FESTIVAL DI CINEMA

‘Dal mio punto di vista’: così tanto Napoli non è mai stata guardata

Sconfiggere l’apatia con l’immaginazione

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Mentre appaiono e scompaiono i titoli di testa, alternandosi, al nome del regista, quelli del supervisore 3D, degli attori, e del protagonista, la realtà si de-compone davanti a noi, divenendo oscurità e luce, in bianco e nero. La realtà è dissolta, ma possiamo vederne i contorni, come l’aspirina nel bicchiere d’acqua che, per un po’ ancora, è facile distinguere dall’effervescenza, finché non si scioglie e scompare.

Ma ciò che apprendiamo per sagome e indizi a inizio film, non fa la stessa fine dell’aspirina. Anzi. All’improvviso, si ricompone, torniamo a vedere la realtà nei suoi colori, nelle sue forme nette, nitide, e con un sospiro di sollievo torniamo anche a vedere gli odori, i versi dei gabbiani, il rumore del mare e l’aria che sa di sale. Così tanto, Napoli non è mai stata vista. Tanto intensamente, una volta usciti da quel tunnel di particelle che rendevano percepibile ma non afferrabile il reale dentro – in mezzo, sopra, sotto – cui camminavamo, ci viene rivelato l’ambiente, che quasi ne restiamo accecati.

E mentre ci riabituiamo, con fatica, a guardare il sole al tramonto, alla luce che passa attraverso le ciglia e si intrattiene calda sul volto, conosciamo Ivan, e dal suo punto di vista torniamo a vedere, ad assaporare, a odorare, quanto ci sfugge mentre passeggiamo per strada, corriamo a lavoro, chiacchieriamo o ci beviamo un caffè. Rallentiamo il tempo, allora la pioggia ci sembra faccia un rumore diverso quando cade.

11° Festival Visioni dal Mondo

Il ‘cinema del reale’ ritorna con l’undicesima edizione del Festival Internazionale del Documentario Visioni dal Mondo, punto di riferimento milanese (e internazionale) del cinema documentario che va oltre il reale, per indagarlo con le armi della ripresa dal vero. 36 titoli in quattro sezioni che rispondo al tema scelto quest’anno, “Un passo in più”. L’ideatore e presidente, Francesco Bizzarri, ha parlato così nell’intervista a Taxi Drivers:

«Siamo un festival internazionale, ma la nostra identità è profondamente legata all’Italia, e a Milano in particolare. Ogni anno presentiamo anteprime mondiali e film da tutto il mondo, ma non dimentichiamo la nostra missione: sostenere e promuovere il cinema documentario italiano, soprattutto quello che racconta storie vicine a noi, nella nostra città.»

Dal mio punto di vista è uno dei trentasei, portato nella sezione Concorso italiano – Lungometraggi, e racconta un’episodio di vita di Ivan Dalia, musicista, cieco, e scopritore di una bellezza del mondo da molti dimenticata. Assieme a lui, e alla regia, c’è Roberto Marra (Rapsodia, corto 2021; A passo due, corto 2023; Golia, 2023), al montaggio Adriano Testa (regia di Rovine, 2022) e, tra gli attori, personaggi o comparse: Giobbe Covatta, Pietro De Silva, Gianni Ferreri. Il lungometraggio, del 2025, è prodotto e distribuito da Rhapsodia Film di Roberto Marra.

Sinossi del festival

Ivan è un musicista cieco dalla nascita che vive a Berlino. Torna nella città di origine, Napoli, per sostenere l’ultima serie di esami genetici che gli confermeranno o meno la possibilità di sottoporsi ad un intervento sperimentale che potrà donargli la vista, ma dovrà fare i conti con la consapevolezza di un ipotetico futuro a colori e la coscienza di un passato di suoni e ombre. Prima di aprire l’esito degli esami, Ivan inizia una passeggiata inclusiva nelle viscere di Napoli, ripercorrendo, aneddoticamente, parte della sua esistenza.

Com’è buono questo caffè

Avanti e indietro, tempo avanti e tempo indietro. Un tira e molla tra primissimi piani addosso ai personaggi e panoramiche lente che sorvolano per intera Napoli. L’inquadratura si sposta da vicinissima a lontanissima, ma sempre ci fa scorgere qualcosa: un dettaglio, visivo o sonoro, che ci avvicina, al tempo stesso allontanandoci, da esso. Immagini e suoni paiono accostati l’uno all’altro, ma si rivelano in realtà due dimensioni diverse. Due mondi che funzionano ciascuno con regole proprie, conciliabili, armonizzabili, accordabili come strumenti di un liutaio. Ma sempre, sempre, distinti. Infatti, avvertiamo il garrito di un gabbiano, dentro l’orecchio, come se ci parlasse da sopra la spalla. Invece, ci voltiamo sorpresi da quel verso così distinto, e ne vediamo l’animale, una macchia minuscola, che dal distante ricambia il nostro sguardo. Ciò che al suono pare vicino, all’immagine sembra l’opposto.

Ivan beve un caffè, ma non ne beve l’immagine. Ne gusta il gusto, ne odora l’odore, ed esclama, com’è bello ‘sto caffè!, e intanto noi ne sentiamo anche il suono: gulp!

Con Dal mio punto di vista, parliamo di punto di vista, sì, ma soprattutto degli altri quattro sensi. Forse, grazie al film, li usiamo tutti e cinque più di quanto faremmo quotidianamente. È davvero buono questo caffè.

La realtà immersiva vista da un cieco

«Dal mio punto di vista nasce dalla volontà di esplorare come percepiamo la realtà. (…) L’approccio immersivo mira a restituire le sensazioni di Ivan e a sfidare i preconcetti dello spettatore.» (nota di regia)

Ciò che appare a un senso, appare alla mente, quadruplicato in potenza. Il docufilm, che racconta la vita di un cieco dal punto di vista dello stesso cieco, ci fa immergere nella sua Napoli, ci parla di una città dalle strade, dai sacchi della pattumiera, dalla gente sconosciuti. I nostri sensi ci aiutano a conoscerli, diventando estensioni di noi stessi, prolungamenti che vanno oltre ciò che è superficiale, e che con la coda dell’occhio ci capita ogni tanto di vedere. Ma non di incidere nella memoria. Invece, per Ivan, accendere lo statico del televisore è aprire un cassetto della sua mente, tirarne fuori i ricordi come fa un bambino con i suoi giocattoli, lasciarsi trasportare dall’immaginazione. Immaginare ci viene difficile: ci affidiamo a quello che vediamo, aggrappati all’ancora di certezza che stiamo mettendo i piedi dove tocchiamo, dove possiamo distinguere il marciapiede dal pavimento di casa.

Ivan esce di casa, poi fa un passo in più: il suo naso si riempie di aromi, i suoi timpani vibrano di rumori, la lingua tasta l’aria e le dita saggiano un venticello leggero, che indica che fra poco pioverà. Abbandonata l’ancora, la barchetta di Ivan galleggia sul pelo dell’acqua, scorre a destra e a sinistra, traballa, è incerta, ha paura. Con tutto ciò, a prua alta, affronta la marea. Clacson, voci, miagolii di gatti, tacchi sull’asfalto, acqua che scorre, il caffè è pronto. Per un cieco, «è come essere nel tubo di un trombone», dove tutto si mescola, si esclude, si copre; e poi, «tutto si dilata». Allora, viene più facile distinguere.

Le dita sul pianoforte

Le dita diventano tasti del pianoforte, nell’intimità della seduta psicoanalitica, come il bastone bianco che usa come radar per ritrovare se stesso, in mare aperto. Anche il bastone è estensione del suo braccio e della sua mente, come pure è lo strumento che si muove a ritmo con i suoi passi, in simbiosi perfetta. La punta di grafite che scarabocchia sul tavolo, la tv che apre la mente ai ricordi, il vecchio centralino che connette due persone telepaticamente. Se Ivan non può parlare attraverso gli occhi, balbetta nel provarci, allora può far ascoltare una melodia classica, o il ticchettio del trasmettitore che rintraccia le mattonelle divelte, o può disegnare un grande “Z” di Zorro, che era il suo programma preferito da piccolo.

Ma più Ivan cavalca le onde, più si allontana dalla sua spiaggia. Infine, dovrà farvi ritorno, e finalmente pioverà quando lo farà.

Intimo e sfidante

Dal mio punto di vista è un esercizio che mette alla prova i sensi di chi non li ha mai usati nella maniera giusta. Intimo e sfidante, incoraggia a farne buon uso quotidiano. Di Ivan scopriamo il privato, la casa dei genitori, l’appuntamento con la dottoressa Di Ioro, la seduta dalla psicanalista. Nei gesti, nelle inquadrature, nelle prospettive sembra quasi anche a noi di parlare con questi personaggi reali. La mamma di Ivan, seduta al lato della tavola apparecchiata, frontale all’obiettivo, come a una cena in famiglia; vista dal basso, come attraverso gli occhi incantati del figlioletto che cerca conforto abbracciato al vestito di lei, che gli parla con affettuoso rimprovero e apprensione. Il papà, che a ogni scena sta aprendo baccelli, togliendone i frutti, in un’azione ripetuta, allo stesso modo di quando ripensiamo a una persona e ci fissiamo su cosa faceva sempre nei nostri ricordi.

Al tempo stesso, Ivan ci sfida a indossare le sue scarpe, quelle che lui usa tutti i giorni. Ci porta nei bisbigli che origlia, nei profumi che annusa, nelle mani che tocca. In tutto questo, la battigia che ancora lontana, Ivan può permettersi di perdersi ancora per un po’.

Come alla Cléo di Agnès Varda, la metropoli – in quel caso Parigi, nel nostro i quartieri di Napoli – si apre al protagonista, che si fa inghiottire pur di non arrivare alla verità. Da una parte l’attesa, dall’altra il rimandare l’inevitabile. L’esito di un esame, che dirà se lei vivrà o morirà, e se lui potrà godersi anche i colori della vita.

Il taglio lirico di luci, di ombre, di quadri, cinematografico, e quasi immaginifico a volte, che si infrangono sulle coste frastagliate di una vita colta in un suo episodio di climax, è lo stimolo che ci porta ad andare oltre ciò che vediamo. A levare anche noi l’ancora e salpare nel mare dell’incertezza. Della libertà.

«A volte ci vuole poco per cambiare i colori della vita. A volte.»

 

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