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‘La ragazza d’argento’ in un mondo in Technicolor

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Tra le qualità ascrivibili al cinema muto spiccano l’idea dell’immagine come strumento narrativo privilegiato, non ancora subordinata alla parola, e la conseguente valorizzazione della recitazione gestuale. L’espressività corporea e facciale venne sempre più perfezionata, anche nel cinema italiano, in particolare da attrici come Francesca Bertini che, in Assunta Spina (1915), riuscì – grazie alla profondità livida del suo sguardo e al realismo dell’ambientazione – a ridurre al minimo la quantità di didascalie.

Nel cortometraggio La ragazza d’argento, diretto da Alex Scarpa e Margherita Giusti Hazon e realizzato in soli due giorni, Alba (Paola Calliari) è un personaggio di un film muto degli anni ’20. Le prime didascalie introducono così la storia: “Come ogni giorno Alba osservava la città, laggiù, che sembrava prometterle una scintillante felicità… ma ancora non sapeva che il suo più grande sogno stava per realizzarsi”. Poco dopo compare un uomo con un anello di fidanzamento destinato ad Alba, che però fugge via. Durante la corsa raccoglie una piccola scatola di legno che la trasporta fuori dal film, nella realtà di una sala cinematografica.

Le Scarpette d’Argento

Le sequenze ambientate nel film muto rimandano fedelmente alla struttura e allo stile dei film degli anni ’20. Tra i dettagli che evocano questo stile, alcune inquadrature si soffermano sui movimenti dei piedi di Alba, a esprimere la sua irrequietezza, o sui passi dell’uomo che si avvicina e calpesta un ramoscello: si può immaginare che sia stato quel crepitio muto a mettere in allerta la ragazza e a spingerla alla fuga.

Dopo la traslocazione di Alba nella realtà, la prima inquadratura mostra i suoi sandali rossi. Nell’iconografia della fiaba, le scarpette rosse, a partire dal racconto di Andersen del 1845 De røde sko, sono simbolo di un desiderio irrefrenabile ma anche della perdita del controllo. Così come l’esuberanza di Karen, protagonista della fiaba, viene resa visivamente dal colore acceso delle sue scarpe, allo stesso modo la ribellione di Alba contro una vita prestabilita prende avvio proprio dai suoi sandali rossi.

Se nella fiaba la bambina non riesce più a smettere di ballare – manifestazione di una forza che la sovrasta – anche Alba si ritrova improvvisamente trascinata fuori da un’esistenza prevedibile e ripetitiva (il film muto), apparentemente minacciosa, per approdare in una realtà ancora tutta da scrivere. Le scarpe diventano così veri e propri oggetti transizionali: un leitmotiv che ritorna anche ne Il mago di Oz (1939), dove le celebri scarpette rosse (le “Scarpette d’Argento” nel romanzo di Baum) hanno il potere di esaudire i desideri e di condurre Dorothy altrove, realizzando la spinta pulsionale dei suoi sogni.

L’espressività dei gesti nel cinema muto

Nel cinema più recente – che spesso elimina i cosiddetti “tempi morti” della narrazione – si nota la scomparsa di quei dettagli didascalici e apparentemente marginali che, nel cinema muto, erano invece fondamentali per trasmettere stati d’animo o informazioni narrative. Elementi che, se trascritti e spiegati in una didascalia, avrebbero irrimediabilmente perso immediatezza. Nell’incontro tra Alba e Filippo (Filippo Santopietro), ciò che più sembra irritare lui è proprio la gestualità di lei, che, non accompagnata né spiegata dalle parole (Alba non può parlare perché è il personaggio di un film muto), rimane aperta all’interpretazione. Filippo, poiché appartiene a un mondo lirico dominato dalla parola, non può che considerarla didascalica. In quel mondo, la gestualità di Alba è percepita come un difetto; eppure, proprio per la sua semplicità, essa esprime una poesia che non ha bisogno di essere spiegata.

L’incontro tra i due protagonisti avviene in un momento in cui, nella vita di Filippo, sembra esserci soltanto rassegnazione. “Non basta esistere in un ‘mondo a colori’ e sempre in movimento per essere realmente vivi, e questo è quello che una ragazza di 100 anni fa, che viene da una dimensione ‘ripetitiva e in bianco/nero’, è in grado di dimostrarci in questa storia grazie al suo viaggio alla scoperta di sé”, dice Alex Scarpa a proposito del film.

Un mondo noioso, ripetitivo e in bianco e nero

Il film, come accade nelle storie pervase di realismo magico, rende verosimile l’inverosimile: il montaggio gioca sul personaggio di Alba per sottolinearne l’evanescenza. Dopo averle offerto un cornetto farcito, Filippo distoglie lo sguardo; nell’inquadratura successiva, Alba non è più seduta accanto a lui, ma ricompare un momento dopo alle sue spalle mentre si avviano per una passeggiata in città. Finché, a un tratto, Alba riesce a parlare. La verosimiglianza del film si costruisce anche sulla necessità di un punto d’incontro tra i due: Alba deve parlare per comunicare con Filippo, ma egli impara a comunicare con lei anche senza parole.

Margherita Giusti Hazon ha raccontato di essersi ispirata a La rosa purpurea del Cairo (1985) di Woody Allen. Protagonista è Cecilia, una donna che conduce una vita monotona con il marito nel New Jersey e che evade dalla realtà rifugiandosi nel cinema della sua città. Finché, un giorno, Tom Baxter – il suo personaggio preferito di un film intitolato La rosa purpurea del Cairo – stanco di vivere in un film esce dallo schermo e la raggiunge, proponendole di fuggire insieme. Allo stesso modo, anche Alba proviene da un mondo che lei stessa definisce “noioso, ripetitivo e in bianco e nero”, mentre la realtà, pur colorata e imprevedibile, non sempre si lascia abitare senza fatica, come dimostrano Filippo e Cecilia.

La favola di Alex Scarpa e Margherita Giusti Hazon, con la colonna sonora originale composta da Francesca Badalini, ha ricevuto il premio Sybila al San Benedetto International Film Festival 2025, con la seguente motivazione: “Per aver saputo dare vita, con alito di soave delicatezza e vivida plasticità, al viaggio carico di simbolismo di Alba, in una narrazione sospesa tra la realtà e il riverbero del realismo magico”.

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