Pianeta Mare Film Festival
‘Wishing on a Star’: un viaggio tra desideri, destino e coincidenze
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2 mesi agoon
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Elisa MulaWishing on a Star (2024) del regista slovacco Peter Kerekes è un’opera ibrida — tra documentario e finzione — che addentra l’astrovia dei desideri umani, avvolta dallo spirito del viaggio e dall’imprevedibilità del destino. Il film si apre con un presupposto affascinante e leggermente surreale: un’astrologa napoletana di nome Luciana propone ai suoi clienti di “rinascere” nel giorno del loro compleanno compiendo un viaggio verso una destinazione astrale scelta, come se lo spostamento nello spazio potesse ricalibrare il loro destino interiore.
Questo espediente magico è insieme motore narrativo e lente metaforica: i personaggi si muovono (spesso fisicamente, ma anche emotivamente) tra diversi luoghi — dal Friuli alle strade del Sud, da Beirut a Taipei — alla ricerca non tanto dell’illusione astrologica quanto della riconnessione con parti di sé dismesse o trascurate.
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Kerekes articola il film su vari livelli, come lo stesso regista ha dichiarato: un piano dedicato alla figura di Luciana, un piano che conduce nelle vite dei suoi clienti, un piano delle trasformazioni-magiche durante i viaggi e un piano più riflessivo, in cui emergono i dubbi e i desideri profondi che accomunano tutti.
Questa stratificazione permette al film di oscillare tra mondi diversi: il quotidiano, spesso intriso di conflitti familiari, relazioni sofferte, aspettative disattese e il fuori, lo spazio esotico che sembra promettere un nuovo inizio. Ma ciò che Kerekes esplora con delicatezza è proprio la tensione tra il desiderio e l’effettività, tra l’aspirazione cosmica (o astrologica) e l’attrito della vita reale. Il film procede in modo episodico, alternando momenti di consulenza astrologica, sequenze di viaggio e confessioni intime. Alcune storie rimangono volutamente aperte, lasciando spazio al mistero, al non detto, all’ellissi emotiva.
Wishing on a star: la gestione del reale
Al centro dell’opera vi è Luciana (interpretata da Luciana de Leoni D’Asparedo), figura carismatica che funge da catalizzatore spirituale: ascolta i desideri dei clienti, suggerisce coordinate astrali, organizza viaggi, porta in sé fragilità e desideri irrisolti. È interessante come Kerekes non la ritragga in modo idealizzato, bensì ne mette in luce incertezze e contraddizioni: anch’essa è in balia delle proprie intuizioni, soggetta al dubbio se le stelle possano davvero guidarla.
I clienti, selezionati con cura — tra cui un impresario funebre in cerca di erede, due sorelle gemelle che aspirano a vie divergenti, figure che oscillano tra attaccamenti familiari e desiderio di libertà — costituiscono un mosaico umano autentico. Kerekes sa prendere le storie minime, le fratture emotive nascoste, e offrirle allo spettatore in modo gentile ma puntuale.
La capacità del regista di fondere l’approccio documentaristico (ascolto, spazio per il silenzio, riprese discrete) con scelte quasi fiabesche (viaggi, simboli, coincidenze) è uno dei punti di forza del film.
Il visivo ed il sonoro
La fotografia di Martin Kollár riesce a catturare la luce dei luoghi con misura: non c’è mai ostentazione, ma uno sguardo attento ai dettagli — paesaggi, interni domestici, spazi marginali. La narrazione visiva alterna momenti sospesi a sequenze più dinamiche, sempre mantenendo una coerenza tonale che accompagna le trasformazioni interiori dei protagonisti.
La colonna sonora di Lucia Chuťková è un elemento essenziale: evoca atmosfere mediterranee e oniriche, talora giocando con rimandi al cinema italiano classico (in un’intervista il regista ha detto di volere un film italiano fatto da qualcuno che non è italiano). In questo senso, la musica funge da ponte tra la concretezza dei personaggi e l’elemento astrale che permea l’intero dispositivo.
Il film non rinuncia al silenzio: i momenti di sospensione — pause, silenzi, campo lungo — diventano spazi di riflessione, piccoli intervalli interiori in cui lo spettatore è invitato a fare propri i sentimenti dei protagonisti.
Uno dei temi centrali è il rapporto fra destino e agente. Luciana crede che proporre ai suoi clienti di compiere un viaggio nel giorno del compleanno possa ricodificare la vita, ma il film non si fa prigioniero di un determinismo astrologico: al contrario, suggerisce che le stelle possano essere uno stimolo, non un vincolo.
“Sei tu a creare il tuo destino; il destino già scritto non esiste.”
afferma Luciana in uno dei momenti chiave del film.
La tensione tra credere e dubitare è costante: Kerekes non deride l’astrologia, né la celebra ingenuamente; la sua posizione è mediatrice, curiosa, rispettosa. Ciò consente agli spettatori di entrare nel film con diverse chiavi interpretative, senza che venga loro imposta una lettura monolitica.
Un punto critico, secondo alcune recensioni, è il ritmo: il film può apparire lento, episodico, e talvolta manca di una coesione narrativa forte.
Nonostante i suoi limiti, però, Wishing on a Star vince in coerenza emotiva e sensibilità. È un film che aspira meno alla risposta che alla domanda, meno al finale cerimonioso che al percorso interiore.
Valore per un festival come Pianeta Mare
Se pensiamo al contesto del Pianeta Mare Film Festival, che spesso esplora il rapporto fra uomo e natura, confini geografici, viaggio, trasformazione, Wishing on a Star trova uno spazio privilegiato. Il mare, spesso implicito nei viaggi, negli spostamenti, nel contatto con l’alterità, diventa metafora di ciò che è al di là del conosciuto, del prevedibile. Le rotte astrologiche di Luciana possono essere viste come parallele mentali ai percorsi marittimi, con la stessa tensione verso l’ignoto e la navigazione dell’anima.
Il film offre al pubblico la possibilità di riflettere su come il desiderio, l’amore, il cambiamento, la liberazione possano diventare motore di viaggio, fisico e spirituale. E lo fa con leggerezza, delicatezza e ironia, senza retorica. Nel programma di un festival che valorizza il cinema come esperienza di scoperta, Wishing on a Star può essere occasione di incontro: discussioni su quanto siamo disposti a lasciarci andare all’imprevisto, su quanti confini, geografici e interiori, vorremmo attraversare.
La natura ibrida del film — a metà tra documentario e finzione — stimola anche una riflessione metacinematografica: come si racconta il desiderio? Come si rappresenta l’invisibile (le stelle, l’astrale, l’intuizione) con linguaggio cinematografico? In che misura l’autore-agente entra nella materia dei personaggi?
Errare per le rotte interiori
Wishing on a Star è un film che sa stare nel sentimento e nel dubbio, un’opera che non pretende di consegnare risposte, ma di alimentare domande. Nel solco della miglior tradizione del cinema riflessivo, riesce a innestare l’elemento magico (l’astrologia, i viaggi di rinascita) in corpi reali, storie personali, fragilità quotidiane. Sebbene a volte la struttura narrativa appare elastica e lasciata affiorare piuttosto che spinta con rigore, è proprio in quella elasticità che riconosciamo la sua forza: lascia spazio allo spettatore, alla meraviglia, all’incertezza.
Per un festival come Pianeta Mare, Wishing on a Star può essere un passaggio significativo: non un film di mare esplicito, ma un film di rotte interiori, di desideri che salgono come maree, di incontri che avvengono in territori lontani e familiari. Un titolo che invita a guardare le stelle, ma con i piedi ben piantati nel presente.