Archivio aperto

‘The sense of violence’ di Kim Mooyoung, la propaganda nella Corea postbellica

Quando la produzione video è una emanazione del potere a cui è sottomessa

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The sense of violence di Kim Mooyoung è un documentario di archivio presentato a Bologna tra i film di apertura del festival Archivio Aperto, alla sua 18esima edizione. Il film è passato alla Berlinale a seguire il suo esordio al Busan International Film Festival lo scorso anno.

Costruito quasi maniacalmente su di un montaggio di archivio televisivo, militare e cinematografico, mette in discussione l’attendibilità della documentazione video, spesso intesa come testimonianza di verità inconfutabile, ma evidente emanazione del potere a cui è sottomessa.

The sense of violence – Kim Mooyoung

Immagini e storia

The sense of violence è una lenta e accurata riflessione a proposito degli anni più critici della storia coreana moderna, a cavallo tra una guerra intestina e l’influenza delle potenze mondiali.

Nel grande schema del conflitto tra le due Coree, intervengono interessi politici ed economici che si abbattono come una scure invisibile sui cittadini, a tutti gli effetti coloro che pagano con la propria vita la divisione e la polarizzazione del mondo.

Attraverso l’analisi del materiale video di quegli anni si elabora una riflessione sulle entità della propaganda e sul condizionamento che gli organi di potere hanno esercitato, di cui alcune testimonianze sono visibili ancora oggi.

Questo cammino ricco di repertorio, tra cui anche immagini potenzialmente inedite, testimonianza di conflitti e crimini, ci porta a riflettere su quanto sia ancora oscurata la verità di quei momenti. Tra i tutti, si citano i massacri di Daejeon, compiuti dagli eserciti di entrambe le fazioni nord e sud, comunisti e anti-comunisti, che hanno portato alla morte un numero imprecisato di civili compresi tra 1.500 e 7.000. Una enormità di vite svanite con il benestare di un esercito americano sempre presente.

The sense of violence – Kim Mooyoung

La dura verità

Il film è complesso, la visione pesante, accompagnata da una voce melliflua ossimoro disturbante al confronto delle citate morti per tortura. Ma è anche il mezzo con cui si vuole impedire che tutte queste testimonianze venano confuse e perse per sempre: si tenta pertanto un’analisi e la dissociazione tra quello che è l’imposizione della narrazione politica e la libertà della creazione –soprattutto negli archivi degli anni 60 e 70 sotto la dittatura di Park Chung-hee e i prodotti realizzati in precedenza, sostenitore di ideali comunisti. Per questo, The sense of violence è una visione impegnativa, con un prolifico uso delle parole che richiede una competenza storica su quel delicatissimo ventennio coreano.

Oltre alla volontà di voler rispettare i morti, torna lo spettro di quella propaganda, violenta e distorsiva, come mezzo usato da entrambe le parti a proprio piacimento. Bella l’analisi che il regista Kim Mooyoung azzarda della figura della spia donna, puntualmente gambizzata e impietosamente condannata a pene ben più crudeli dei suoi alter ego maschili.

Sul finale pare esserci una rassegnata presa di coscienza che questo strumento sia ancora pienamente contemporaneo, slittato su nuovi media, ma ben presente nelle nostre vite.

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