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10 volti della narrazione transgender

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Negli ultimi anni, l’attenzione per le persone transgender sembra essere esponenzialmente aumentata. Diverse celebrità del mondo dello spettacolo hanno contribuito ad abbattere gli stigmi rivendicando l’orgoglio transgender. Basti pensare ai recenti coming out dal grande (e piccolo) schermo di Elliott Page (The Umbrella Academy), o di Tommy Dorfman (Thirteen Reasons Why).

Questa lieta novella cela, tuttavia, una storia rappresentativa alquanto problematica: è facile finire per veicolare stereotipi, ridicolizzazzioni, pregiudizi, banalizzazioni e disinformazione. Non è un argomento semplice da affrontare, soprattutto se il processo creativo non sollecita il coinvolgimento di persone che abbiano esperienza diretta e che possano dar voce a un mondo rimasto troppo spesso in disparte, ignorato e denigrato.

Si tratta di una strada battuta da tempo immemore, seppur sovente con esiti dubbi e insoddisfacenti.

Stanlio e Ollio – Ecco mia moglie di James W. Horne (1929)

La trama

Nel cortometraggio diretto da Horne, Ollio (Oliver Hardy) viene abbandonato dalla moglie per via di Stanlio (Stan Laurel) in quanto ospite poco gradito alla donna. In occasione della visita dello zio di Ollio, per evitare che l’uomo sappia la verità e diseredi il nipote, Stanlio è costretto a vestire abiti femminili e a spacciarsi per la compagna. Da ciò scaturiscono, quindi, situazioni impreviste e paradossali.

Il messaggio

Il cortometraggio narra un percorso di transizione, o le vicende di un’identità transgender, ma tematizza il “travestitismo”. Da questo tipo di rappresentazioni deriva l’idea che un uomo vesta panni femminili per scherzo, per gioco, per interpretare una parte.

Essendo pura façade, i comportamenti femminili vengono sporcati da atteggiamenti volutamente percepibili come maschili: Stanlio siede a gambe divaricate, vorrebbe accettare un sigaro, fatica a camminare sui tacchi, mal sopporta i collant e non è in grado di rientrare nei canoni socialmente riconosciuti a una donna. In questo senso, il pubblico familiarizza con un’immagine parodistica da estendere a qualsiasi altra esperienza da cui emergano aspetti simili.

Psyco di Alfred Hitchcock (1960)

La trama

Marion Crane (Janet Leigh) ruba 40 mila dollari a un ricco cliente dell’agenzia immobiliare per cui lavora. Marion è stanca di essere costretta a vedere l’amante Sam Loomis fugacemente e di non poterlo sposare, perché l’uomo è sommerso dai debiti verso la ex moglie. Marion si avvia verso la California ma, a causa di un violento temporale, si ferma presso il Bates Motel diretto da Norman Bates (Anthony Perkins), un ragazzo oppresso dall’anziana madre.

Marion incontra Norman e decide di tornare a Phoenix per restituire il denaro sottratto, ma improvvisamente una figura femminile l’assale nella doccia e l’accoltella a morte. Nel frattempo, la sorella di Marion ingaggia un investigatore privato e, preoccupata dalla scomparsa di Marion, lo convince ad andare alla ricerca della sorella. La donna riceve una telefonata dal detective, che sparisce presto nel nulla. Sam e la sorella di Marion decidono, allora, d’indagare sulla misteriosa vicenda.

Il messaggio

Il punto cruciale della storia risiede proprio nell’identità dell’assassino: Norman veste i panni della madre, quasi non potesse (o volesse) separarsene – sebbene la donna sia morta da tempo. Lo svelamento dell’assassino consolida un pericoloso binomio, ovvero il legame fra transgenderismo e pulsione omicida.

Quest’erronea associazione viene aggravata dall’idea posta alla base della storia: Norman Bates è “un travestito”, un uomo che si appropria di abiti femminili, forse per mantenere vivo il contatto (morboso) con la madre defunta. O forse, lo fa per dissociarsi da sé stesso e dimenticare le vessazioni subite nell’infanzia – sulle cui dinamiche il regista tiene gli spettatori all’oscuro.

Anche se non si tratta di un vero e proprio caso di identità transgender, questo tipo di rappresentazione rafforza la convinzione che la forma femminile non sia altro che un simulacro, una sorta di rifugio per uomini mentalmente instabili.

Vestito per uccidere di Brian De Palma (1980)

La trama

La storia ruota attorno al personaggio di Liz Blake (Nancy Allen), giovane prostituta che diventa testimone involontaria del delitto di una donna. Liz indaga assieme al figlio della vittima, Peter Miller (Keith Gordon), ricercando l’assassino visto involontariamente attraverso lo specchio di un ascensore.

L’omicida viene presto identificata nella transgender Bobbi, che frequenta lo studio dello psicanalista Elliott (Michael Caine) come la vittima. Elliott viene arrestato e portato in un manicomio: lo psicanalista che lo ha in cura spiega che Bobbi rappresenta l’identità femminile di Elliott e vorrebbe agire sul corpo in cui è intrappolata effettuando un intervento ai genitali. Tuttavia, l’operazione non è possibile per via dell’infermità mentale riconosciuta a Elliott.

Il messaggio

Si tratta di una narrazione profondamente in debito con l’opera di Hitchcock, nonostante si inizi a prendere esplicitamente in considerazione un disallineamento tra identità di genere e genere assegnato alla nascita. Ancora una volta, quindi, l’identità transgender viene ricollegata a un’immagine nettamente negativa: Bobbi è un’assassina, un frutto peccaminoso della mente malata di Elliott, una parte autonoma della sua personalità recondita che dev’essere curata.

Le azioni efferate della donna transgender sono ridotte, peraltro, a un mero sentimento di invidia. Ogni volta che Elliott subisce il fascino erotico di una donna, Bobbi emerge con irruenza per vendicare l’impossibilità di autodeterminarsi come donna.

 

Boys don’t cry di Kimberly Peirce (1999)

La trama

Nel 1993, Brandon Teena (Hilary Swank) sta per compiere ventun anni e decide di lasciare la città natale per trasferirsi a Falls City (Nebraska), con il desiderio di iniziare una nuova vita in una città dove nessuno conosce il suo segreto. Brandon è, di fatto, un ragazzo transgender. Il ragazzo incontra un nuovo gruppo di amici, capitanato da John (Peter Sarsgaard) e Tom (Brendan Sexton III), che sembrano accoglierlo bene.

Una sera Brandon conosce Lana (Chloë Sevigny), ragazza particolarmente legata a John, che di notte lavora come operaia. Brandon se ne innamora e tenta di corteggiarla. Lana, abituata a una stereotipica mascolinità tossica, resta affascinata dai modi gentili e buffi di Brandon e se ne innamora a sua volta. John, scoperta la relazione tra Lana e Brandon, comincia a indagare sulla vita del nuovo arrivato e scopre che il nome anagrafico del ragazzo è Teena Brandon.

I nodi vengono presto al pettine e scatenano la furia di John che, con il supporto di Tom, smaschera Brandon davanti all’intero gruppo. Brandon tenta di fuggire, ma i due aguzzini lo rapiscono e lo stuprano. Con l’aiuto di Lana, Brandon denuncia la violenza subita, scontrandosi con le ottuse ed irrispettose domande dello sceriffo. Ovviamente, la denuncia cade nel vuoto: Brandon, infatti, viene freddato da John la sera dopo la denuncia.

Il messaggio

Si tratta di una sorta di memoriale dedicato a Brandon Teena, il cui agghiacciante dramma viene trasposto sul grande schermo a partire da un reale fatto di cronaca. Non è mera speculazione su un tema delicatissimo, ma la tragica cronologia di una vita strappata dall’odio e dall’ignoranza.

La Peirce non cela nulla, ma passa dai momenti di euforia alla terribile sequenza dello stupro. Una spontaneità registica schietta e dura, subdolamente accusata di aver provocato una pessima distribuzione della pellicola – in Italia il film passa abbastanza in sordina. Il motivo? Secondo l’industria cinematografica, il pubblico non è interessato a vedere film di basso budget su argomenti distanti dal quotidiano.

Nessuna dichiarazione potrebbe essere più lontana dalla realtà, dal momento che il film esce in concomitanza con un evento brutale che infiamma la comunità LGBTQ+ e che sensibilizza il pubblico internazionale: l’omicidio di Matthew Shepard, studente omosessuale statunitense derubato e brutalmente massacrato da due coetanei in una località del Wyoming la notte tra il 6 ottobre e il 7 ottobre 1998.

Breakfast on Pluto di Neil Jordan (2005)

La trama

Patrick Brady (Cillian Murphy) nasce dalla relazione clandestina tra un prete cattolico e la sua governante. Abbandonato dalla madre in fuga verso Londra e affidato dal padre alla tabaccaia del paese, Patrick rivela sin da ragazzino una forte esuberanza che si traduce in gesti appariscenti, “travestimenti” e maquillage vivacissimi.

Rinnegato dai genitori naturali e dalla madre adottiva, il ragazzo cresce con un gruppo di amici nell’Irlanda degli anni ’70, occupata dagli inglesi e rivendicata dall’IRA. In seguito alla morte violenta di un amico, Patrick riconosce un’incongruenza con il genere assegnato alla nascita e cambia il nome in Patricia/Kitten (“gattina”), prima di partire alla volta di Londra per conoscere sua madre.

Il messaggio

Il racconto è impostato come una fiaba ed è suddivisa in 36 capitoli, come una sorta di diario autobiografico che introduce il caleidoscopico mondo in cui Patrick/Patricia si muove.

Patrick/Patricia intraprende il classico viaggio dell’eroina: ha un obiettivo da raggiungere (Lady Fantasma), incontra mentori e antagonisti, fino a trovare la madre biologica e scoprire la verità. A questo punto, Patricia non ha bisogno di averla accanto perché ha molto altro: l’amore del padre, la stabilità, ma soprattutto sé stessa – malgrado una società incline a creare stereotipi, senza dar valore a ciò che si cela sotto il velo delle apparenze.

Nel finale, Patricia accompagna una storica amica in ospedale. Lì incontra il figlio (suo omonimo) della madre biologica, nuovamente incinta, e gli chiede di riferirle una frase semplice quanto emblematica:

«Dille che la signora dei telefoni [Patricia, nda] le augura che questa volta sia una femmina.»

Peacock di Michael Lander (2010)

La trama

L’infanzia di John Skillpa (Cillian Murphy) è dominata da una madre dispotica, il cui amore ossessivo genera nel figlio fobie e nevrosi. Morta la madre, John esorcizza gli abusi infantili in uno sdoppiamento di personalità. In casa, al riparo da occhi indiscreti, si trucca, si veste, indossa una parrucca e diventa Emma, una donna che si occupa delle faccende domestiche osservando il mondo esterno e desiderando una vita normale.

Il deragliamento improvviso di un treno svela l’esistenza della donna alla comunità, così inizia una lotta tra le due personalità in contrasto. Emma cerca di prendersi gli spazi che desidera esponendosi e lottando per la propria emancipazione, mentre John lotta per tenerla nascosta e sotto controllo.

Il messaggio

Peacock si richiama all’opera di Hitchcock, ma si propone di scavare nell’intimità del suo protagonista. Non si tratta qui di una mente delirante con tendenze delittuose, ma di un’immersione nella quotidianità e nell’intimità del personaggio. Questa volta non ci si limita a spiare Norman Bates dalla finestra illuminata della sua casa, ma si entra tra le pareti domestiche e lo si osserva mentre si guarda allo specchio, mette la parrucca e diventa metaforicamente sua madre.

Più correttamente, si tratta di un viaggio nella personalità dissociata del protagonista – in cui permane l’idea che vestire i panni femminili sia una via di fuga, una soluzione alternativa per esorcizzare i propri demoni e riappropriarsi di un’esistenza precedentemente negata.

Laurence Anyways e il desiderio di una donna… di Xavier Dolan (2012)

La trama

La vicenda inizia nel 1989, a Montréal (Canada). Laurence (Melvil Poupaud) lavora come insegnante di letteratura in un liceo e si dedica alla scrittura di romanzi. Nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno, confessa alla fidanzata e grintosa regista Frédérique (Suzanne Clément) che la propria vita è costruita su una menzogna: Laurence ha sempre sentito di essere nata nel corpo sbagliato, sa di essere una donna costretta in abiti e attributi maschili.

Fred è sconvolta, ma la loro è una relazione che poggia su un sostegno e un affetto profondissimi. Dopo un iniziale allontanamento, la coppia si ricompone. Laurence ama Fred a prescindere dalla propria identità di genere e Fred non può fare a meno di Laurence, tanto che desidera essere presente nel difficile percorso di transizione. Le ostilità e i pregiudizi che la coppia deve affrontare, nei dieci anni seguenti, mettono più volte in discussione lo straordinario rapporto.

Il messaggio

Laurence risulta “anormale”: perde il lavoro, la madre lo rinnega, la stessa Fred non resiste al senso di instabilità e di mancata normalità. Laurence avverte l’obbligo morale di rimanere coerente a sé stessa, ma arriva a vagliare di sacrificare la propria autenticità di fronte alla compagna all’apice dell’esasperazione. Laurence la prega di rimanere, di non lasciarla e le assicura che

«È un momento di transizione. Per rimanere con te, cambierò»

Questa frase riassume egregiamente una delle maggiori problematiche con cui le persone transgender devono quotidianamente misurarsi: l’invalidazione della propria identità, per preservare i rapporti interpersonali, per restare parte di un quadro sociale o famigliare predefinito, per non precipitare nella solitudine e nell’oblio.

La storia ha il pregio di tematizzare la disforia di genere e di confrontarsi con gli ostacoli del percorso di transizione, ma la sua importanza risiede soprattutto nel definire con chiarezza la differenza fra identità di genere e orientamento sessuale. L’amore di Laurence per Fred, infatti, non c’entra assolutamente nulla con le consapevolezze che Laurence acquisisce su di sé.

Il titolo stesso, letteralmente “comunque Laurence”, comunica che i sentimenti della protagonista non hanno nulla a che vedere con la sua espressione di genere. La persona è sempre la stessa, al di là dell’immagine che può dare di sé.

3 Generations – Una famiglia quasi perfetta di Gaby Dellal (2015)

La trama

Il sedicenne Ray (Elle Fanning) vive a New York con la madre Maggie (Naomi Watts), la nonna Dolly (Susan Sarandon) e Frances (Linda Emond), compagna della nonna. Ray non vede l’ora di cominciare ad assumere testosterone, così da guardarsi allo specchio senza disprezzare quel corpo che non gli appartiene.

La decisione di Ray destabilizza e sconvolge rapidamente la vita della famiglia, tanto che la nonna arriva a domandare «Perché non può essere semplicemente lesbica?». Un’osservazione piuttosto moralista, anche se da parte di un personaggio per niente all’antica. La nonna considera l’intervento chirurgico una mutilazione, mentre la mamma è più comprensiva e appoggia la decisione di Ray – anche se con fatica, sofferenza, dubbi e paure.

Per poter avviare la transizione, è necessario che il padre di Ray (Tate Donovan) dia il proprio consenso e firmi il modulo per avviare le cure ormonali, anche se l’uomo si è costruito una nuova famiglia e non ha la benché minima idea di cosa stia succedendo nella vita di Ray.

Il messaggio

La storia porta alla luce l’immensa difficoltà con cui molte persone transgender devono fare i conti, ovvero l’esigenza che il percorso di transizione passi attraverso il consenso dei genitori e/o tutori.

Da una parte, Ray ha la fortuna di avere una madre disposta a mettere in discussione le proprie convinzioni e a crescere insieme a lui, in modo tale che il figlio possa trovare la propria strada e vivere un’esistenza autentica in linea con sé stesso.

Dall’altro lato, però, Ray incontra l’incomprensione e l’estraneità del padre, che si ostina fino alla fine a prendere le distanze dall’argomento e a manifestare dissenso.

È una battaglia estenuante, che talora incontra incomprensioni anche da parte della medesima comunità LGBTQ+ – come ben testimonia la reazione della nonna di Ray. Esiste sempre una condizione preferibile, una volontà di omologare le esperienze per dar loro un senso, un rifiuto di provare a metabolizzare un’informazione destabilizzante quanto essenziale all’affermazione di sé stessi.

The Danish Girl di Tom Hooper (2015)

La trama

Il film trae ispirazione dalla biografia della pittrice Lili Elbe, donna transgender nata nel 1882 a Vejle (Danimarca) e prima persona a intraprendere una transizione medicalizzata. Dopo anni vissuti sotto il nome di Einar Wegener, assecondando il ruolo maschile socialmente attribuitole, Lili (Eddie Redmayne) decide di sottoporsi ad alcuni interventi chirurgici per allineare il suo corpo alla sua identità femminile.

La storia inizia nel 1926 a Copenaghen. Lili, ancora sotto una maschera maschile, convive con la moglie Gerda Gottlieb (Alicia Vikander), pittrice ritrattista. Una sera Gerda le chiede di indossare un abito femminile per aiutarla nel completamento di un dipinto: a seguito di questo episodio, Lili matura gradualmente la consapevolezza della sua identità.

A partire dal 1912, la coppia si stabilisce a Parigi e Lili incomincia a presentarsi in pubblico vestita da donna, dicendo di essere la cugina di Einar (nel film, la sorella nelle vicende reali). Tuttavia, la pressione delle convenzioni sociali la porta a pensare di avere qualche disturbo mentale e a fare visita a diversi psicologi. Nessun medico è in grado di aiutarla: Lili sa benissimo di trovarsi in un corpo che non la rispecchia e si rende conto che l’unica soluzione per provare a vivere più serenamente è modificarlo, in linea con le possibilità dell’epoca.

Il messaggio

Lili si sforza inizialmente di conformarsi alla società in cui vive e di rientrare nel ruolo prettamente maschile che le è stato imposto, ma la sua autenticità non può restare a lungo sopita. Imporle di indossare vestiti maschili non intacca in alcun modo la sua certezza, perché la sua condizione non è dettata dall’esterno:

«Non importa cosa indosso. Quando sogno, sogno i sogni di Lili.»

Malgrado le preoccupazioni e le titubanze nutrite dalle persone che la circondano, Lili è consapevole di dover intervenire su sé stessa per restituire al mondo un’immagine che trasmetta la sua verità. Arriva a rinnegare la propria immagine precedente e dichiara che Einar è morto. In realtà, questa è una visione parziale: il rifiuto del proprio corpo e la conseguente incapacità di guardarsi allo specchio è una condizione plausibile per alcune persone transgender; in altri casi, invece, non c’è percezione di un “corpo sbagliato”, ma di un disallineamento tra come la persona si percepisce e come viene percepita.

Inoltre, Einar e Lili non sono due soggetti diversi, ma soltanto due nomi per la stessa persona – seppur, molto spesso, il nome anagrafico risulti profondamente per nulla rappresentativo e potenzialmente fonte di disagio. È importante, dunque, sottolineare che il transgenderismo non ha nulla a che fare con le personalità multiple.

In definitiva, esistono vari modi di essere donna, che prescindono dalle convenzioni sociali o dai nostri caratteri sessuali.

Girl di Lukas Dhont (2018)

La trama

Lara (Victor Polster) è una sedicenne intrappolata nel corpo di un ragazzo, con una sola grande passione: la danza classica. Nonostante sia molto giovane, è sicura della propria identità.

Supportata da una famiglia amorevole, assume gli ormoni per avviare il cambiamento del suo corpo e non vede l’ora di sottoporsi all’intervento ai genitali. Tuttavia, deve attendere la maggiore età per raggiungere questo traguardo.

Il messaggio

La sostanziale differenza rispetto ad altri film è che Lara non deve lottare per farsi accettare da chi ama, non deve nascondere chi è veramente.

Sicuramente permane un velo di crudeltà gratuita, nelle parole che le rivolgono alcuni professori o nel comportamento superficiale di alcune coetanee: un docente chiede a Lara di chiudere gli occhi mentre domanda alle compagne di classe se si sentano a disagio all’idea che Lara usi lo spogliatoio femminile, mentre le compagne di ballo le fanno pressioni affinché mostri i propri genitali maschili.

In questo senso, Lara diventa un fenomeno da baraccone. Nonostante abbia il sostegno della famiglia e della scuola di ballo, la sua immagine le provoca immensa insoddisfazione e inaudito sconforto.

«Sei molto dura con te stessa, sei molto dura.»

Il vero dramma di Lara è l’impazienza, la fatica di dover attendere la maggiore età per potersi finalmente riconoscere nel riflesso che lo specchio le restituisce:

«Tu sei una ragazza. È che tu vuoi essere una donna, ma non funziona così. Credi che io sia nato già uomo?»

Le parole del padre evidenziano la complessità del percorso di transizione di Lara, durante cui emergono tanti piccoli aspetti che le ricordano che il corpo che abita non ha la stessa forma della sua anima.

Lara non si lascia andare a crisi isteriche o a vittimismo adolescenziale. La battaglia imperversa dentro di lei. La scelta di rimanere in silenzio e tacere la propria sofferenza diventa l’unica via di salvezza, una corazza che le consente di isolarsi dal resto del mondo.

Un tasto dolente della storia è il rapporto conflittuale di Lara con i propri genitali, che la porta a chiedere un aumento della dose di ormoni e addirittura a cercare di evirarsi. L’insistenza con cui ci si sofferma su questo dettaglio rischia, tuttavia, di alimentare una narrazione viziata e morbosa. La relazione di una persona transgender con il proprio corpo non si riduce necessariamente alla disforia per i propri genitali, motivo per cui una simile narrazione mediatica finisce per risultare innaturale e stereotipata. Il genere di una persona non dipende, in definitiva, da suoi genitali.

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