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‘Il Palazzo’ Conversazione con la regista del film Federica Di Giacomo

Un film di fantasmi e di incarnazioni, ma anche un confronto tra come eravamo e come siamo diventati

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Come Liberami anche Il palazzo di Federica Di Giacomo è un film di fantasmi e di incarnazioni, ma anche un confronto tra come eravamo e come siamo diventati da parte di un gruppo di personaggi in cerca d’autore.

Presentato in anteprima come evento speciale alle Giornate degli Autori e adesso finalmente in sala, de Il palazzo abbiamo parlato con la regista del film. Prodotto da Dugons Film con Rai Cinema.

Il Palazzo documentario in proiezione speciale a Venezia. la recensione

La conversazione con Federica Di Giacomo su Il palazzo

Come Liberami, anche Il Palazzo di Federica Di Giacomo, in qualche maniera, è un film di fantasmi e di incarnazioni. Alla pari del tuo precedente lavoro, anche qui c’è un demiurgo capace di trasformare le persone in personaggi. 

Il paragone tra il capo carismatico che, alla pari dell’esorcista di Liberami corpo e voce al sodalizio protagonista del mio nuovo film/mi pare interessante. Sia ne Il Palazzo che in Liberami c’è un discorso sul corpo, prima ancora che sul demiurgo. Fai bene a definirli fantasmi perché in ambedue c’è un corpo che, a un certo punto, emerge fino a diventare il principio di realtà rispetto al resto, destinato a diventare immagine. Ne Il palazzo, più che in altri miei lavori, c’è il discorso sull’immagine che abbiamo di noi stessi e quella che gli altri ci rimandano. Quest’ultima è una visione di tipo conservativo perché fa riferimento a come eravamo e non a come siamo diventati. Un confronto, questo, destinato a riportarci all’ineluttabilità di un corpo che ci ricorda di essere altro. In Liberami succede in un modo più scenografico, qui in maniera più semplice, attraverso i corpi che si deformano, reclamando un principio di verità il più delle volte rimosso dalla nostra società. La continuità con Liberami è data anche dalla presenza di una personalità capace di portare avanti un forte senso di gruppo. Nonostante la sua reclusione volontaria Mauro ha mantenuto il mito di quella comunità: non a caso è lui a chiamare le persone mettendole in contatto le une con le altre. Quando, dopo molto anni, li vediamo di nuovo insieme, il paragone tra il mito che lui ha contribuito a creare e l’immagine che loro hanno di sé stessi è inevitabile.

Il montaggio

A proposito di quanto hai detto, per definire lo sguardo del film esiste una sequenza fondamentale: mi riferisco a quella in cui per un attimo vediamo il primo piano di Mauro impegnato a osservare qualcosa. Per effetto del montaggio, quel frammento d’archivio interposto tra due sequenze contigue, crea un corto circuito dei punti di vista in cui non sono solo i personaggi a guardare Mauro, ma è anche quest’ultimo a guardare loro. Parliamo di un doppio sguardo, interno al film e destinato a scandirne la visione. 

Sì, in realtà questo è stato il modo in cui abbiamo voluto giocare con il linguaggio. La cosa interessante è che Mauro, prima del peggioramento del suo stato di salute, mi aveva lasciato questo incredibile archivio che non era costituito da immagini di vita quotidiana come spesso capita nei documentari, ma di un film in cui tutti loro già si autorappresentavano e dove lui aveva già uno sguardo su di loro. Per noi è stato stimolante renderne più complesso e stratificato il senso, a partire da questo momento iniziale in cui loro parlano di lui. Quando l’ho vissuto mi ha ricordato un gioco pirandelliano, con i membri del gruppo che, attraverso il ricordo del loro leader, fanno il consuntivo di ciò che sono stati. Da qui l’instaurarsi di un gioco democratico di visuali nel quale il gruppo ricambia lo sguardo di cui per anni è stato oggetto da parte del loro capo carismatico.

Anche il presente ne Il palazzo di Federica Di Giacomo

La parte contemporanea de Il palazzo, quella da te girata in prima persona, è dominata dallo sguardo che i personaggi rivolgono a se stessi e poi agli amici. Il confronto tra passato e presente è il principio del loro rapporto. I giudizi che ne conseguono non fanno sconti a nessuno. 

E beh, sì. Noi siamo partiti da un dato reale e da ciò che Mauro ha lasciato agli amici: il film girato con loro nel corso degli anni. Quando ho deciso di seguire il gruppo, conoscevo solo alcuni membri, per cui decidere di realizzare un lungometraggio sulla loro storia è stata anche una scommessa. Detto questo, mi ritengo comunque fortunata perché mi sono trovata davanti un gruppo di persone che si distingueva per autoironia e capacità di guardarsi in modo sincero e anche spietato. Tra di loro esisteva già un livello di confronto interessante, non scontato, non retorico. E poi c’era questa immagine di loro stessi. Di quelle che ci riguardano oggi ce ne sono a migliaia, per questo, secondo me, il discorso diventa più ampio. Quando abbiamo a che fare con qualcuno che ci rimanda un’immagine di noi è inevitabile il bilancio e la riflessione. Ne Il palazzo tutto questo è diventato il dispositivo narrativo, con le immagini di repertorio che entrano in gioco per spingere i protagonisti all’interno di un rimescolamento emotivo in grado di scuoterli e dividerli. È così che nascono le dinamiche del film.

Tra narrazione e temi

Il palazzo è un film stratificato sia sotto il profilo narrativo che tematico. Allo stesso modo lo è dal punto di vista dei  toni e dei registri da te utilizzati. Alla malinconia e alla drammaticità che sta a monte del consesso amicale subentrano infatti passaggi tragicomici, con i protagonisti disposti a fare i conti con i loro vezzi e le loro vanità senza alcun indulgenza. 

È stato un lavoro interessante perché, in termini di cinema del reale, ha spinto ancora più in avanti il lavoro che faccio con le persone. Nel senso che io assisto a delle situazioni e ne prendo parte – in questo caso – anche in modo personale, ma poi, una volta capiti gli individui che mi interessano, li lascio completamente liberi di esprimere i loro pensieri. Molti di loro si sono rivelati persone espressive, capaci di mettersi a nudo e di comunicare anche a livello di dialoghi con una forma davvero particolare. Peraltro non riesco a sopportare i film in cui per tutta la storia c’è solo uno stato d’animo: ho bisogno che la vita scorra e si trasformi. Una necessità ancora più urgente nei momenti di elaborazione del lutto in cui siamo scossi da qualcosa più grande che finisce per bloccarci. Poi, però, la vita scorre e si trasforma, alternando ironia, tristezza, malinconia, dramma. Non a caso i personaggi che mi piacciono sono quelli che riescono a trasformare le cose e di cui sono in grado di cogliere i mutamenti. Questo per me è un valore aggiunto.

Il palazzo, tra le altre cose, è un film sul cinema allo stato puro, magnifica ossessione per la quale si sacrifica la vita. Al centro della storia c’è infatti un film impossibile da ultimare e un regista, che nello spirito e soprattutto nella figura, sembra l’incarnazione di Orson Welles, pronto a tutto pur di realizzare il suo film al di fuori del sistema industriale. Parliamo di un’opera destinata ad andare avanti per una vita e forse a non arrivare mai a una vera conclusione.

Beh, si, è quello che mi ha affascinato quando sono arrivata a Roma e ho conosciuto questa specie di sistema palazzo: le persone che lo abitavano, grazie anche alla follia del proprietario mecenate, erano totalmente estranee alla mondanità romana. Era un mondo a parte, nel pieno centro di Roma e questo lo rendeva estremamente interessante. Non si trattava di una comunità associabile alla periferia e alla povertà e questo concorreva a renderla parte di una specie di discorso astratto, con loro che giravano il film sempre chiusi lì dentro, senza che nessuno potesse vederli. Dopo molti anni, quando Mauro era ancora vivo, lui e il padrone dello stabile avevano deciso di finire il film iniziato vent’anni prima. La nostra idea era quella di raccontare il palazzo nel momento in cui finalmente i suoi inquilini avevano deciso di relazionarsi con la realtà produttiva del cinema, mettendo a confronto la loro visionarietà con la realtà dei nostri tempi. Purtroppo la resa dei conti è diventata ben più amara, ma è stata resa interessante dall’evocazione della figura di Mauro, fisicamente molto simile a Orson Welles. La loro follia per me è diventata anche un racconto corale di qualcosa che rappresenta la gioventù e la libertà degli anni ottanta, un tempo in cui erano appena arrivate le videocamere e dunque si poteva girava qualsiasi cosa.

In effetti Il palazzo sembra raccontare un’esperienza di vita collettiva sulla falsariga del modello comunitario sessantottino, riproposta però negli anni novanta. 

Sì, infatti il tema del gruppo è interessante per quello, ma anche perché incrociava la generazione a cui apparteniamo, una delle prime a investire molto sulla cultura. Abbiamo tutti studiato materie umanistiche, il cinema, le lettere, scienze politiche, pensando che alla pari dei nostri genitori anche noi avremmo conquistato un posto dignitoso nel mondo. Eravamo i primi ad aver avuto accesso libero alle videocamere. In realtà è stata una generazione ampiamente tradita nelle aspettative, finendo in una grande precarietà e marginalità sia politica che economico sociale. Per questo era interessante vedere come la fine dei giochi, cioè il termine dell’adolescenza, si trasformava in un dramma. L’arrivo della morte genera un senso di incompiuto che mi interessa molto perché è qualcosa che la società stigmatizza. In realtà, per me, questo è anche un modo radicale di mantenere una sorta di autonomia individuale.

Altri temi de Il palazzo di Federica Di Giacomo

Un altro dei tanti temi de Il palazzo lo mostri in una delle scene finali in cui il proprietario del palazzo, dopo la morte di Mauro, smonta la sua stanza come si farebbe con il set di un film. In questo senso Il palazzo parla anche di come la vita e l’arte riescano ad influenzarsi. Ne Il Palazzo l’unione dei questi due elementi è imprescindibile.

In questo caso il palazzo lo è stato, nel senso che veramente avveniva tutto lì dentro, come dimostra il fatto che l’intero girato sia ambientato al suo interno. In più c’è questa resa dei conti, con la realtà che rappresenta la fine della possibilità di essere così visionari e liberi di vivere senza pensare al risultato del prodotto. Cosa che, quando esagerata, porta inconsapevolmente a un distacco che ti isola completamente dal resto del mondo, togliendo la possibilità di trasformarci.

Questo punto mi sembra molto attuale perché è lo stesso processo di isolamento sperimentato dalle nuove generazioni che oggi si confrontano con una realtà di tipo virtuale.

Esatto, Mauro ha fatto un po’ quello. Lui, a un certo punto, si è isolato e a me piaceva raccontare un punto di vista diverso della questione. Io l’ho fatto attraverso un film che parla anche di cinema, attraverso le visioni assurde di un viaggio più libero ma di certo assimilabile a quello che sta succedendo ai nostri figli, sempre di più isolati all’interno della realtà virtuale.

La produzione del film

La vicenda produttiva de Il palazzo ha finito per influenzare quella artistica, poiché la morte improvvisa di Mauro ha cambiato la narrazione in corso d’opera. Una situazione che mi ha ricordato quanto successo a Pietro Marcello con Bella e perduta. Come un corpo vitale il tuo film reagisce alla vita e si trasforma.

Beh si, questa è la grande risorsa e, allo stesso tempo, la difficoltà tipica del cinema del reale, cioè il fatto che tutto sia in balia dell’imprevisto. Questo, però, ti da la possibilità di vivere energie potentissime e la capacità di cogliere le trasformazioni in atto. Quando Mauro è mancato stavo subendo un lutto personale e famigliare pesantissimo. Ritrovandomi nella prima scena non sapevo se avrei continuato il film, ma ho sentito che il mio dolore mi metteva nelle condizioni di capire quello che stavano passando. In quel momento ho pensato che fosse l’unico film che potessi fare anche se si trattava di una scommessa produttiva e registica. Farlo è stato interessante e anche difficile. Il montaggio soprattutto è risultato un processo lungo. Per fortuna ho incontrato persone in grado di capire e apprezzare questo tipo di lavoro.

Parlando del montaggio del film, a me è piaciuto il modo in cui hai inserito i materiali d’archivio, ovvero le sequenze del film girato da Mauro e interpretato dal resto del gruppo. Mi è sembrato una composizione di tipo subliminale, per la capacità delle immagini di parlare all’interiorità di chi le guarda. Peraltro si tratta di un montaggio corrispondente alla sensibilità dei protagonisti e a quella del loro sguardo.

Beh sì, attraverso il montaggio che poi è la forma di scrittura principale di questo tipo di film, io ed Edoardo Morabito abbiamo lavorato sul concetto di personaggio. La mia idea è che ognuno di noi da giovane se ne crei uno da condividere con gli amici storici attraverso una propria narrazione. Poi, però, nella vita non è facile uscire dal personaggio che ci siamo creati, così, quando troviamo queste immagini che ci rimandano ciò che eravamo diventati, si crea un corto circuito interessante perché, come dicevi prima, ne Il palazzo il repertorio è usato sia dal punto di vista di Mauro, sia da quello dei suoi attori. Alla visione reciproca dei personaggi si sovrappone quella di Mauro che guarda loro. Questa è diventata una chiave di costruzione del film che comunque rimane destrutturato e si confronta con l’immagine di noi consegnata al mondo con questa narrazione. Molto spesso quando ti ritrovi con amici di vecchia data non riesci a far capire quanto sei cambiato perché loro ti vedono sempre alla stessa maniera. Questo, nel mio film, ha creato quella verità che scaturisce dal confronto con sé stessi. In questa ottica, Edoardo è stato bravissimo a dare una forma al materiale d’archivio.

Alla fine del film non sappiamo se Mauro sia un genio incompreso o un ambizioso dilettante, ma la sua presenza rimane comunque grandiosa. Al di là di quelle che sono le sue reali capacità. Per certi versi la personalità di Mauro finisce per riflettere quella del film che è allo stesso tempo libera e rigorosa. 

Questo è quello che più mi interessa nel fare il cinema, cioè rendere universali storie di perone comuni. Parlare di una uomo che non è ufficialmente riconosciuto come regista ma che in fondo ha passato tutta la sua vita a fare quello è risultato molto interessante. In questo senso ti dicevo del concetto di personaggio: si parla spesso di come questo debba essere nei documentari. Qui ognuno di loro sa di esserlo. Anche Mauro ne era consapevole per cui diventa stimolante raccontare storie di persone comuni che però hanno una radice di fantastica epicità che potrebbe riguardare tutti.

In tutto questo rientra la questione del fallimento e dell’accettazione: diversamente da quanto decretato dalla società nella vita si può fallire. Il non riuscire a terminare una cosa non è affatto un insuccesso. Il fatto di concentrarsi in maniera sincera con questa condizione è una qualità che appartiene alla narrazione delle persone comuni, di quei tanti che hanno fatto miliardi di cose meravigliose e che, a un certo punto, hanno deciso di cambiare strada. Il Palazzo è un po’ un canto d’amore per chi non necessariamente assurge alle luci della ribalta. Come succede al novanta per certo della popolazione.

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