Giornate degli Autori
“Memory”: gli orrori delle guerre postsovietiche
Intervista a Vladena Sandu, in concorso alle Giornate degli Autori con il suo autobiografico “Memory”
Published
3 mesi agoon
Memory è un film profondamente intimo, in cui la regista Vladena Sandu rievoca il tempo della sua infanzia e adolescenza, diviso fra la natia Ucraina e la Cecenia dei nonni, all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Sono anni infelici e tragici, sotto un sistema educativo profondamente repressivo, che passa dalla famiglia alla scuola, culminando nella mattanza dell’invasione russa nei confronti dell’autoproclamata Repubblica di Cecenia. Memory è un film ostico, durissimo per i temi che affronta e per lo stile scelto dalla regista, tra documentario, film di fiction e videoarte, una composizione audiovisiva ricercata e sofisticata.
In occasione delle Giornate degli Autori, dove il film ha aperto il concorso, abbiamo avuto l’occasione di approfondire tutti questi argomenti con Vladena Sandu.
Come hai rimesso insieme questa memoria lontana nel tempo? Hai recuperato diari, li hai scritti dopo o è riemerso tutto in fase di sceneggiatura?
Direi che ci sono tre strati di questa mia memoria. Il primo, i miei diari. Il secondo è venuto fuori facendo terapia, in particolare usando l’ipnosi: durante le sedute ho registrato la mia voce, quello che dicevo. Il terzo strato di questo recupero del passato è stato fatto chiedendo a una mia amica di farmi domande, anche molto precise, su quello che mi era accaduto.
È stato difficile recuperare il materiale storico d’archivio?
Ho fatto una lunga ricerca. Tutto era nella sceneggiatura e sapevo esattamente cosa volevo, che tipo d’immagini. Uno dei miei amici, ceceno, aveva un suo proprio archivio, del materiale in vhs, che ho usato nel film. Qualcosa ho trovato anche tra i ricordi della mia famiglia. Complicato è stato avere i materiali dagli archivi ufficiali e i permessi a girare nei luoghi. Così abbiamo pensato di presentare una storia diversa, un’idea di film patriottico. È andata così: ho creato una sceneggiatura finta per il Ministero della Cultura in Russia e per quello in Cecenia. Loro l’hanno accettata, dandomi il via libera. Ho inventato che il film sarebbe stato su mio nonno, un eroe della seconda guerra mondiale, che aveva costruito la sua casa a Grozny. Ho raccontato quanto volessi bene a mio nonno, il desiderio di costruire un monumento in suo onore.
Memory è soprattutto un film di montaggio. Quanto ci hai messo a prepararlo?
Lo sviluppo è iniziato nel 2017, ma l’idea è di molto precedente, almeno sin da quando studiavo alla Scuola di Cinematografia. È un po’ il film della mia vita.
Tanto nel film rimanda al mondo infantile: le bambole, il teatro dei pupazzi. È il ritorno del rimosso o una scelta drammaturgica anche legata al budget?
Non è stata una questione di budget, anche se era tutt’altro che elevato. La scelta era invece legata al concetto principale del film. Cosa vogliono i bambini? Giocare con i palloncini, non importa cosa succede intorno. È il ricordo di me stessa in quel periodo: per quanto tutto fosse drammatico, ogni volta cercavo di giocare, usando quel che avevo. L’aspetto teatrale ha per me un significato specifico. Mia madre era un’attrice. Sono cresciuta a teatro, lei mi ci portava sempre. Per me è uno spazio speciale. È poi il concetto shakespeariano per cui tutto il mondo è teatro. Nel momento in cui mi sono posta il problema di come ricostruire quella memoria infantile, la risposta è stata il gioco, proprio di quell’età. È stato un po’ come fare arte terapia. La domanda del film è: come possiamo trasformare la violenza attraverso l’arte? E come posso condividere la mia esperienza traumatica? Se abbiamo subito un trauma, tendenzialmente useremo quest’esperienza per produrre un nuovo ciclo di violenza. Come si può fermare tutto questo? Come si può spezzare questo circolo di violenza? Noi abbiamo la possibilità di usare l’arte come strumento per trasformare la violenza in qualcos’altro. Questa è stata la mia vendetta nei confronti della rabbia verso il mondo che quei traumi generano. Non è stato facile. Ma mi sento sempre meglio. E posso condividere la mia conoscenza.
Nel film compari varie volte, con una presenza scenica notevole. Com’è stato dirigersi e rivedersi sullo schermo?
Non è la prima volta che sono anche dall’altra parte della macchina da presa. Lo avevo già fatto nel cortometraggio Holy God (2017), che era il mio saggio di laurea all’Istituto Statale di Cinematografia di Mosca, il VGIK, il posto migliore dove si possa imparare cinema nello spazio post-Unione Sovietica. Ci ha insegnato anche Sergej Eisenstein ed è dove hanno studiato Andrej Tarkovskij, Sergej Paradžanov, Nikita Michalkov. Per Holy God mi sono ispirata a un’idea di Ingmar Bergman. In L’ora del lupo, Liv Ullman parlava direttamente alla telecamera di quello che stava succedendo, di quello che era successo. È quello che faccio anch’io. Così parlo con tutto il pubblico. Non solo con le persone che guarderanno il mio film ora, ma anche con quelle che forse lo faranno tra 200 o 500 anni. Una conversazione con la Storia, come quella che noi facciamo con i classici della pittura, ogni volta che ci affacciamo ad ascoltare l’arte del passato.
Come si convive con tutti gli orrori che hai visto e vissuto?
Dopo che sono scappata dalla Cecenia ho avuto un forte disturbo da stress post-traumatico. Era molto difficile ricominciare. Se vivi e cresci durante il tempo di guerra, la tua adrenalina ogni giorno è a un livello enorme ed è complicato adattarsi ad avere intorno gente con la sua routine. Si ha un continuo bisogno di quella adrenalina: senza di quella, niente ha importanza. Non capisci più la vita. Vuoi solo bere alcol, usare droghe, suicidarti. O uccidere qualcuno. O tornare di nuovo in guerra. Ho provato due volte a tornare in zona di guerra. Due volte a suicidarmi. Ho usato alcol, droghe, ho provato di tutto. Sono stata anche vittima del traffico di esseri umani. È stato un processo lungo, ma adesso mi piace la mia vita. All’inizio, però, l’esistenza di tutti i giorni era un delirio senza l’adrenalina cui ero abituata. È un problema comune per chi è cresciuto in zone di guerra: come riuscire a trovare un modo per vivere una vita normale? Hai presente la scena iniziale del film di Francis Ford Coppola, Apocalypse Now? Il protagonista si sta autodistruggendo con alcol e droghe nella stanza di un alberghetto. Bussano delle persone dell’esercito per chiedergli di tornare in guerra. E lui si capisce che non vedeva l’ora. Questo è il concetto di adrenalina. Per questo mia madre è morta in strada per colpa dell’alcol. Si è semplicemente persa. Molte persone fanno questo. Io ho trovato una via. Ho trasformato i miei ricordi in una storia. La Russia ha costruito una narrazione falsa sulla guerra in Cecenia. E io sono una dei testimoni.
Quanto è stato liberatorio mettersi a nudo così? E quali sono state le parti più difficili e dolorose da raccontare?
La prima cosa che mi viene in mente è la lettera che ho inviato a mia madre da Grozny, quando era in ospedale a Mosca, dopo che è stata ferita. Quella che leggo nel film è la mia vera lettera. Era difficile perché capivo quanto fossi ingenua. Scrivevo a mia madre che andava tutto bene. Sì, ogni giorno ci sono attacchi aerei, ma va tutto bene. Ho provato a suonare il pianoforte, ma le mie dita erano congelate, perché non avevamo più elettricità per il riscaldamento. Non c’erano più finestre, le avevamo chiuse con della plastica, ma andava comunque tutto bene. Descrivevo un inferno, ma con l’idea che andasse tutto bene. Ero una bambina ed ero contenta di aver guardato cartoni animati. Quanto al fatto se girare Memory sia stato liberatorio… La prima cosa che penso è che tutti i personaggi del mio film sono morti. Per me, Memory è una conversazione con loro, soprattutto con mia madre. Lei, da attrice, sognava di recitare nel mio film. Questo non si è realizzato direttamente. Ma questo tipo di energia mi ha supportato. Memory non a caso è girato nella vera casa dove sono cresciuta, a Grozny, durante il periodo di guerra. Immagina lo spirito. Una casa costruita dai miei nonni. Ogni volta che ero lì ho sentito un legame con loro. Non è, però, solo una vicenda personale, ma storica. Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, il Kgb ha solo cambiato nome, ma è rimasta la stessa organizzazione. È tutto uguale. E chi è diventato presidente? Un ex agente del Kgb come Vladimir Putin! Non importa che ci sia Lenin o Putin, è la stessa cosa. È sempre un regime con la sua opera di colonizzazione. Questo è il problema. Si è parlato di aperture e modernità per la Federazione russa dall’inizio degli anni ’90. La gente ci credeva. Tutti abbiamo avuto la possibilità di andare in Russia più facilmente, avere rapporti commerciali. Ma cos’è la Russia? Un enorme impero. Con molte colonie. Come la Cecenia, il Daghestan, la Yakutia, la Buriazia. La lista è enorme. Guarda cosa sta succedendo adesso in Ucraina. Questa “operazione militare speciale” è la stessa della Cecenia. Ma ora abbiamo internet e la possibilità di controllare. Per Putin, è una guerra contro i nazisti in Ucraina, come un tempo contro i terroristi in Cecenia. Ma è solo un proseguimento della stessa politica imperialista.
In Memory si percepisce in te non solo la paura di morire, ma anche quella di essere violentata. Quanto è stata presente la violenza sessuale sulle donne in quella guerra?
La violenza era qualcosa di quotidiano. Non solo gli stupri, ma scempi come il taglio del seno o l’estrazione degli organi. Immagina che ero una bambina e sentivo parlare di queste cose. Quindi vivevo quel periodo non solo con la paura che mi avrebbero ucciso, ma soprattutto di come mi avrebbero ucciso. Erano pensieri che si facevano. La paura principale credo fosse quello che mi avrebbero fatto prima di ammazzarmi: se mi violentavano o mi avrebbero fatto questo o quello. Ne ero terrorizzata.
In Memory c’è una colonna sonora importante: brani classici, ma anche Bob Dylan. Come hai lavorato su questo aspetto?
La colonna sonora, in Memory, è come fosse una parte dei ricordi. E questi non possono che essere qualcosa di frammentato. Non ci può essere un solo stile, per esempio la musica classica e basta. Utilizzo anche qualcosa di molto pop, come un cantante famoso in quel tempo in Russia: un po’ di questo, un po’ di quest’altro, anche tanta musica classica che ho studiato a scuola, era parte della mia infanzia. La musica ricostruisce la realtà di quel periodo. Fa parte di quella memoria. Utilizzare musiche originali sarebbe stato, in questo caso, fingere un’opera d’arte.
C’era qualche film o autore di riferimento che avevi in mente mentre giravi o pensavi a Memory?
Ci sono alcuni autori che mi hanno ispirato. Il primo è Andrej Tarkovsky. In particolare il suo film Lo specchio (1975), su se stesso. Anche sua madre ci ha recitato. È un’opera tutta su di lui, sui suoi ricordi. È stato d’ispirazione nel pormi la questione su come ricostruire i miei. Ovviamente non volevo ripetere il suo stile, non sarebbe stato interessante. Il secondo autore di riferimento è stato Sergej Paradžanov. Credo sia un artista incredibile, senza stereotipi. Ha costruito un suo linguaggio, qualcosa anche di naive. A livello formale è stato importante, perché mi piacciono i dipinti della mia infanzia. Disegnavo tantissimo da bambina e Sergej Paradžanov ha fatto dei dipinti una forma visiva. Il terzo regista a cui ho pensato è stato Pier Paolo Pasolini. Sono tre autori accomunati dal fatto di aver espresso una loro percezione del mondo. Per me questa è l’arte. La possibilità di costruire, dalla propria unicità, qualcosa di universale. Ed è anche il motivo per cui il cinema che normalmente si vede ha totalmente perso identità. Sembra tutto girato da un unico regista. Montato dallo stesso operatore e illuminato dal medesimo direttore della fotografia. Per me è interessante chi riesce a crearsi un proprio linguaggio, di cui si riconosca la firma, la percezione personale. Il resto è prodotto di fabbrica.
Le guerre sembrano non finire mai. Oggi l’Ucraina, per rimanere in quell’area di cui racconti nel film.
Sono nata in Ucraina. Quella è anche la mia patria. È la politica dell’Impero russo, parte di un processo di colonizzazione. Cercano di farlo in modo legale e allora, come tutti, provano a trovare un nemico. Memory parla a che di questo. Quel che accade in Ucraina non è altro che una sintomatologia dello stesso problema, mai veramente riconosciuto.
Alla cultura della guerra siamo educati sin da bambini, come dimostri nelle immagini finali di Memory. E i bambini ne sono le prime vittime. Rimarremo per sempre degli animali predatori?
Questo è un problema globale. Penso sia anche a causa dei nostri processi educativi, del tipo di giocattoli che diamo ai bambini, del tipo di conoscenza che condividiamo con loro. La questione che ho cercato di spiegare è che così funziona il ciclo di violenza tra generazioni. Se qualcuno è traumatizzato, questo trauma viene condiviso con i bambini e continua ancora. Il tema di cui voglio parlare è come possiamo costruire la pace, con i bambini di Gaza e con quelli dell’Ucraina, bambini che hanno perso i loro genitori e vorranno vendetta, saranno pieni d’odio. Si preparano generazioni che tramanderanno cicli di traumi e violenze. Non si tratta solo del presente, è un problema anche per il futuro.
Immagino tu sia molto felice ed emozionata di essere in concorso qui a Venezia.
Non sono sicura di aver realizzato quel che mi sta accadendo, perché ho cominciato a girare questo film otto anni fa. Per me è come un bambino, ora lo sto semplicemente facendo vedere al mondo. Lo saluto, lo accompagno fuori di me.