Archivio aperto
‘Partition’ di Diana Allan: memoria, silenzio e resistenza
Un forte senso della memoria, del trauma e della continuità storica
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2 mesi agoon
Partition, diretto da Diana Allan, è un film documentario del 2025, presentato alla rassegna Archivio Aperto, che affronta il tema della Nakba palestinese, intrecciando materiali d’archivio, testimonianze orali dei rifugiati palestinesi in Libano e un forte senso della memoria, del trauma e della continuità storica.
La Nakba (che significa “catastrofe”, riferendosi allo spostamento di massa dei palestinesi nel 1948) non viene rappresentata come un evento passato concluso, ma come un processo che continua a influenzare il presente. E in questo senso, Partition non è semplicemente un film sulla storia: è anche una riflessione sul rapporto tra memoria, testimonianza, archivio e rappresentazione.
Uso dell’archivio e immagini
Allan seleziona immagini silenziose (filmati d’archivio) provenienti da collezioni coloniali britanniche. Queste immagini mostrano, ad esempio, marce militari, situazioni istituzionali e scene di controllo, spesso con un’estetica degradante dovuta al deterioramento del film originale.
In parallelo, il documentario usa tecniche di “re-photographing” di questi materiali su 16mm, interventi manuali di manipolazione del film, variazioni visive che accentuano il senso del passaggio del tempo e della memoria che si consuma.
Sonoro, testimonianze e montaggio
Una delle caratteristiche più forti di Partition è l’uso del suono: testimonianze orali contemporanee (dal 2002 a oggi), registrate con rifugiati palestinesi, registrazioni ambientali, canzoni tradizionali, poesia. Questi elementi sonori sono in gran parte non diegetici, cioè non collegati direttamente alle immagini viste, ma dialogano con esse, le disturbano, le illuminano, le mettono in tensione.
Il montaggio è dialettico: non si tratta soltanto di mostrare il passato e poi il presente come due entità separate, bensì di farle intrecciare, di mostrare come il presente continui a essere segnato da ciò che è stato, e come il trauma e la memoria persistano attraverso le generazioni.
Durata, formato e linguaggio visivo
Partition dura circa 61 minuti, è in bianco e nero, con audio 5.1, girato in arabo con sottotitoli in inglese.
Il bianco e nero non è solo scelta estetica, ma suggerisce una certa astrazione, un distanziamento che però non riduce l’impatto emotivo: al contrario, amplifica la tensione tra ciò che è visivo (immagini d’archivio, frammenti silenziosi) e ciò che è udito (voci, canzoni, testimonianze).
Memoria, silenzio e oblio
Uno dei temi centrali è la memoria contro l’oblio: Partition chiede chi parla, chi è stato ascoltato, chi è stato invisibilizzato nella narrazione storica dominante. Le immagini archiviate, raccolte da fonti coloniali, rappresentano una visione spesso unilaterale, di dominio, di potere; le testimonianze sonore agiscono come contro-narrazione, come voce che reclama spazio.
Inoltre, il documentario riflette sul silenzio: ciò che non è registrato, ciò che è stato censurato, ciò che è permesso nell’archivio ufficiale e ciò che invece è mantenuto vivo solo nelle memorie private, nelle canzoni, nei discorsi familiari. Questo silenzio pesa, e Allan lo rende visibile, anche se non visivo.
Continuità storica e responsabilità coloniale
Un altro aspetto importante è la durata del trauma: la Nakba non è presentata come un evento isolato, ma come condizione persistente. I rifugiati raccontano del presente, delle generazioni che vivono il rifugio, dell’esilio, del fatto che la catastrofe non è stata risolta, riconosciuta, riparata.
Allo stesso tempo, c’è una domanda implicita ma forte di responsabilità: di cosa è responsabile il colonialismo britannico? Quale ruolo hanno le immagini, gli archivi che il potere ha prodotto, nel mantenere una certa versione della storia? Allan sembra suggerire che il passato coloniale è tutt’altro che lontano: è parte del presente, delle dinamiche politiche, culturali e materiali.
Estetica della testimonianza
C’è l’idea che la testimonianza non sia solo informazione, ma anche forma, estetica, rituale: le canzoni tradizionali, le poesie, le lamentele, trovano spazio nel film non come ornamenti, ma come componenti strutturali essenziali. In particolare, il canto tradizionale è visto come mezzo di preservazione culturale, come memoria che sopravvive laddove testi scritti, archivi ufficiali, fonti dominate non sempre arrivano.
Punti di forza
Uno degli aspetti più affascinanti di Partition è la sua capacità di offrire un’esperienza sensoriale e poetica che va ben oltre i confini del documentario tradizionale. Non si limita a raccontare fatti o a presentare testimonianze: Allan costruisce un tessuto audiovisivo che avvolge lo spettatore, mettendolo di fronte a immagini e suoni che si fondono per evocare emozioni profonde. In questo senso, la pellicola si distingue per l’uso originale del suono, che diventa un vero e proprio protagonista. Le voci dei rifugiati, i canti tradizionali, i rumori ambientali non sono semplici accompagnamenti, ma parte integrante del discorso filmico: ci obbligano a rimanere in ascolto, ad assumere un ruolo attivo nel processo di ricezione.
A rendere l’opera ancora più solida è il rigore con cui Allan affronta il tema. Non va dimenticato che la regista è anche antropologa e co-fondatrice del Nakba Archive: questo significa che ogni testimonianza, ogni frammento d’archivio e ogni scelta narrativa nasce da una lunga esperienza di ricerca sul campo. La sensibilità etnografica traspare in ogni sequenza, conferendo al film un peso etico che lo rende credibile e rispettoso delle persone coinvolte. Non si tratta mai di spettacolarizzare il dolore, ma di restituirne la dignità attraverso linguaggi e forme nuove.
La scelta del bianco e nero, il ritmo contemplativo, la qualità del suono multicanale: tutto concorre a trasformare la visione in un’esperienza che coinvolge non solo l’intelletto, ma anche il corpo e le emozioni dello spettatore. Partition non si guarda passivamente, ma si attraversa, lasciandosi trasportare da suggestioni che rimangono impresse anche molto dopo la fine della proiezione.
Limiti e critiche
Non si può ignorare che Partition richieda un certo impegno da parte del pubblico. La sua struttura, volutamente lontana dalle convenzioni del documentario classico, potrebbe spiazzare chi è abituato a un racconto lineare e diretto. Le immagini mute, i frammenti d’archivio senza spiegazioni didascaliche, le sovrapposizioni sonore che non sempre coincidono con ciò che vediamo: tutto questo può risultare ostico per uno spettatore meno avvezzo a linguaggi sperimentali. È un film che non concede facili appigli e che, proprio per questo, può essere percepito come “difficile”.
Un’altra possibile critica riguarda la distanza che in certi momenti si crea tra lo spettatore e le storie narrate. La scelta di Allan di non mostrare sempre i volti delle persone che parlano, o di lasciare alcune parti non tradotte, rischia di accentuare questa distanza. Da un lato è una decisione coerente, perché rispetta la natura frammentaria e talvolta silenziosa della memoria; dall’altro, però, può ridurre l’immediatezza emotiva che alcuni spettatori si aspettano da un documentario sulle testimonianze dirette. È un equilibrio delicato, che non sempre risulta perfetto.
Infine, va considerato il ritmo dell’opera. Sebbene non superi l’ora di durata, Partition si prende tempi lenti, meditativi, che invitano più a riflettere che a “seguire una trama”. Questo è sicuramente un pregio dal punto di vista della coerenza artistica, ma può rappresentare un ostacolo per chi cerca un film più dinamico o narrativamente più esplicito. In certi passaggi la sensazione è che la visione si dilati oltre il necessario, e questo può portare a un senso di stanchezza. Tuttavia, bisogna riconoscere che questa lentezza è parte integrante del messaggio stesso: fermarsi, sostare, ascoltare, sono azioni indispensabili per entrare davvero in contatto con il trauma e la memoria che il film vuole trasmettere.