Mentelocale. Visioni sul territorio
‘Until We Rest’: un documentario che seppellisce l’indifferenza
Published
4 mesi agoon
Until We Rest è un documentario libanese diretto da Ghina Abboud, regista libanese nota per opere come Light, Robert, Permission e Youssef . I suoi cortometraggi esplorano dinamiche personali e sociali nel Libano post-bellico. La regista firma qui il suo lavoro più ambizioso, un ritratto crudo e intimo della diaspora siriana in Libano, terra che lei stessa conosce profondamente.
In un’epoca in cui i documentari sul Medio Oriente rischiano di cadere in stereotipi sensazionalistici o narrazioni paternalistiche, Until We Rest si distingue per la sua economia narrativa e la sua capacità di elevare storie individuali a parabola universale.
Il film verrà proiettato al Festival mente locale – Visioni sul territorio, che si terrà dal 25 ottobre al 2 novembre.
Ghina Abboud
Una storia semplice ma profondamente stratificata
Inad, un rifugiato siriano sessantenne stabilitosi in Libano, decide di opporsi al destino e all’ingiustizia sistemica che affligge la sua comunità. La sua missione è trovare un terreno nella valle della Bekaa – una regione libanese fertile ma sovraccarica di campi profughi siriani – per creare un cimitero dedicato ai morti siriani, i cui corpi spesso giacciono insepolti o in spazi precari a causa di restrizioni burocratiche e discriminazioni.
A sostenerlo c’è Sobhie, una donna libanese quarantenne che incarna un ponte di empatia tra le due nazioni. In un gesto di solidarietà estrema, ha un giorno aperto la tomba di suo figlio defunto per seppellirvi il corpo di un bambino siriano, la cui famiglia non riusciva a trovare un posto dignitoso per l’eterno riposo.
Un flusso organico ben rappresentativo
La narrazione, come si evince dal approccio documentario di Abboud, non segue una struttura lineare, ma un flusso organico che intreccia interviste, footage osservazionale e momenti di tensione quotidiana. Sequenze girate nella polvere della Bekaa, con Inad che bussa alle porte di autorità locali e proprietari terrieri, affrontando rifiuti silenziosi o ostili, mentre Sobhie media con una tenacia materna che trasuda dolore personale. Il film, ambientato nel Libano del 1991 ma con echi contemporanei della crisi siriana del 2011 e oltre, evita il sensazionalismo. Non ci sono immagini shock di cadaveri o campi di battaglia, ma un focus intimo sul “dopo”, sul lutto negato che perpetua il trauma. Questa scelta rende la trama un viaggio di redenzione personale. Inad e Sobhie non sono eroi idealizzati, ma figure ordinarie che, attraverso la ricerca di terra fertile (simbolicamente e letteralmente), reclamano agency in un sistema che li ha ridotti a fantasmi viventi.
Tra regia, stile e fotografia
Ghina Abboud dimostra una maturità registica che affonda le radici nel suo background di casting director e attrice: sa dirigere non solo macchine da presa, ma corpi e sguardi. La fotografia di Pol Seif – già collaboratore della regista in progetti precedenti – è magistrale nel catturare la dualità della Bekaa. I campi verdi che contrastano con barriere di filo spinato e tende sdrucite, simboleggiano la prossimità tra vita e negazione. Le inquadrature sono spesso ampie e statiche, quasi a emulare il peso della terra stessa, interrotte da close-up su mani callose o lacrime trattenute, che umanizzano Inad e Sobhie senza ricorrere a musiche enfatiche. Il sound design di Haitham Atmeh privilegia rumori ambientali: vento tra gli ulivi, pale che scavano, voci che sussurrano preghiere.
L’editing di Shirine Raffoul è fluido ma non manipolatorio, con transizioni che legano il passato personale dei protagonisti (il lutto di Sobhie per il figlio, forse legato alla guerra civile libanese degli anni ’70-90) al presente collettivo della diaspora siriana. Abboud, scrivendo anche la sceneggiatura, infonde un tocco poetico: il titolo evoca non solo il riposo eterno, ma una lotta instancabile contro l’oblio. Rispetto ai suoi corti precedenti, come Permission (che esplora consensi familiari in un Libano conservatore), qui la regista amplia lo sguardo, passando dall’intimità domestica a una geografia politica, senza perdere quel realismo maghrebino che rende i suoi film così radicati nella realtà quotidiana.
Il significato culturale
Al cuore di Until We Rest pulsa una critica feroce all’apartheid della morte. In Libano, i rifugiati siriani (oltre 1,5 milioni dal 2011) affrontano non solo la precarietà della vita, ma l’umiliazione postuma, con cimiteri “etnici” o improvvisati che violano principi islamici e universali di dignità. Abboud esplora la resistenza come atto quotidiano. Inad non è un attivista con megafono, ma un uomo che, a 60 anni, riscopre la rabbia come forza vitale. Sobhie, dal canto suo, rappresenta la solidarietà intergenerazionale e interculturale. Il suo gesto di aprire la tomba del figlio è un sacrificio che trascende confini nazionali, riecheggiando temi di Insyriated (2017) di Philippe Van Leeuw, dove la convivenza forzata in spazi ristretti genera sia tensioni che legami indissolubili.
Il film interroga anche il ruolo del Libano come “terra di mezzo”. Un Paese ferito dalla propria storia (guerre civili, crisi economica del 2019-2020) che ora deve confrontarsi con l’eredità siriana. Temi come il lutto transnazionale, la burocrazia come violenza invisibile e la terra come metafora di appartenenza risuonano in un contesto globale di migrazioni forzate, dal Mediterraneo alle frontiere USA-Messico. Abboud offre un invito a riflettere: in un mondo dove i morti non cittadini sono numeri, chi custodirà il loro riposo?
Performance e aspetti umani
Pur essendo un documentario, le performance di Inad e Sobhie sono autentiche e magnetiche. Inad, con la sua stanchezza accumulata da decenni di esilio, incarna la resilienza siriana senza retorica. Sobhie, con il suo dialetto libanese misto a accenti arabi, trasmette un’empatia palpabile, frutto forse di un casting intuitivo da parte di Abboud. Non ci sono attori professionisti, ma la regia cattura momenti di vulnerabilità che rivaleggiano con le migliori interpretazioni.
Un documentario che seppellisce l’indifferenza
Tecnicamente impeccabile, il documentario beneficia della produzione Al Jazeera, che garantisce accesso a location sensibili senza compromettere l’indipendenza narrativa. La ricerca di Mohsen Chaaban, focalizzata su testimonianze autentiche, assicura che ogni frame sia ancorato a fatti, evitando speculazioni.
Until We Rest non è solo un documentario; è un atto di resistenza cinematografica, un cimitero simbolico per le storie dimenticate. Ghina Abboud, con la sua visione sensibile e radicata, trasforma un dramma locale in urlo universale. Fino a quando non riposeremo tutti, la lotta continuerà.