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‘In Flanders Fields’: canti dei fantasmi di guerra

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In concorso nella sezione Internazionale di UnArchive Found Footage Fest 2025, In Flanders Fields è il cortometraggio del regista Sachin. La sua è una prova che ha origine da un viaggio a Ypres, dove scopre come quasi un milione e mezzo di indiani siano stati costretti dagli inglesi a combattere nei cosiddetti “Flanders Fields”, i Campi delle Fiandre. 

Cosa è un fantasma?

Fin dalle sue origini, il cinema ha sempre avuto una particolare affinità con un gruppo di parole legate a un determinato campo semantico piuttosto cupo: si parla di morte, di fantasmi, di spettri, di magia, stregoneria e via dicendo. Questo perché tale macchina, arrivata quasi dal nulla, si è dimostrata capace di far rivivere un tempo morto, proustianamente inteso come perduto. Il regista Sachin recupera questa vocazione archeologa e utilizza il mezzo cinematografico per imbastire proprio una piccola recherche rigurgitando la storia del popolo indiano strumentalizzato dagli inglesi durante la prima guerra mondiale.

Cosa è un fantasma? Come vive? Come si fa a diventarlo? Sono questi i quesiti con cui si apre In Flanders Fields poco prima di lasciarsi andare a una carrellata di immagini d’archivio. Al centro è posta una questione ontologica che si accende con la conseguente esposizione di immagini d’archivio, ovvero dei video-fantasma che mostrano i lavori di altri uomini-fantasma, dimenticati dal tempo e dalla storia. Quelli mostrati sono corpi traslati in un altro spazio, che lavorano e combattono per una guerra che non è la loro.

Soldati senza forma

Canti, lettere e poesie diventano la voce di questi uomini privi di parola, testimonianze acusmatiche di esistenze passate che tornano echeggiando sullo schermo, sull’immagine costruita da Sachin. In Flanders Fields, proprio a livello estetico, si muove su una linea che va, da una parte, a proporre immagini di repertorio, dall’altra la rivisitazione delle stesse. I vari soldati vengono tagliati fuori dal loro media di provenienza e riposizionati in una cornice moderna, su paesaggi raffiguranti distese innevate dei giorni nostri.

In tali orizzonti creati da Sachin, tramite una lavorazione diretta della materia filmica, questi uomini senza forma e identità sembrano trovare un momento di meditazione e di autodeterminazione. Una sorta di tributo che il regista sceglie di edificare in onore di queste personalità, offrendo loro un ideale momento di riposo che in vita non hanno potuto avere.

Ne scaturisce un’operazione interessante e suggestiva, che riesce a esporre con particolare sensibilità una questione di notevole portata drammatica. I soldati senza forma, i fantasmi dei Campi delle Fiandre trovano i propri contorni, ritornano – seppur brevemente – in vita grazie al lavoro messo in piedi dal regista.

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