
<<Â Che dici vengo? Mi si nota di piĂš se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto cosĂ, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: “Michele vieni di lĂ con noi dai…” e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo…” Vengo! Ci vediamo lĂ . No, non mi va, non vengo, no. Ciao. >>
Di questi tempi è del tutto comprensibile che capiti di stare a cercare, con impazienza ed un pizzico di nevrastenia, il âSol dellâAvvenireâ, quando ad un tratto ci si gira dallâaltra parte e si scopre che era sempre stato alle nostre spalle.
Se qualcuno fosse sul punto di chiederselo, la colpa non è della nostra inettitudine, del normale sfaldarsi del corpo o del meteo, anzi probabilmente i ricercatori del CERN di Ginevra non hanno riscontrato ancora sufficienti dati per i quali affibbiarla a Qualcuno o Qualcosa.
Probabilmente è insita nellâessenza umana la predisposizione a dare maggior peso al personale senso di inadeguatezza piuttosto che alle nostre qualitĂ in ambito culinario o capacitĂ nellâintrattenere rapporti stabili e duraturi, di qualsiasi tipo, con il ristretto campionario di individui da noi frequentabili.
Nel mostrarci questo tipo di disagio, nella sua seconda fatica cinematografica, Nanni Moretti diventa quasi un esponente di spicco della forma dadaista o un Keith Haring che si preoccupa di raffigurare soltanto le sue forme piĂš contorte e sofferenti.
Lâalter ego su pellicola di Moretti è un Michele Apicella profondamente segnato dagli âorroriâ del suo tempo e molto probabilmente uscito per nientâaffatto illeso dallâesperienza âAutarchicaâ. Diviso tra un âbarettoâ e lâaltro, di una Roma dai caratteri ideologicamente claustrofobici, Michele trascina, per fare un eufemismo, le sue giornate in paradossali discussioni con dei poco amabili resti della cosmogonia sessantottina, senza giungere mai ad un cambiamento, ad un miglioramento, ad una svolta.
Svolta che a dispetto della beckettiana memoria non accenna minimamente a mostrarsi, nella Roma-non luogo dove le foglie che cadono dallâalbero della scenografia di Beckett (per chi conosce lâopera teatrale), sono nel film le ansie, le delusioni e le rassegnazioni.
A nulla aiutano le sedute di autocoscienza, gli interventi nelle radio private, i collettivi, le riflessioni e le confessioni. Il Sol dellâAvvenire non vuole proprio saperne di mostrarcisi nella sua pienezza, questo a stabilire la nostra condanna ed affrancare la nostra necessaria ammissione e consapevolezza di non lasciare alcun segno, veritiero e tangibile, della nostra esistenza nella storia.

Pier Paolo Corsi