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IN SALA

DOGTOOTH: il capolavoro disturbante di Yorgos Lanthimos

In una villa vivono tre giovani ai quali i genitori non hanno mai permesso di uscire fuori. A rompere gli equilibri sarà una giovane ragazza, con conseguenze tragiche

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Dogtooth è un film del 2009 con la regia di Yorgos Lanthimos, uscito il 25 agosto 2020 in Italia.

La storia

Il film racconta la storia di tre adolescenti che vivono in una villa, isolata in campagna, con i loro genitori. L’abitazione è circondata da alte mura, e i tre non hanno mai visto quello che c’è fuori. I genitori li hanno cresciuti facendo ascoltare loro audiocassette fatte in casa per imparare nuovi vocaboli, ma per in realtà dare significati errati a tutte le parole nuove, così che per loro il mare è una poltrona e zombie sono dei fiori gialli.

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L’unica persona che ha accesso nella loro villa e nella vita dei tre è Christina, un’agente di sicurezza dell’azienda del Padre che romperà il fragile equilibrio instaurato da anni, con conseguenze sanguinarie.

Mr. Violence

C’è del marcio in Grecia, anche se magari non è un mistero.

Prima, contestualizziamo. Siamo nel 2009, undici anni fa sullo schermo passavano Amabili resti, Bastardi Senza Gloria, Precious, Zombieland (in Italia avevamo Questo Piccolo Grande Amore, Un’estate Ai Caraibi, La Matassa). Non è facile dietrologia, né una sterile ricognizione di “com’eravamo” sullo schermo: solo, bisogna sapere per conoscere e ricordare che i venti da rigurgito del totalitarismo non erano forti come oggi.

E invece con un film come Dogtooth, uscito nel 2009 e arrivato da noi soltanto oggi, Yorgos Lanthimos non soltanto raccontava -anticipando il meraviglioso e insostenibile Miss Violence, che arriverà solo nel 2013- l’orrore della discesa del degrado familiare, ma iniziava a sviscerare al cinema una società chiaramente disfunzionale, che nella famiglia che crollava a pezzi aveva solo il suo epicentro.

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Kynodontas, il titolo originale greco di questo gioiello dell’autore de Il Sacrificio Del Cervo Sacro, vuol dire dente canino: racchiude allora il film in cerchi concentrici, partendo dalla crudeltà del realismo e arrivando alla potenza della metafora. Perché il canino è al centro del finale della pellicola, ma è anche il dente aguzzo che ci ricorda allo specchio come la nostra origine sia nel regno animale, quanto poco si distanzia la (supposta) evoluzione dell’uomo dallo stato brado delle bestie.

E l’alba della crisi economica in Grecia: Dogtooth, vincitore nella sezione A Certain Regard a Cannes 62, è un monito eclatante come uno schiaffo di Lanthimos alla sua patria, sempre più vicina ad una nuova recrudescenza di restrizioni sociali e di pensiero.

Su tutto è lo sguardo del regista che sovrasta il film e rende quello che poteva essere un comune pamphlet contro i regimi totalitari una favola nerissima e sconvolgente, un apologo morale che, come detto sopra, mescola senza soluzione di continuità l’ironico registro documentaristico -come nella sequenza di apertura- ad una scelta volutamente fredda, nei cromatismi come nei dialoghi scarni, che esalta il sapore grottesco della violenza messa in scena.

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Come si diceva sopra la scelta felice, che rende Dogtooth un gioiello di scrittura prima che di emotività, è il continuo alternarsi di toni, partendo dalla descrizione delle realtà e arrivando alla metafora, per poi svoltare di nuovo sulla letteralità: e proprio la codificazione del linguaggio è anche al centro della trama, dove il padre/padrone (letterale e metaforico) utilizza un linguaggio finto e finzionale per manipolare i figli e allontanarli da un mondo che rimane sconfinato fuori dalle alte mura della loro villa, geograficamente e psicologicamente.

È in questo modo che Padre e Madre creano la scissione insanabile tra dentro e fuori, tra la vita all’interno della famiglia/prigione e l’esterno del mondo/realtà, una totale chiusura nella percezione della realtà effettiva, insomma una verità alterata e distorta dove si perdono le coordinate logiche e si confonde ogni cosa.

L’occhio da entomologo di Lanthimos incombe inesorabile tanto sui Figli che sui Genitori: sotto la luce accecante di Bakatatakis, strizza l’occhio ad Haneke e crea il suo cinema e segna le linee del suo cinema che verrà (dal Sacrificio del Cervo Sacro a La Favorita). Il capovolgimento di senso e l’inversione: dal mito all’attualità e ritorno, dall’Orwell di 1984 e il Pasolini di Teorema a Dogtooth il passo è breve.

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C’era, e ci sarà, nella filmografia e nella messa in scena di questo gigante del cinema, si insinua nella visione e nella percezione, qualcosa di insano ed aberrante.

È il paradosso che lascia lo spettatore disorientato, mentre si confondono ruoli e termini significati e significanti, e la storia assume l’andatura di un vero e proprio labirinto emotivo impregnato di un senso del perturbante nella maniera più intima e distruttiva del termine, ancorchè nascosta, dissimulata, pronta a colpire all’improvviso.

Allo stesso modo i personaggi sulla scacchiera vanno sempre in direzione ostinata e contraria, per sfondare ogni regola del buon senso, per sforare nell’assurdo, per resistere ad ogni norma e ad una normalità che è sempre e solo di facciata, nascondendo innominabili, indicibili, laceranti segreti. Segreti che sono nascosti come da una benda sull’occhio: ma è meglio restare nel buio dell’ignoranza, o scoprire con dolore l’orrore della verità?

Nel mezzo, resta Dogtooth.

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Dogtooth

  • Anno: 2009
  • Durata: 1h37'
  • Distribuzione: Lucky Red
  • Genere: disturbing drama
  • Nazionalita: Grecia
  • Regia: Yorgos Lanthimos
  • Data di uscita: 25-August-2020