palesa angosciata.
Tutto questo esacerba con l’incupirsi graduale dell’atmosfera, a cui contribuisce la quasi totale assenza di volti (sono spesso non inquadrati o nell’ombra), e l’aggiunta di dettagli sul background della misteriosa casa. E così, noi ci leghiamo a Indy, alla sua ricerca e al suo abbaio terrorizzato.