Conversation
Aria racconta la voglia di vivere di persone normali. Conversazione con Daniele Vicari
Disponibile su RaiPlay in 6 puntate da 25 minuti Aria è una docu-serie su alcuni italiani sparsi per il mondo
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5 anni agoon
Disponibile su RaiPlay, articolata in 6 puntate da 25 minuti Aria è una docu-serie su alcuni italiani, sparsi in varie parti d’Italia e del mondo – dalla Cina al Kenya, dal Brasile alla Francia – visti attraverso la lente del tempo sospeso della pandemia.
Realizzata da Andrea Porporati, Costanza Quatriglio e Daniele Vicari e da Chiara Campara, Francesco Di Nuzzo, Flavia Montini, Pietro Porporati, Greta Scicchitano, la serie è prodotta da Minollo Film, di Aria abbiamo parlato con Daniele Vicari.
L’eccezionalità di Aria è conseguenza della straordinarietà dei nostri giorni, ma anche delle modalità con cui la docuserie è stata girata.
Hai toccato un punto fondamentale dal quale volevo partire e cioè quello di donarsi agli altri. Questo è un tema che emerge non solo dal racconto dei protagonisti. La solidarietà è alla base degli aspetti produttivi del vostro lavoro, poiché parte dei proventi saranno devoluti all’Istituto Spallanzani di Roma, da sempre in prima linea nella lotta contro il Covid-19. In un momento di grandi dubbi e confusione sull’opportunità o meno di affidarsi alla Scienza, questo particolare ci dice da che parte state tu e i tuoi collaboratori.
Ho sempre preso sul serio la nozione di cinema partecipato e se vai a cercare in rete troverai un sacco di cose su un’opera intitolata Il mio paese 2.0 realizzato nel 2007. Parliamo di un lavoro che io non chiamo nemmeno film, per via della sua anomalia e che fa seguito a Il mio paese, che invece è un film documentario classico, in cui sono io in prima persona a fare da narratore. Sulla scorta di quell’opera con la prima televisione online nata in Italia, The BlogTV, fondata da Bruno Pellegrini, una persona molto avanti con le idee, capace di proiettarsi nel futuro. Quest’opera consisteva nel raccogliere, intorno al tema della trasformazione post industriale del paesaggio, il punto di vista degli italiani attraverso dei film realizzati da loro, dai cosiddetti utenti della rete. Raccogliemmo quasi duecento opere e fu il primo film partecipato in Italia, ma secondo me anche in Europa, perché all’epoca solo in America esisteva un precedente riguardante soprattutto la guerra in Iraq. Questo approccio è legato alla risposta che mi sono dato sul senso dei social media, che per me sta nella possibilità di ciascuno di raccontare e di raccontarsi. Da qui nasce anche la problematicità di un progetto come Aria: quando la scorsa primavera insieme a Francesca Zanza e Andrea Porporati ci siamo proposti di scegliere degli italiani in grado di raccontarci cosa stava succedendo in Italia e nel mondo, abbiamo seguito il principio di metterci al servizio di queste storie, evitando in qualunque modo di sovradeterminarle. Così hanno fatto i giovani cineasti che ci hanno aiutato nella realizzazione: attraverso i social, i giornali, la radio, la televisione e il passaparola, hanno trovato le persone adatte e si sono messe al loro servizio, per far sì che l’uso dei mezzi di ripresa risultasse funzionale alla modalità del racconto e ai suoi contenuti.
Mi ero appuntato Il mio paese perché secondo me dimostra come, nell’ambito della tua filmografia, Aria non sia un progetto nato per caso, ma la conseguenza naturale del tuo sguardo e del tuo modo di fare cinema. Tra l’altro, se penso ad Aria e alla tipologia di persone che ne sono protagoniste, mi tornano in mente i personaggi che tu hai sempre raccontato.
Con Andrea, Costanza e Francesca condividiamo questo punto di vista sul mondo. Crediamo che il cinema debba misurarsi senza rete con la complessità del presente. In particolare sentiamo che in questo passaggio storico l’idea di fare cinema condiviso con i testimoni – nel caso del prossimo Il giorno e la notte con gli attori – non nasce semplicemente dal fatto che siamo bloccati in casa e facciamo fatica a muoverci, ma è la conseguenza dell’esigenza di non rimanere da soli a farci carico dell’interpretazione di un presente che sfugge. Cercare di mettere insieme le forze e quindi anche i punti di vista ha un valore in sé e secondo me il cinema può modificarsi, attraverso questa modalità di racconto, ancora più e ancora meglio di come si stia modificando naturalmente attraverso le possibilità offerte da mezzi di ripresa di cui tutto oggi disponiamo. Secondo me questo è un approccio che ha a che fare con il desiderio di non rimanere spiazzati da quello che ci succede intorno e per me una delle funzioni del cinema è questa qua, non c’è dubbio.
La possibilità di annullare le distanze che ci separano dagli altri, grazie alle opportunità offerte da accessori e strumenti di uso comune, in Aria diventa metafora della pandemia che ha separato gli uni dagli altri. Voglio dire che, in un sistema in cui tutto è a portata di mano e raggiungibile in meno di un attimo, la forma del vostro film spiega meglio di altri esempi il perché della diffusione del virus su scala planetaria.
L’annullamento delle distanze fisiche è una rivoluzione della comunicazione e dello stile di vita di cui comprendiamo a fatica la portata, nonostante sia in atto da decenni. Dunque, se vuoi, è anche piuttosto sconcertante il fatto che ci siamo fatti sorprendere dal virus, perché questa situazione era già evidente da molto tempo e qualcuno l’aveva persino preannunciata. Pur avendone provato le conseguenze sulla nostra pelle, stentiamo ancora a capire cosa sia successo. Fatichiamo a comprenderlo sia sul piano culturale sia su quello antropologico, perché vedo in giro resistenze fortissime ad accettare l’idea che esista un virus mondiale
Quando a marzo, insieme ad Andrea e Francesca, abbiamo deciso di creare una società di produzione che è la Kon Tiki, ci siano posti come priorità quella di interpretare consapevolmente questo passaggio storico dal punto di vista del cinema e il motivo per cui mi piace richiamare le esperienze che ho tentato di fare all’inizio di questo secolo non è per rivendicare il fatto di essere stato il primo a farlo: è che secondo me la questione esiste da sempre.
Un film come Diaz nasce da un progetto di questo genere e cioè da un approccio multimediale ai fatti di Genova. Noi volevamo raccontare il G8 utilizzando come piattaforma fondamentale il blue ray, che era stato messo in commercio da pochissimo tempo e poteva contenere una quantità di informazioni che il DVD classico non permetteva. Volevamo metterci dentro nove film documentari realizzati ognuno da punti di vista diversi: una tuta bianca, una suora, un poliziotto etc. Ci sarebbe dovuto essere anche un film scritto insieme a Massimo Gaudioso e Virginia Borgi incentrato sulla storia di un amico intimo di Carlo Giuliani, Edoardo Parodi, che morì sei mesi dopo Carlo. Il film doveva essere prodotto da VivoFilm. I documentari dovevano essere fruibili attraverso i menù del blue ray; avevamo sviluppato uno schema di montaggio che portava fino a centosei, centosette congiunzioni in grado di navigare tra un film e l’altro, con degli snodi narrativi che poi consentivano di lasciare una storia e prenderne un’altra. Era un’opera multimediale in senso stretto. La mancanza di un mercato per questo tipo di lavoro e la difficoltà a ottenere i diritti di tutte le immagini mi hanno indotto a optare per un film unico, Diaz, prodotto da Fandango, che però mantiene questa struttura di racconto.
Aria è un film di paesaggi geografici, ma anche di luoghi dell’anima. A tal proposito mi sembrano indicativi l’inizio del primo episodio e la fine dell’ultimo. In apertura infatti la canzone si sovrappone a immagini di figure umane, raccontandone il sentimento e non la biografia; l’episodio conclusivo si chiude all’insegna dell’emozione suscitata dall’invito a rimanere all’interno dell’armonia del cuore.
Credo che questo sia uno dei fili conduttori del racconto, che è molto semplice da un punto di vista narrativo, ma che allo stesso tempo ha dentro dei fili a cui io tengo molto: uno di questi è proprio il fatto che queste persone assolutamente normali nell’arco dei mesi raggiungono un livello di coscienza molto alto della propria condizione, facendoci il regalo più grande: quello di dirci che vale la pena continuare ad andare avanti, a patto di riconsiderare la nostra vita attraverso i sentimenti. L’organizzazione sociale basata sulle cose e sui prodotti non basta più, perché nella situazione in cui viviamo i sentimenti sono più importanti. I nostri testimoni ce lo dicono con la consapevolezza di chi, come Costanza Savaia, costretta da sempre a vivere in casa o come Simona, obbligata a stare su una sedia a rotelle, rappresenta un’avanguardia in grado di dirci più di quello che noi possiamo immaginare, perché loro questa condizione, ora divenuta di massa, l’hanno già vissuta individualmente per diversi motivi e sono state in grado di capirla.
Condizionate da limiti indipendenti dalle loro volontà, Simona e Costanza hanno compensato tale condizione sviluppando l’infinito che è dentro ognuno di noi e che, insieme a quello degli altri testimoni, contribuisce a dare energia a quello stato dell’anima che attraversa tutto il film.
Esatto. Le loro parole ti rimangono dentro perché interpretano non solo la condizione di vita e le storie di chi le racconta, ma anche degli spettatori che condividono, nessuno escluso, la loro condizione. Non c’è niente da fare, puoi essere anche l’uomo più duro della terra, ma ciò che dicono queste persone ti arriva dritto al cuore, perché le loro parole rappresentano disegnano e sottolineano anche la tua condizione.
Una delle cose più forti che emerge dal racconto di Aria è il senso della misura che pervade allo stesso tempo le persone e l’opera. Di fronte a un avvenimento di proporzioni apocalittiche, l’equilibrio di entrambi gli elementi, da un lato, fa da parametro della dignità con cui queste persone affrontano le diverse situazioni; dall’altro ti permette di trovare la giusta durata di ogni episodio, considerando che l’eccezionalità degli avvenimenti faceva propendere per un’espansione narrativa. Al contrario, i venticinque minuti di ogni episodio restituiscono la dimensione intima e partecipata in cui si compie la narrazione.
Ogni episodio di Aria dura appena 25 minuti, un tempo anomalo rispetto a standard orientati su un tempo almeno doppio. La sensazione è però quella di una scelta connaturata al discorso interno al film. Aumentarne anche di poco la durata ne avrebbe alterato gli equilibri.
Nei suoi singoli segmenti, Aria e’ stato girato dalle persone che ne sono protagoniste. Da parte vostra c’è stato invece un lavoro teso a valorizzare le immagini mediante un dispositivo capace di accogliere l’infinito pulsante nell’anima dei protagonisti. Oltre al montaggio, penso per esempio agli interventi sul colore, ma anche all’uso di una tecnica come quella dello split screen in grado di moltiplicare le possibilità della visione.
La sequenza del pesciolino che dopo mesi la famiglia ritrova ancora vivo è un momento straordinario di vita che si fa cinema. Per non dire della forza drammaturgia che ha all’interno del film.
E’ straordinaria perché prima c’è stato il tempo sospeso del pranzo, nel quale la perdita del sapore richiama una mancanza che sa di morte, poi il ritorno a casa foriero di meraviglia e felicità. Nella sequenza di cui mi chiedevi è naturale commuoversi; sarebbe disumano non farlo, perché l’emotività del momento non è data solo dal melodramma della voce di Marta che piange fuori campo mentre riprende il pesciolino ancora vivo. È la cosa in sé e cioè il fatto che il pesce, come loro, è vissuto in una situazione impossibile a scatenare quei sentimenti. In un momento come quello io amo il cinema, perché questa scena ce l’ha regalata la famiglia Santonicola, è un dono pazzesco e noi non dobbiamo far altro che valorizzarlo all’interno del racconto.
Aria è un film anche sul fare. Alcune delle persone sono dei volontari: una di queste è impiegata ma nel tempo libero è coinvolta nella Croce Rossa. C’è poi il medico impegnato in Africa che insieme agli altri dà vita a un gruppo di persone impegnate ad aiutarsi una con l’altra. Una comunanza di intenti e una voglia di fare, rispetto alle quali a rimanere indietro sono lo Stato e le sue strutture.
Diciamo però che e’ un tipo di rappresentazione molto funzionale al racconto che il potere vuole fare di un popolo, passiva e attendista. Personalmente mi fa piuttosto incazzare quel modo di raccontarlo. Se ci facciamo convincere che le cose stanno così, limitandoci solo ad aspettare, diventiamo talmente passivi che poi chi comanda, le organizzazioni governative e la televisione fanno di noi quello che vogliono.
Per contro, i nostri testimoni sono persone fino in fondo: in ogni momento non rinunciano al fare perché non rinunciano a essere. Vanno incontro agli altri con il desiderio di esserci nonostante la difficoltà: di costruire la socialità che è l’elemento fondamentale del nostro vivere insieme. Quello che ci sta permettendo di non soccombere rispetto alla pandemia è il fatto che noi riusciamo, non solo a sopravvivere, ma a vivere. Se invece la narrazione della pandemia è solamente eroica o solamente sociologica, ecco che diventa un punto di vista schiacciante. Non credo sia giusto raccontare ciò che stiamo vivendo se non testimoniamo anche questa enorme esplosione del desiderio di stare con gli altri. Certo ci sono anche gli idioti, ma quelli non mancheranno mai nella storia dell’umanità. Di solito fanno molto notizia e molto rumore e sovrastano il racconto di questa energia sociale che per fortuna, secondo me, si è manifestata
Oggi sul Fatto quotidiano ho letto una frase di Roberto Saviano che recita: “ Per uscire dalla solitudine mai come oggi serve ossigeno anche se è proprio questo che manca”. Un concetto in qualche modo collegato al racconto di Aria.
Il fatto che abbiamo trovato il modo di reagire alla pandemia, pur restando dentro le nostre case, secondo me è la più grande affermazione poetica sulla necessità che ha l’essere umano di non limitarsi a esistere ma di voler vivere. L’esistenza e la vita sono due cose completamente diverse. Se riduciamo la nostra vita a mera esistenza, possiamo avere tutto l’ossigeno che ci pare ma siamo degli ectoplasmi. Invece noi vogliamo vivere e questo desiderio secondo me sarà vincente a patto che non ci lasciamo abbindolare dalle sirene di quelli che dicono di essere i soli a poter risolvere il problema. È per questo che dico di vaccinarci tutti, senza però avere l’illusione che il vaccino da solo sia in grado di risolvere la questione, perché quello dipende da noi. È una delle condizioni necessarie ma non sufficienti per far uscire il mondo da questa situazione. Ecco perché quella che chiamo presa di coscienza da parte dei nostri testimoni è preziosissima: loro non vogliono semplicemente esistere, loro vogliono vivere!
Il racconto di Aria si ferma a giugno, Alla luce di quello che avete raccontato e che hanno raccontato le persone nella docuserie, oggi, come vedi ciò che ne è seguito ?
In questo momento secondo me stiamo vivendo una sorta di loop, perché in qualche modo ci siamo illusi collettivamente di essere usciti dalla pandemia a ridosso dell’estate. Questo ci ha fatto molto male, perché le disillusioni sono molto peggio delle sconfitte sul campo di battaglia: quelle ti permettono di reagire, mentre la disillusione è qualcosa che si insinua dentro di te, paralizzandoti. Credo che proprio per questo è importante raccontare la capacità di intraprendenza delle persone semplici, perché è solo se si muove la società che usciamo da questa condizione, perché se le persone si lasciano abbindolare da parole d’ordine fallaci ecco che succede quello che stiamo vivendo oggi. Io credo che dobbiamo mettere a frutto ciò che abbiamo imparato e, semmai dovessimo realizzare una seconda stagione di Aria, lo faremo con questa consapevolezza,
DOVE GUARDARE ARIA SERIE TV RAIPLAY: https://www.raiplay.it/programmi/aria