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Approfondimenti

‘Quo vadis, Aida?’ di Jasmila Žbanić, lost in translation nel massacro di Srebrenica

Il film della regista nativa di Sarajevo ricostruisce dagli occhi di una coraggiosa traduttrice le vicende che portarono all'uccisione di oltre 8000 bosniaci musulmani per ordine di Ratko Mladić nel 1995, sul filo della tensione ma anche della frustrazione delle vuote parole, Ora Fuori concorso al MedFilm Festival 2022

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Aida dietro i cancelli

La macchina da presa slitta lentamente verso sinistra, scivolando su mezzi busti e volti dei tre uomini seduti in un interno. Guardano fuori campo, a destra, dove lo stacco successivo rivela la matronale e impassibile figura seduta che dà il titolo a Quo vadis, Aida?. Tutti gli occhi su di lei, traduttrice per i caschi blu, ma qui moglie e madre. In apertura di un film raccontato dal suo sguardo. Fatti reali, ci avvisano, con l’intervento della finzione. La realtà, cruda, che racconta la regista Jasmila Žbanić è quella del massacro di Srebrenica del 1995, durante la guerra di Bosnia. 8372 bosniaci musulmani, apparentemente al riparo nella safe area delle Nazioni Unite, furono vittime della pulizia etnica ordinata dal generale serbo Ratko Mladić, il “macellaio dei Balcani”. Inetto o complice chi glielo permise.

Miglior film europeo alla 34esima edizione degli EFA, Quo vadis, Aida? non poteva che iniziare da un gioco di sguardi, per raccontare la tragedia della cecità di diplomazie e politiche internazionali, colpevoli di perdere di vista le vite umane nello scacchiere violento dei war games e delle parole vuote.

Il trailer

La trama

Luglio 1995, guerra di Bosnia. Srebrenica è caduta nelle mani delle forze serbe. Aida (Jasna Đuričić) è un’insegnante d’inglese divenuta traduttrice al servizio delle Nazioni Unite per fare da interprete nelle discussioni tra leader musulmani bosniaci e funzionari. Suo marito Nihad (Izudin Bajrović), preside di una scuola, e i figli Hamdija (Boris Ler) e Sejo (Dino Bajrović) sono ora in pericolo di rappresaglia da parte dell’esercito serbo vittorioso. Non meno delle migliaia di persone terrorizzate che si accalcano dentro e fuori l’area occupata dalle Nazioni Unite, presuntamente al sicuro: un’ex fabbrica circondata da una gracile rete metallica e presidiata dai soldatini in divisa.

Quo vadis, Aida? I civili rifugiati nell'hangar ONU

Quo vadis, Aida?, i civili rifugiati nell’hangar dell’ONU

Mediando tra le parti, Aida realizza che l’impotente comandante delle Nazioni Unite Karremans (Johan Heldenbergh) può poco di fronte alla perentoria ferocia degli uomini guidati dal famigerato criminale di guerra Ratko Mladić (Boris Isaković). All’ufficiale olandese, disperatamente isolato, spetterà prendere le giuste decisioni per la protezione dei civili. Ad Aida, la missione di mettere in salvo i propri familiari.

Traduzioni a mano disarmata

Se l’inizio di Quo vadis, Aida? può essere considerato un flashforward artistico a passo di valzer, con lo sguardo insieme protettivo e inerme della traduttrice nei confronti di marito e figli, il resto del film di Jasmila Žbanić è scandito dal tempo reale iperteso e dinamico del film di guerra. Che è anche guerra di nervi, di parole. Qua e là è clangore dei cingolati, risuonare di urla isteriche, intimidazione di colpi esplosi. Ma per lo più, come già nella prima sfiancante trattativa dopo il prologo, c’è lo smarrimento di Aida, lost in translation ai tavoli degli ufficiali o nel gigantesco hangar dell’ONU. Mentre traduce gli ultimatum sterili alla controparte o le promesse poco convinte al megafono fatte ai civili, non si può non cogliere l’ombra del suo stesso scetticismo, l’assedio delle parole vane.

Quo vadis, Aida? Aida col megafono

Quo vadis, Aida?, la traduttrice (perplessa) col megafono

Più che classico film di guerra di spettacolari carneficine, Quo vadis, Aida? incarna allora la trincea delle intraducibili formulette militari, che (non) rispondono all’urlo disperato di Aida e dei civili:

Io non so dov’è la mia famiglia. Hai visto i miei?

Oltre alla bombe, esplode l’insensatezza di negoziazioni predestinate al fallimento, a cui farà da contraltare l’implacabilità delle esecuzioni. O il silenzio dei capi all’altro capo del telefono, quando i sottoposti cercheranno l’impossibile collaborazione degli indifferenti.

La guerra di Aida

In un film che non si tira indietro dal campo e controcampo dei duelli verbali, Aida vaga nel rifugio, facendo la spola tra uffici, cancellate, pericolosi esterni. Testimone involontaria, ma soprattutto woman on a mission: deve salvare la propria famiglia. Un ritratto di battaglia, quello di Jasmila Žbanić, che ha portato la critica a parlare di una “madre coraggio” o di “superba eroina”. Se non fosse che nell’interpretazione di Jasna Đuričić, anch’essa premiata agli European Film Awards, c’è in realtà anche una determinazione egoistica che non può non interrogare, o persino irritare, lo spettatore.

Nella folla dei bosniaci frenati dai caschi blu, spuntano marito e figlio di Aida

Quo vadis, Aida?, nella folla dei bosniaci frenati dai caschi blu, spuntano marito (a sinistra) e figlio (al centro) di Aida

L’istinto di sopravvivenza di Aida, infatti, è anche quello di un’inevitabile cercatrice di raccomandazioni. Non a caso, mentre si barcamena per far entrare i suoi nel sicuro (?) rifugio delle Nazioni Unite o per far inserire i nomi dei familiari nelle liste dei probabili “salvati”, attorno si alza qualche flebile richiesta di aiuto, o ci si scanna per un tozzo di pane. Ma lei è solo una traduttrice, dice. Mentre, però, il suo tesserino le apre strade nel labirinto dell’hangar e le permette di alzare la voce, a scopi rigorosamente privati. Non c’è giudizio, ma nemmeno elogio diretto. È il si salvi chi può che fonde la tragedia personale con quella di un popolo, scontrandosi contro la spietatezza dei cattivi. Mentre i “buoni”, anche peggio dei cattivi: sono burocrati.

L’assedio della vita

Ma dove va Aida, non c’è solo minaccia o morte. Un uomo e una donna in divisa si baciano, e Aida li guarda con la risata stanca di chi si è messa gli amori carnali nel cassetto dei ricordi. A una donna si rompono le acque e dà alla luce un bambino. Primo piano del viso felice: il parto è più facile di una trattativa nella stanza dei bottoni. In sogno, Aida rimembra un concorso di parrucchieri con balli di gruppo, quando si poteva stare tutti assieme senza discriminazioni etnico-religiose.

Quo vadis, Aida? Foto di gruppo al concorso di acconciature

Quo vadis, Aida?, una scena dal sogno del concorso di acconciature con foto di gruppo

Altra cosa il tragico rondò che Mladić sta approntando, mentendo fino all’ultimo in uno sfacciato discorso ai passeggeri dei pulmini in partenza dalla base:

Sono qui per proteggervi. Sarete portati in tutta sicurezza a Kladani. Vi garantisco la sopravvivenza, ci metto la faccia.

Eppure, l’ultimo assedio non è nel ra-ta-ta-ta dei mitra. La parte finale di Quo vadis, Aida?, capace di elevare il film della Žbanić oltre la cronaca di guerra nell’intensità del vissuto, è piuttosto l’assedio della vita, del ricordo. Uno scatolone di fotografie. Facce che s’incrociano, ognuna col proprio dramma di mogli, mariti, figli, ridotto a un mucchio di ossa o all’ombra fugace della consapevolezza che passa sul viso. Ancora, la recita dei bambini, muta, negli stessi luoghi che furono della tragedia. Ecco dove va davvero il film di Jasmila Žbanić: verso una vita che continua, o ci prova. Ma che non può farsi sconfiggere, dopo l’indifferenza, anche dalla dimenticanza.
Un racconto sofferto e indimenticabile.

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Quo vadis, Aida?

  • Anno: 2020
  • Durata: 104'
  • Distribuzione: Academy Two, Lucky Red
  • Genere: Drammatico, guerra
  • Nazionalita: Bosnia ed Erzegovina, Austria, Romania, Paesi Bassi, Germania, Polonia, Francia, Norvegia, Turchia
  • Regia: Jasmila Žbanić
  • Data di uscita: 30-September-2021