Anche quest’anno torna a Bologna Archivio Aperto. Un’occasione preziosa per gli amanti del materiale d’archivio come veicolo di storie. Storie passate, presenti, future. Lineari e non. Narrative o al confine degli spazi liminali tra le fondamente umanistiche della cultura umana.
Nelle proiezioni corte Locas del ático di Tamara García Iglesias.
Le donne possiedono i luoghi, gli uomini li attraversano.
In Locas del ático il lavoro di risemantizzazione archiviale parte da un incontro -reale o fantastico- tra Marguerite Duras e Jaques Lacan.
Il cortometraggio, appena sedici minuti, si suddivide in tre variazioni su di un tema.
Nella prima Duras e Lacan parlano in un caffè dell’ultimo libro di lei, Il rapimento di Lol V. Stein. Nell’immagine degli alberi autunnali, umidi nel loro riflesso sull’acqua, le due figure non compaiono allo sguardo ma la costruzione del loro incontro rendono lo scambio un’immagine mentale. Abbiamo visto le due figure, le immaginiamo tra le foglie e il cielo in bianco e nero.
La seconda sezione è un erbario, una pinacoteca dell’isteria femminile così come il suo creatore la immaginava, la vedeva e la pubblicizzava. Le pazienti diventano modelle di una rivista in carta albumina. La dissezione fotografica trova un contrapposto caldo di movimento nel particolarissimo materiale filmato di un casting del 1917 a Buenos Aires.
Provini analogici della pazzia inventata.
Nella terza sezione l’agentività (e non) dello sguardo femminile si divide in dialogo con uno split screen: l’immagine a metà, come nello sguardo, come nei matti.
Gli occhi femminili, organi sentimentali e sessuali, ci parlano, per la prima volta dalla loro realizzazione, di una prigionia millenaria. Dall’autunno del principio entriamo nella primavera: fiori si schiudono sulla pellicola e il messaggio sembra esser stato inviato.
Per Lacan occhio e sguardo erano parti di un ordinamento esperienziale distinto: l’occhio vede ciò che è possibile ove lo sguardo cerca quello che non può vedere.
Locas del ático ci chiede di usare lo sguardo per seguire una storia infinita che ha attraversato il corpo femminile nel suo essere visto e guardando, assunto, posseduto e comandato. Con una ricerca d’archivio espansa e transnazionale che passa, tra i tanti, in Inghilterra, Francia, Italia, Argentina e Stati Uniti, gli occhi delle donne e le loro parole, accessibili solo in uno spazio altro, ci raccontano una resistenza silenziosa, come i film muti.
Vi è in questo lavoro un’incredibile qualità trasformativa.
Un saggio riflessivo che ci parla del soffocante controllo maschile sui corpi femminili, della loro egemonia su pensieri e parole ma anche della volontà di liberarvisi, e non solo.
Vi è un arguzia e un’ intelligenza femminile, una sottesa capacità di riprendere in mano le redini di un gioco serissimo. Le donne sono state l’oggetto dello sguardo. Una questione soffocante, quasi dolorosa ma sui cui agisce in Locas del ático una magica potenza di liberazione.
Il mio corpo è stato il tuo primo cinema. Ma io non sono mai stata tua.