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‘Traces of movement before the ice’: l’evocazione della memoria attraverso il dispositivo

Presentato in anteprima mondiale al festival di Berlino, 'Traces of movement before the ice' del regista tedesco René Frölke ha debuttato in Italia per la sua premiere italiana

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Un'immagine tratta da Traces of movement before the ice

Wunderkammer: letteralmente camera delle meraviglie, è un’espressione appartenente alla lingua tedesca, usata per indicare particolari ambienti in cui, dal XVI secolo al XVIII secolo, i collezionisti erano soliti conservare raccolte di oggetti straordinari per le loro caratteristiche estrinseche.
Proprio la lingua tedesca in Traces of movement before the ice diventa componente fondante, centrale rispetto alla narrazione. Non è quindi un elemento di puro folclore, ascrivibile alla sola provenienza territoriale o linguistica. Sono invece la sonorità, gli echi e le ondulazioni magnetiche di voci filtrate da apparecchi acustici atavici, nascosti tra le ombre della grana cellulosa, nell’intromissione di frame che non rispettano nessuna causalità: la ricostruzione del tempo tanto quanto il componimento astratto della memoria passano attraversano forme discontinue di immagini artefatte, dove la realtà della concretezza si fonde all’immaterialità del dispositivo digitale, perdendosi nel suo archivio quantitativo. La Wunderkammer è il recipiente filmico: lì dove si accumula la sostanza migratoria, che scompare allo sguardo e si ricompone nell’obiettivo, la sensazionalità dell’ente corporeo riscoperto assenza eterea, troviamo un sottile strato di pulviscolo. La cenere della nostra carne morta, celluloide e polvere di stelle.

La dispersione della parole nell’immagine

Sono appunto la moltitudine ed i volumi a perdersi nella numerazione informatica, nel catalogo della tecnica.
Qui ogni possibile singolarità perde di significato: stanza, libro, auto, betulla. Stampante, cambiale, fiordaliso, chevrolet. Addirittura la singolarità dell’individuo perde la sua semantica nell’intreccio di datità così distanti tra loro. L’immagine proposta è una riproduzione, una messa in scena o la realtà svelata nella sua fragile intimità? La vicinanza ci accompagna nella comprensione o ci impone il silenzio perché incapaci di esporci in un giudizio paritetico?

Traces of movement before the ice

Un’immagine tratta da Traces of movement before the ice

Queste sono le domande che ci pone René Frölke, classe ’78, nato nell’allora Germania dell’Est.
Frölke lavora per molti anni come redattore. Nel 2007 ha iniziato a studiare arte alla Karlsruhe University of Arts and Design, nel sud della Germania, per poi iniziare a dirigere le sue prime opere a partire dal 2010, tra cui Le beau danger e From a Year of Non-Events (co-diretto con Ann Carolin Renninger), entrambi presentati alla Berlinale.«

“Volevo conservare le tracce di queste persone – cogliere tutto, per fermare la scomparsa attraverso un assorbimento totale. La sensazione era che il tempo, come i ghiacciai dell’età glaciale, schiacciasse tutti questi libri, questi testi, queste immagini, questi suoni – e l’intero progetto della conoscenza – trasformando tutto in sedimenti. Ne è venuto fuori un tentativo di raccontare una storia a partire da piccoli momenti, la cattura accessoria (ispirandomi vagamente a Quarto potere, li definisco “momenti Rosebud”). Guardando ai reperti che per me erano importanti come frammenti auto-riflessivi, ho cominciato a rimontarli in un film. Il mio tentativo di cristallizzare qualcosa da questi vaghi concetti che chiamiamo religione, letteratura, pittura, musica, arte”.

Recuperare per sopravvivere

È proprio il suo lavoro da editore a ispirarlo, perché Traces of movement before the ice è un’indagine meticolosa quanto tenera e malinconica sulla memoria della carta. Una memoria imperitura, che resiste al tempo, tanto quanto nel tempo soccombe la sua conservazione. Vediamo scorrere, quasi come nel rullino di una camera analogica – la simmetria tra i dispositivi, entrambi soggetti alla tirannia della dimenticanza, destinati a una rapida sostituzione indifferente ai termini che stabilisce – come fossero i frammenti di una pellicola, di cui lo spazio si compone, diversi libri che si succedono con ordine metodico, sostituiti in continuità da una mano stanca perché consapevole: è la coscienza del remoto, intramontabile eppure trapassata. Sono le carte stampate che sepolte nella polvere di una cantina continuano a perpetrare reminiscenze e saperi che nessuno più custudisce.

“Passo i venerandi sepolcri, e traggo a mente città popoli imperi e forme belle vedute un dì, non più, paragonate a queste di cui misero spettacol par che ‘l tempo orrido s’abbia da lunga età composta”

Traces of movement before the ice

Un’immagine tratta da Traces of movement before the ice

Di cosa si compone allora lo sforzo del custode? Perchè Troia è caduta smarrendosi nel mito? Infinitesimali parcelle di pazienza nel recupero filologico di spoglie vetuste, mosaici ancora intatti come le pareti ravennati in Sant’Apollinare eppure tappe mancanti nel grand tour di Goethe.

Il recupero della memoria si riduce quindi a pura attività turistica, come la rivisitazione delle vhs assieme ai familiari, quando nostro padre ci riprendeva nudi e scalzi nel giardino, a casa della zia.
Perché ne manteniamo l’apparenza se ce ne allontaniamo così rapidamente? L’unica soluzione pare disfarsene.

Ancora però, negli sguardi sereni di quelle signore anziane che evitano la camera perché non la riconoscono, la speranza di un’evanescenza che fugge la compiutezza, scongiura qualsiasi tentativo di rimozione: nella dimensione paleo-industriale, lì dove la meccanica non aveva ancora soppiantato la nuclearità dell’uomo, troviamo la coscienza del mondo. Rifugiamoci qui.

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Traces of movement before the ice

  • Anno: 2023
  • Durata: 89 minuti
  • Genere: Documentary
  • Nazionalita: Germania
  • Regia: Rene Frolke