Nel cuore pulsante e stratificato di Teheran, là dove la repressione si fa quotidianità e la libertà è costantemente negata, Soheil Beiraghi torna dietro la macchina da presa con Bidad, presentato in concorso al Middle East Now. Un’opera potente e profondamente politica, che si inserisce nel solco della grande tradizione del cinema iraniano, ma con uno sguardo contemporaneo sul femminile.
Bidad Una voce contro il silenzio
Protagonista del film è Seti, interpretata da Sarvin Zabetian, giovane donna che sogna di cantare, senza veli né filtri, sfidando il divieto imposto alle donne iraniane di esibirsi pubblicamente. In un Paese dove ogni forma di espressione artistica femminile è considerata un atto proibito, la sua voce diventa strumento di rivolta, poesia e sopravvivenza.
Le sue performance in strada, negli anfratti urbani, diventano veri e propri momenti di catarsi collettiva, dove i passanti si fermano, ascoltano, e vi partecipano come ai concerti rock. Un’immagine potente, che fa da controcanto alla brutalità della censura.
Una melodia che resiste
Seti è guidata da una ricerca continua della musica, il suono diventa diventa per lei anche arma e scudo. È resistenza, è grido, è identità. La colonna sonora del film si intreccia con la narrazione di una generazione che ha deciso di non abbassare più la testa. Sarà proprio la musica a guidare il suo incontro con un giovane ragazzo, una sorta di angelo custode che sembra indicarle la via per una vita diversa.
Scontro tra generazioni: madri e figlie
Beiraghi evita il facile manicheismo e racconta con grande sensibilità lo scontro generazionale che attraversa oggi l’Iran. Il rapporto tra Seti e la madre – donna fragile, alcolizzata, figlia della rivoluzione islamica – è emblematico. La madre ha interiorizzato il controllo e la repressione, mentre Seti li sfida apertamente.
Emblematico il ruolo dei capelli femminili: simbolo della femminilità che il regime vorrebbe cancellare. Seti se li taglia da sola, come gesto di libertà. La madre li porta corti, maschili, in un atto non di ribellione ma di auto-negazione. Due modi opposti di sopravvivere alla stessa violenza sistemica.
Arte come dissenso
Nonostante la repressione politica, la censura e le condanne – lo stesso Beiraghi ha subito una sentenza di oltre 4 anni di carcere, poi commutata in multa – il cinema iraniano continua a parlare. A registrare gli umori, i traumi, le speranze di un popolo che impone la sua voce.
Con Bidad, l’arte torna ad essere strumento di dissidenza e libertà, come lo è stato nella storia del grande cinema iraniano, da Abbas Kiarostami a Jafar Panahi.
Un coro che non si arrende
Anche se il ritmo della narrazione risulta a tratti disomogeneo e la sceneggiatura tende ad essere particolarmente didascalica, un filo conduttore lega Bidadad altre storie nate da questo contesto: la vitalità nascosta di una gioventù iraniana che rifiuta il silenzio. Ragazze che smettono di indossare l’hijab per vestirsi della propria identità, l’utilizzo dei social network come forma di denuncia collettiva, esperienze affettive fuori dalle norme imposte: nonostante la teocrazia dichiari di essere più forte che mai, qualcosa si muove, dall’interno.
Un film necessario
Bidad è un film necessario. Urgente. Politico. Umano. Un’opera che afferma il diritto di esistere, cantare e sognare, nonostante tutto. Nel canto di Seti c’è la voce di un’intera generazione che, finalmente, vuole essere ascoltata.