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‘Home is the Ocean’: Intervista a Livia Vonaesch

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Presentato al Riviera International Film Festival, il film Home is the Ocean si distingue per la delicatezza dell’approccio, la qualità visiva e sonora, la capacità di sollevare interrogativi profondi sul rapporto tra esseri umani e natura. In questa intervista, la regista Livia Vonaesch ci guida attraverso le motivazioni personali e le scelte artistiche che hanno dato forma all’opera.

L’intervista a Livia Vonaesch

Prima di tutto, grazie, è stato davvero interessante e di grande impatto emotivo vedere il tuo film. Qual è stata la motivazione personale che ti ha spinta a realizzarlo e a decidere il tema?

Avevo sentito parlare dell’esperienza che racconto nel film già quindici anni fa, e già allora mi commosse. Avevo tante domande e la mia curiosità si era risvegliata, ma non era il momento giusto. Credo che la motivazione sia stata il mio interesse per le persone che hanno uno stile di vita completamente diverso dall’usuale. In particolare, ricordo una frase che dissero: “Ci sentiamo più sicuri e a nostro agio sull’oceano che sulla terraferma e in città”. E mi sono chiesta: cosa significa davvero? E cosa comporta? E inoltre, cosa significa tirare fuori tutto questo coraggio che hanno, beh, non tirarlo fuori, ma cosa comporta questo coraggio nella loro vita quotidiana?

Tutte cose che volevo esplorare.Inizialmente devo dire che non era previsto che lavorassi per più di sette anni al progetto. Ci sono state diverse ragioni, dal coronavirus a un incidente, quindi ci è voluto più tempo di quanto pensassi. Ma è stato anche un grande dono per me che ci sia voluto così tanto tempo, così ho potuto seguire questa famiglia per un periodo più lungo e vedere tutte le cose che una vita come la loro comporta.

E un’altra motivazione è che mi sento molto legata all’oceano. Ho sempre saputo che a un certo punto avrei navigato nella mia vita. Ne abbiamo parlato insieme fin dall’inizio: avrei fatto parte dell’equipaggio, avrei navigato anch’io. Credo che, dal momento che avevo già avuto dei progetti durante i quali mi ero immersa completamente nel contesto, mi sentivo a mio agio con l’idea di provare come si vive in quel modo, e non solo di arrivare, girare e tornare a casa.

Abbiamo avuto l’impressione che la tua prima motivazione sia stata dettata dalla curiosità e dal fatto che sei attratta dalle persone che provano e sperimentano, per così dire, modi di vita alternativi o non convenzionali. E l’oceano è stato in qualche modo la seconda motivazione in una sorta di combinazione di due fattori. É corretto?

Non so se direi di sì a un progetto del genere, se vivessero da un’altra parte, ma credo che sia stato anche per via dei bambini. Mi sono chiesta cosa significhi vivere così con dei bambini in mare. I protagonisti del mio film non hanno scelto questo stile di vita e pensano che la società sbagli, sono molto aperti. Hanno questa missione, ma non chiudono le porte ad altri modi di vivere.

Sì, questo è un aspetto piuttosto evidente. Ma la prima cosa che colpisce è l’oceano. Quindi, da un punto di vista tecnico, che tipo di accorgimenti, che tipo di esperimenti narrativi avete usato per mantenere l’attenzione a lungo in un contesto a volte ristretto spazialmente come un’imbarcazione?

Molta pazienza. Il mio obiettivo era quello di costruire delle scene per il film in modo che ci si potesse immergere completamente nelle situazioni. Ma per costruire le scene, devi filmare molto e devi anche muoverti agilmente. Ho quindi cercato di avere un’attrezzatura molto compatta e flessibile. Ho deciso di filmare in HD per avere abbastanza spazio per poter filmare molto. Inoltre, ho dovuto capire come poter girare le scene nel momento in cui c’erano molta onde e tutto si muoveva, e per prima cosa ho dovuto imparare a tenermi in piedi e sentirmi a mio agio sulla barca. Ho dovuto acquisire una certa fiducia in me stessa sulla barca durante le riprese. E credo di aver fatto anche un lungo lavoro di osservazione.

Osservavo come si muovevano, cosa facevano, come era la loro vita quotidiana, quali erano i rituali, ad esempio quelli del mattino. Quindi osservavo e pensavo costantemente. E credo che sia stato utile anche coinvolgerli nel processo di ripresa. Ho dato loro una GoPro e hanno iniziato a filmarsi, per avere una prospettiva diversa. È stato più intuitivo perchè mi chiedevo: come posso portare questo momento nelle scene? Non avrei potuto dire loro: “Puoi farlo di nuovo?”, si sarebbero messi a ridere. Quindi ho dovuto filmare moltissimo perché sono successe tante cose, sia quando non ero pronta a filmare, sia mentre navigavo e potevo filmare, o quando il mare era troppo mosso. Ho dovuto lasciar andare momenti che non sono riuscita a cogliere.

Ma per tornare alla domanda su cosa ha reso il film attraente, credo sia stata una decisione felice quella di filmare le scene di vita, non di presentare delle interviste. Ho deciso di dare fiducia al fatto che ci sono tante cose che accadono, in un sistema, una famiglia. Quello che ho capito subito è che dovevo riprendere i volti dei bambini, perché lì si può leggere molto, secondo me. Ecco cosa intendo con “filmare con pazienza”. Anche se magari c’è una scena importante o una discussione, rimanere sui volti è qualcosa che ho trovato molto utile. Non spostare semplicemente la macchina da presa tra le persone, ma rimanere con qualcuno. Inoltre, a volte mi sono detta: “Oggi mi concentro su questi due bambini”, per esempio.

Inoltre, ciò che è stato molto importante per me è stato il ritmo: il ritmo dell’oceano e il ritmo della vita quotidiana della famiglia. Il modo in cui questi due elementi si influenzano a vicenda. Sulla barca e nella vita quotidiana, il tempo e lo spazio hanno assunto una nuova dimensione. La navigazione a vela sconvolgeva il ritmo giorno-notte della vita sulla terraferma, dando origine a nuovi tempi e ritmi. I ritmi e i suoni del mare e della natura, così come della barca stessa. Ad esempio, quando una corda (a causa del vento) colpiva lo scafo della barca, i musicisti che hanno lavorato con me alla produzione smorzavano una corda di pianoforte e la colpivano con lo stesso ritmo. Dato che il pianoforte si sente di solito su cinque tracce suonate simultaneamente a tempi diversi, la musica rifletteva la sovrapposizione dei movimenti delle onde dell’acqua.

Durante le molte interviste che hai rilasciato sul film qual è la domanda che avresti voluto ricevere e non hai ricevuto?

Quello che davvero è stato importante per me nel fare questo film, è stato passare così tanti giorni con questa famiglia. E soprattutto esplorare il loro rapporto con la natura, in particolare con l’oceano, e in generale il rapporto tra gli esseri umani e la natura. Per me è stato importante osservare da vicino come questo influisce sulle loro relazioni, sul loro intimo e anche come  hanno superato alcune sfide difficili, quali sentimenti si manifestano quando arriva un temporale o quando compaiono gli animali. Ho cercato di ricreare questa atmosfera, queste scene e queste situazioni per far riflettere tutti sul nostro rapporto con la natura cui non pensiamo mai abbastanza.

Penso che sia fondamentale chiedersi non solo come possiamo proteggerci, ma piuttosto come possiamo vivere nella natura e con la natura e cosa significhi veramente questo rapporto. Anche quando la natura – come l’oceano – è estremamente selvaggia e sembra anche pericolosa. Quali sono i segnali? Come possiamo leggere la natura? Questa è sempre stato l’essenziale per me. E non si è mai trattato di spiegare questo stile di vita o di pensare se sia giusto o sbagliato. Si trattava piuttosto di osservare ciò che ho appena detto e di vedere questa riverenza per la natura. Sono rimasta affascinata da queste persone per molto tempo. Hanno molto coraggio, ma in realtà non spetta a me dire se è giusto o meno. E ora ci sono così tante domande che sorgono, questo è ciò che mi piace davvero.

Possono emergere anche molte critiche e tante emozioni diverse ma non è mai bianco o nero. Se c’è qualcuno che prova emozioni forti [nei confronti del film], ha sempre a che fare con la sua storia personale. Non me la sento di giudicare, ma non perché non sia critica. Penso piuttosto che sia molto più prezioso concentrarsi sulle domande e le emozioni – e si può imparare qualcosa sulle proprie domande ed emozioni.

Alcuni critici mi hanno detto che mancavano informazioni sull’assicurazione, sui rischi…ma non è mai stato quello che volevo dare. Nelle scene che ho scelto, ho deciso di cancellare queste domande. Ed è anche per questo che io non sono presente nel film. Questo film mi ha fatto riflettere, è diventato parte integrante della mia vita.

La nostra sensazione è che il messaggio sia davvero aperto. È un film che si può interpretare in tanti modi, a seconda delle proprie esperienze personali, dei propri atteggiamenti e così via. Hai ritratto la vita di una famiglia così particolare, stai sollevando questioni che si presentano nella vita di tutti. E ci chiedevamo quale fosse, se ci fosse un messaggio da cogliere…

Sì, che la vita è molto più complessa di quanto pensiamo. Direi che ci sono due cose.

La prima è che ho visto e osservato che il modo in cui i protagonisti stanno facendo crescere i loro figli dà loro molta fiducia in loro stessi. Tutte le responsabilità e le sfide che affrontano rafforzano molto questi bambini. Anche come le affrontano o come comunicano e, se hanno un problema, come ne discutono. La frase, che sembra anche molto banale, che si impara molto al di fuori della propria zona di comfort, ho pensato che è proprio vera, se osservo questa famiglia. E anche il modo in cui sono in connessione con la natura… è qualcosa di molto forte che non avevo mai visto prima e che volevo portare nel film.

Mi ha fatto sorgere tante domande: che responsabilità ci sono se abbiamo un progetto per la nostra la vita e ci portiamo dietro anche la nostra famiglia? Cos’è una buona infanzia? Come possiamo essere in contatto con la natura?

Cosa suggeriresti a un giovane documentarista o regista che si sta avvicinando all’oceano?

Penso che non si tratti solo dell’oceano, ma di qualsiasi luogo. Per me osservare è sempre il primo passo. Diciamo che sei interessato a qualcosa, a catturare qualcosa, allora devi osservare davvero… Quale prospettiva diversa posso davvero catturare? E come posso farlo in questo modo? E poi, perché? Perché lo sto facendo? Questo è un aspetto che ho trovato o trovo sempre molto interessante. E quando ho un progetto mi chiedo perché è importante farlo. Credo che questo accada anche con l’oceano.

E una volta capito il perché, allora puoi chiederti come. Credo che queste siano le tre fasi per costruire l’intera narrazione. In questo caso all’inizio del film ho deciso di focalizzarmi esclusivamente sui bambini, e ho seguito questa scelta. Ho incluso i genitori nel film, e anche loro hanno parlato molto, ma iniziano a parlare più tardi nel film. Quindi direi che suggerirei a un documentarista: osserva, chiediti perché e pensa al come.

Per concludere, una domanda sul tuo lavoro: qual è il fil rouge che collega il tuo lavoro nel tempo?

Direi che ci sono principalmente due cose. Innanzitutto, mi interessano le relazioni. Quindi, le relazioni tra gli esseri umani, ma anche le relazioni tra gli esseri umani e la natura, perché credo che se siamo in connessione e in relazione con qualcosa, allora possiamo prendercene cura. Quindi, mi interessa quando come le persone sono in relazione con qualcosa. E credo che anche per me, se qualcosa non si può spiegare completamente mi attrae, attira la mia curiosità e cerco di saperne di più.

E penso sempre che i film siano a volte limitati, ma comunque che siano un ottimo mezzo per avere diversi livelli di comprensione. Questa è la seconda cosa. E poi penso che ci sia anche un terzo aspetto, che riguarda il come dare una forma a qualcosa che è impossibile da racchiudere in una forma. Con Home is the Ocean, avrei potuto fare un film mostrando questa famiglia in molte situazioni estreme, ma quello che si vede nelle espressioni dei bambini o nei piccoli momenti della loro vita quotidiana, è qualcosa di molto importante per il mio lavoro e va oltre il film.

INTERVISTA a cura di

Chiara Certoma
Caterina Pozzobon
Luca Bertocci
Chiara Salari
Federico Fornaro

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