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DOPO MEZZANOTTE

Zerocalcare: militanza e chine nel meraviglioso mondo del plum cake

Incursioni nella cultura metropolitana. Rubrica a cura di MASTER BLASTER…

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Dicembre inoltrato, nevischio e freddo boia, giaccio nella camera delle bestemmie attanagliato da un senso di colpa niente male a causa del solito, mostruoso ritardo sulla consegna del pezzo. Colonna sonora “meglio un figlio ladro che un figlio frocio” degli Skiantos.

Prima di incominciare, come al solito, a sprecare parole per dare una ragione professionale all’uso e all’abuso indiscriminato degli accrediti stampa di cui godo grazie alla mia collaborazione con Taxidrivers , mi è necessario fare alcune rettifiche riguardo il mio articolo precedente per spirito deontologico, molto radicato in me nonostante io non sia un professionista.

Trattando poi in questo pezzo la conclusione del mio viaggio nelle arti figurative indipendenti, non rischio nemmeno di andare fuori tema, quindi compio un profondo respiro e prima di cominciare a blaterare dell’argomento odierno, rendo a “Cesare quel che è di Cesare”.

Alla serata inaugurale dello spazio di Taxidrivers all’interno del Fusolab, peraltro andata più che bene a mio giudizio, ho incontrato Murder Farts e Wolfenstein, che tra un lazzo e una battuta mi han fatto notare due mie imprecisioni nell’articolo che li riguarda.

La prima riguarda Wolfenstein ed è un semplice errore ortografico da imputarsi al mio inglese maccheronico. Quella strana e indefinibile corrente artistica che io ho definito “low bro” in realtà non è altro che la mia sbagliata trascrizione della più verosimile “Low-Brow”.

Per quanto riguarda Murder Farts invece il discorso è un pochino più articolato e spero di riuscire ad evaderlo nelle poche righe a cui il dovere di sintesi mi costringe.

Per andare rapidi potremmo dividere il discorso in due punti:

  1. Il collettivo dei Mutoid di oggi ha poco a che fare con quello di allora (primi anni 90) e ha ancor meno a che fare con il tipo di lavoro sui materiali poveri proprio al nostro amico
  2. La seconda critica riguarda la mia forma espressiva che taccia di ignoranza chiunque non conosca i Mutoid.

Ovviamente quella allocuzione verbale fa parte del mio schizofrenico modo di scrittura, ora ampolloso, ora rude, sempre comunque ironico.

Di sicuro non volevo offendere quelli di voi che non conoscono i Mutoid e chiunque ha avuto la pazienza di leggermi qualche altra volta lo sa. Tuttavia Marco, con un’umiltà che può fargli solo onore, mi ha pregato di fare questa rettifica. Io, per il profondo rispetto che nutro per il lavoro di questi due ragazzi, non posso fare a meno di procedere, sperando di riuscire a rendergli giustizia in così poco spazio.

Adesso, con il capo cosparso di cenere , l’anima mondata e carica di tutte le buone intenzioni di cui è lastricata la via dell’inferno, possiamo finalmente dedicarci alla pietanza che ho preparato oggi per i vostri palati delicati.

Se c’era un argomento su cui potevo fare uno scoop arrivando prima degli altri, questo era proprio Zerocalcare. Vuoi perché lo conosco personalmente, vuoi perché le battaglie politiche che accomunano entrambi ci portano a frequentare gli stessi ambienti, vuoi perché l’intervista l’avevamo concordata nel mese di giugno al Crack festival e ribadita almeno 4 volte, in occasione di nostri successivi incontri.

Invece a causa dei miei ritardi – che hanno come giustificazione solo la mia pigrizia e la mia disorganizzazione – l’intervista si è svolta domenica 2 dicembre, dopo che ogni testata , dalla Rai al giornale di quartiere ha avuto modo di contattare il mio amico. Lo scoop quindi è andato a farsi benedire, con buona pace del mio grande capo che posso immaginare con la schiuma alla bocca ed in preda ad un attacco di licantropia stile “Lon Chaney” mentre legge queste righe.

Spero solo che intercorra abbastanza tempo da qui al nostro prossimo incontro in modo che possa sbollire i vari istinti omicidi.

D’altronde che colpa ne ho io se Michele, alias Zerocalcare ha deciso di diventare trendy nell’arco di una stagione? Ma dico! Si fa così? Dov’è finita la solidarietà tra disorganizzati?

Già perché se c’è una persona a questo mondo che può competere con me in fatto di pigrizia, buche e ritardi, questi è proprio lui.

Così dopo aver fatto trascorrere cinque mesi di “sòle” reciproche dalla decisione di fare l’intervista ed essere in ritardo di 10 giorni sulla dead line per la consegna del pezzo, mi faccio prendere dall’ansia dei colpevoli e decido che non si può più rimandare. Comincio a tempestare Zerocalcare di sms e di telefonate nel mio giorno libero. Lui è appena tornato dal Nord, non dorme da non so quanto, eppure non mi manda a quel paese, come la stanchezza e la confidenza che abbiamo gli avrebbero permesso di fare. Posso solo immaginare che la sua cortesia si debba in gran parte al fatto che essendo anche lui membro del club delle vite incasinate, capisca benissimo la sensazione del rimbrotto e dello sguardo accusatorio delle persone verso le quali si sono presi impegni non rispettati.

Ci inventiamo un rocambolesco incontro al Forte Prenestino, che ormai sta diventando il mio ufficio pubbliche relazioni. Brucio non so quanti semafori augurandomi di non ricevere tra qualche mese delle sgradite lettere d’amore da parte di Equitalia e Comune di Roma. Arrivo trafelato al Forte e ovviamente piove che Dio la manda. D’altronde ho sempre saputo di essere un prediletto dal Signore.

Sala da tè del Forte, ambiente semivuoto della Domenica sera, colonna sonora : irritanti musichette indiane assortite.

Cercando di salvarmi in corner sul ritardo, comincio implorando Michele di dirmi qualcosa che non abbia già detto agli altri media. Seraficamente mi gela dicendomi che gli hanno già chiesto praticamente tutto, quindi posso solo contare sulla mia arguzia per rendere la cosa accattivante. Comprensibilmente sento nelle mie orecchie il rumore del grande capo che arrota la sua mannaia per me.

Decido quindi di sbrigarmela in due righe con le domande di rito tipo età (29), studi (Scuola Romana del Fumetto), bla, bla, bla e di buttarmi sulla mia specialità, quello in cui sono decisamente imbattibile : un po’ di sano, vecchio, inconfondibile “Giornalismo Paraculo”.

E qui faccio il mio primo scoop rivelando al grande pubblico che le mutande preferite da Zerocalcare sono quelle di “Star Wars”. Questa notizia, ne sono certo, Raitre non l’ha data e nemmeno la troverete nella pagina culturale de: “il Manifesto”.

La prima non-notizia invece, è che il nostro è un po’ imbarazzato dal successo che sta avendo in questo momento. Potrebbe certo sembrare un’affermazione di maniera, ma vi assicuro che chi conosce Michele anche superficialmente come il sottoscritto, non può avere dubbi sulla sua veridicità.

In effetti lui non è cambiato affatto, la socialità è sempre quella dell’ambiente che ci accomuna, lui continua a scrivere e disegnare per il movimento. Ha rifiutato inviti di prestigio, come quello alle Olimpiadi di Londra, come testimonial di arte e cultura Italiana. Di certo non è un disegnatore militante, ma un militante che ad un certo punto della sua vita ha scoperto di saper disegnare.

Anche se con suo rammarico si definisce stilisticamente una pippa e vorrebbe avere un tipo di disegno più “pop” . Su quest’ultima osservazione lascio il beneficio del dubbio, perché a mio giudizio lui è veramente bravo, con uno stile proprio che lo rende unico sia nei testi che nei disegni.

Quello che appunto salta agli occhi leggendo i fumetti di Zercocalcare sono soprattutto i testi. Essi infatti sono profondamente diversi da storia a storia e alternano serietà con spirito di cazzeggio.

Le storie che potremmo definire serie sono quelle dedicate al movimento, quelle più militanti, essendo il risultato di una lavoro collettivo , ovvero non si tratta di storie sue, ma che appartengono a tutti. Sono le storie di quella sua/nostra generazione di T/Q (tra lui e il sottoscritto ci sono dieci anni esatti di differenza) che è stata bruciata negli ultimi vent’anni dal libero mercato e dall’incapacità più unica che rara di una classe dirigente da “ancient regime” che tuttavia non vuole farsi da parte – quella generazione che secondo l’attuale governo dovrebbe rassegnarsi senza disturbare troppo (già, altrimenti come fanno a bruciare in pace anche le generazioni successive?).

Tutto questo ovviamente porta anche alla necessità di affermarsi come individuo e quindi escono fuori le storie personali, dove emerge una saporita attitudine al cazzeggio tipica del suo carattere. Storie che sono un collage surreale di sottoculture urbane, cinema e caricature di personaggi di per loro abbondantemente grotteschi nella vita reale come in “Mars attacks” celeberrima storia incompiuta e destinata a rimanere tale. Si rassegnino tutti coloro che speravano in un suo seguito, Zerocalcare ha detto la sua ultima parola a riguardo.

In proposito concordiamo che tra questi soggetti, senza dubbio l’ex (per fortuna!) ministro Gasparri è quello artisticamente più “caricaturizzabile” (neologismo di cui io e Michele rivendichiamo il copyright).

Infine ci sono le storie più mature, quelle come “La profezia dell’armadillo” che sono un misto di roboanti eccessi umoristici, con un retrogusto amarissimo, che tuttavia si sposano benissimo facendo ridere e riflettere. “Questo perché – aggiunge serio – sono storie personali ma anche quelle di tutti noi”.

Non posso che dargli ragione, sono racconti di una generazione precaria che pasteggia a merendine, si tiene in contatto con le mail e si arrangia a viaggiare da una casa di un amico all’altro perché non può permettersi un albergo e una settimana bianca non sa nemmeno cos’è.

Sono racconti di vite stressate in blocco, che vivono della loro idiosincrasie, dei loro conflitti, delle loro ipocondrie. Racconti di una generazione che ha saputo fare dei suoi vulnus i propri punti di forza. E a questo proposito Michele confessa che la sua ipocondria, quella della “cicciopelosi a placche”, è la sua musa ispiratrice che nutre con.amore, seguendo compulsivamente tutte le fiction di ambientazione ospedaliera

In effetti tutto ciò è coerente sia col personaggio che con i suoi lavori e probabilmente il suo successo è dovuto, per sua stessa ammissione, al fatto che dai tempi del grande “Paz” in Italia manca un disegnatore che racconti la propria generazione. Un buco di più di trent’anni … mica male!

Per il resto la carriera professionale di Zerocalcare ben si adegua allo spirito di precarietà. Di collaborazioni con i quotidiani non ne vuole sentir (più) parlare: troppe scadenze e contenuti ributtanti. Piuttosto che parlare di politica in quel modo preferisce lavorare con chi di politica non ne parla affatto. Gli unici lavori eticamente tollerabili sono quelli sottopagati o non pagati e qui è il caso di Liberazione, l’unico quotidiano con cui ha collaborato che però ha chiuso, come praticamente tutte le realtà editoriali che lo hanno in qualche modo sfiorato. “Forse porto sfiga” ammette e io colgo l’occasione per invitare il mio grande capo a fare tutti i gesti apotropaici che il caso richiede.

Avviandoci verso l’ultima fase dell’intervista due parole dobbiamo dirle proprio sul suo ultimo libro: “Un polpo alla gola”, che sta uscendo proprio in questo periodo e che presenterà anche alla kermesse “più libri, più liberi”. Appuntamento al quale io sarò presente e del quale spero di poter portare almeno qualche buona foto da pubblicare con il presente articolo.

Trattasi del suo secondo libro, rigorosamente cartaceo (e qui sono invidioso come il 90% di coloro che lavorano sui media-web) , duecento pagine, un mattone considerata la preponderante media di storie brevi.

Una storia personale di cui sentiva il bisogno e sulla quale ha qualche paura. In effetti considera che il pubblico che non lo conosce è pronto ad un’opera monografica di queste dimensioni, il suo forse no. E poi fare una storia lunga è un lavoro impegnativo, qualche cazzata o qualche momento di stanchezza lo si deve sempre mettere in conto.

Personalmente non l’ho ancora letto, ma sono certo che il libro andrà ben oltre i limiti che l’autore gli pone. Se è vero che non siamo in Francia, dove c’è una sensibilità per il fumetto come opera d’arte e prodotto culturale consolidata, è anche vero che qualcosa lentamente si sta muovendo anche da noi.

In chiusura la classica domanda di rito sui progetti futuri lascia un enorme buco nero. Si naviga a vista, come sempre. Per ora Michele si gode il momento d’oro nella consapevolezza che potrebbe finire tutto da un momento all’altro. Si augura solo di non dover tornare al suo vecchio lavoro in aeroporto. Questo cercherà di evitarlo, magari chiedendo l’invalidità civile per il tunnel carpale. “A sto punto ti conviene provare con la cicciopelosi a placche” gli suggerisco salutandolo.

L’intervista è finita e mi rendo conto di averlo tenuto sveglio molto più di quanto avessimo preventivato, meglio lasciarlo andare prima che mi crolli a terra come un narcolettico. Alla fine anche per questo mese l’ho sfangata e il mio lavoro l’ho fatto. E poi ho anche rimediato uno schizzo autografo in esclusiva per noi. nemmeno questo lo trovate su “il manifesto”. Monto in macchina pensando al discorso sulla sfiga che Zerocalcare porterebbe alle testate che sfiora e qui un piccolo gesto apotropaico lo faccio anche io, perché in fondo su Taxidrivers mi trovo bene. Colonna sonora in autoradio : “Clint Eastwood” dei Gorillaz.

Master Blaster

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