In Sala
‘The Life of Chuck’: distopie esistenziali aspettando l’Apocalisse
Da un racconto di Stephen King
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2 mesi agoon
Mike Flanagan reinterpreta per il grande schermo l’opera omonima del “Maestro del brivido” Stephen King: un racconto visionario, ricco di suggestioni poetiche, verità metafisiche e intime, restituendo alla narrazione filmica la potenza della parola scritta. Miglior film a Toronto 2024, esce nelle sale italiane il 18 settembre, distribuito da Eagle Pictures.
Chi è Chuck Krantz?
The Life of Chuck si divide in tre atti che seguono la storia in un ordine cronologico inverso. A ritroso. Il terzo atto, quindi il primo del film, ci mostra un futuro distopico: il mondo, anzi, l’intero universo sta collassando. Siamo nell’aula di una scuola quando si verificano i primi allarmanti segnali di una catena di eventi irreversibili. Il professor Marty Anderson (Chiwetel Ejiofor) si affida alla massima espressione del raziocinio per decodificare il reale e spiegare l’incomprensibile, la matematica. Perché essa, afferma, ‘non mente mai’. È calcolo, ispirazione, arte. Verità. È l’estremo e illusorio tentativo di controllare l’inevitabile.
La minaccia è reale e inesorabile: interi continenti rischiano di scomparire a seguito di gravi anomalie climatiche e ambientali, internet e tutti i mezzi di comunicazione smettono di funzionare, le città sono nel caos più totale, nessuno sa cosa stia realmente succedendo. La fine si avvicina. E mentre ognuno abbraccia un destino che sembra ineluttabile, c’è un nome, un volto che continua a comparire sulle insegne luminose, sui cartelloni, nelle pubblicità televisive.
L’uomo in questione è Chuck Krantz, un tipo ordinario, comune, probabilmente un contabile. La sua espressione non tradisce particolari emozioni: è lì con la faccia di Tom Hiddleston che accenna forse un sorriso, o una smorfia e, accanto a lui, campeggia il suo nome e un numero, 39, che indica sua età. Qualcuno pare ringraziarlo per i suoi 39 meravigliosi anni. Probabilmente, è l’azienda per cui lavora. O almeno, è quello che tutti pensano.
Ma nessuno lo conosce. Persino in cielo appare una scritta tra le nuvole che riporta il suo nome e lo stesso messaggio. Tutti si domandano: Chi è Chuck Krantz? Perché continua a comparire quando tutto intorno (persino le stelle) si sta spegnendo?
Qualcuno crede che si tratti de il mago di Oz dell’Apocalisse.
La danza di Hiddleston
Nel secondo atto, entriamo letteralmente a passo di danza nella vita di Chuck Krantz. Un giorno qualunque, l’uomo si sta dirigendo a passo spedito ad una riunione di lavoro.
Poi il suono di una batteria di una giovane artista, ad un angolo di strada, riaccende in lui un’antica memoria d’infanzia. Chuck inizia a danzare, coinvolgendo una sconosciuta e lasciando tutti i presenti piacevolmente stupiti dal suo talento.
Tom Hiddleston ci delizia in una lunga scena memorabile. Non sapevamo nulla di Chuck fino a quel momento della storia, eppure in quella lunga sequenza, Hiddleston ne incarna lo spirito. Una danza liberatoria, gioiosa, apparentemente priva di senso e surreale.
Il secondo atto sembra totalmente sganciato dal primo, anche nei toni e nel genere. Ma è tutto funzionale alla storia. Flanagan, esperto conoscitore di King (ha già diretto Doctor Sleep e Il Gioco di Gerald) esplora gli abissi e le vette dell’esperienza umana, rappresentando la morte come parte imprescindibile di quella esperienza.
Perché dietro le porte chiuse delle nostre paure, c’è sempre lei, la morte. Sia essa il buco nero che inghiotte una stella che un cuore che smette di battere.
“Sono vasto, contengo moltitudini”
Difficile, se non impossibile, parlare di questo film senza cadere nella trappola dello spoiler o dello ‘spiegone’. Tenete, però, bene a mente gli ultimi versi della poesia di Walt Whitman, Il canto di me stesso, che ritroviamo nel primo e nel terzo atto, in due momenti temporalmente distanti della storia:
“Sono vasto, contengo moltitudini.”
Trasporre questo racconto di King, per Flanagan (ma lo sarebbe stato per chiunque) è impresa ardua. Non a caso, la voce di Nick Offerman, ci segue passo passo nella narrazione. Questo perché The Life of Chuck è, indubbiamente, un’opera complessa, stratificata e profonda. Un’opera che per i vari livelli di narrazione e significato che contiene, è destinata alla forma scritta e, di conseguenza, poco si presta a una rielaborazione cinematografica.
Il terzo atto assume un tono nostalgico a cui si aggiunge un tocco fantasy e soprannaturale: conosciamo meglio il misterioso personaggio Chuck (Benjamin Pajak; Jacob Tremblay), ripercorrendo la sua infanzia e la sua adolescenza. Ritorna anche il contesto scolastico, in cui è ambientata la prima scena del film, un luogo chiave, epifanico, che racchiude il senso della storia.
Il film secondo Hiddleston
Tom Hiddleston che nel film, oltre a regalarci un’altra brillante prova attoriale, ci mostra tutto il suo talento da ballerino -facendo impallidire al suo confronto Ryan Gosling nell’iconica scena di La La Land –, ha espresso il suo personale parere sui social, a proposito di The Life of Chuck. Ci dice che il film affronta varie tematiche: la famiglia, la connessione, la magia dell’ordinario e del quotidiano. Ma è anche, un film sulla danza, sulla gioia, sul coraggio e la connessione di cui abbiamo bisogno quando il mondo attorno a noi sta crollando. Sulla vastità dell’universo e della nostra anima. È un film su cosa ricorderemo e su chi vorremmo accanto negli ultimi giorni della nostra vita.
È un film sulla bellezza e il respiro dentro l’anima di ogni essere umano, le moltitudini che conteniamo.
Se immaginassimo The Life of Chuck come un grande quadro, talmente grande da occupare un’intera parete, di sicuro una visione d’insieme ci servirebbe per abbracciare l’opera nella sua totalità, ma è solo nel particolare, in quel dettaglio ripetuto, in una sfumatura di colore che possiamo coglierne la bellezza e la profondità.
A una dimensiona lirica, interiore, personale ne corrisponde una collettiva, universale, esteriore.
Perché la vita, così come la morte, è mistero e ognuno di noi ha il diritto di essere meraviglioso.
Di concederci, almeno una volta, quel breve, intenso, magnifico istante di caos in cui partorire una stella danzante.