Rutger Hauer, il replicante che non voleva morire. Il ricordo di Taxi Drivers

Ne aveva viste di cose che noi umani non avremmo potuto immaginarci e chissà quante altre ne vedrà adesso Rutger Hauer, il grande interprete olandese venuto a mancare all’età di 75 anni dopo una breve malattia. La notizia, terribile e inattesa, è stata data il 24 luglio. Il ricordo di Taxi Drivers

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire“.

Ne aveva viste di cose che noi umani non avremmo potuto immaginarci e chissà quante altre ne vedrà adesso Rutger Hauer, il grande interprete olandese venuto a mancare all’età di 75 anni dopo una breve malattia. La notizia, terribile e inattesa, è stata data il 24 luglio, in occasione del funerale, cinque giorni dopo la morte, verificatasi nella sua casa olandese.

Se ne va uno dei volti più iconici degli anni ’80, divenuto famoso a livello internazionale grazie a una manciata di titoli americani entrati ormai da tempo nella storia del cinema. Però non è stata certo Hollywood a scoprire il talento cristallino di Hauer, classe 1944, ma il suo connazionale Paul Verhoeven, il grande regista olandese che negli anni ’70 realizzò con lui titoli importanti come Fiore di carne, Kitty Tippel, Soldato d’orange e Spetters per poi dirigerlo nuovamente oltreoceano nel 1985 in L’amore e il sangue al fianco di Jennifer Jason Leigh. Proprio con quest’ultima e con C. Thomas Howell l’anno dopo Hauer realizza The Hitcher – La lunga strada della paura, thriller fenomenale in cui presta il suo volto e i suoi inquietanti, glaciali e magnetici occhi azzurri al misterioso John Ryder, un autostoppista psicopatico che semina la morte e il terrore lungo le strade americane.

La sua carriera americana si era aperta nel 1981 al fianco di Stallone in I falchi della notte, altro film che lo vedeva impegnato nei panni del cattivo, il terrorista mercenario di fama mondiale Reinhardt Wulfgar, per poi proseguire col seminale Blade Runner di Ridley Scott, film che lo ha reso uno degli attori più iconici e popolari di quel decennio, anche grazie a uno dei monologhi più celebri e importanti di sempre con cui abbiamo scelto di aprire questo breve e sentito omaggio al grande attore olandese. Subito dopo aveva lavorato anche con due grandi registi rimasti sempre ai margini del sistema come Nicolas Roeg e Sam Peckinpah, rispettivamente in Eureka e Osterman Weekend, usciti entrambi nel 1983. Hauer ha fatto anche qualche incursione nel cinema italiano, prima in una produzione americana diretta da Richard Donner, il film di culto Ladyhawkeilluminato dalle luci del nostro Vittorio Storaro e girato quasi interamente in Italia – in cui al fianco di una divina Michelle Pfeiffer dà vita a un’intensa, romantica e lacerante storia d’amore, e successivamente, nel 1988, in La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi, premiato a Venezia col Leone d’oro. Tornerà poi a lavorare con Olmi a distanza di oltre dieci anni in Il villaggio di cartone, dopo aver collaborato anche con Lina Wertmüller in In una notte di chiaro di luna. Dopo due decenni irripetibili come i ’70 e gli ’80 la carriera di Hauer diviene molto altalenate, continua a lavorare tantissimo scegliendo spesso e volentieri progetti minori e trascurabili, se non proprio sbagliati o disastrati. Giusto ricordarlo ancora per qualche titolo di un certo interesse come il delirante Hobo with a Shotgun e soprattutto per I colori della passione – The mill and the cross di Lech Majewski dove interpreta il grande pittore olandese Pieter Bruegel.

Al cinema lo abbiamo visto di recente, in un breve ma gustoso cameo, ne I fratelli Sisters, il western di Jacques Audiard uscito a Maggio dopo essere passato in Concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e lo vedremo ancora in un prossimo futuro in almeno quattro film che aveva già girato e che usciranno postumi. Poco importa come saranno, se riusciti o meno, se belli o brutti. A contare è lui, il replicante fragile e tormentato che non voleva morire e che invece si spegneva sotto la pioggia proprio nel 2019, anno di ambientazione di Blade Runner. Forse sarà solo un caso o una semplice coincidenza o forse era già scritto da qualche parte, magari nella sceneggiatura della sua vita, che Rutger ci salutasse proprio adesso. Una cosa però è certa: tutti quei momenti NON andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia perché chi fa cinema è destinato a rimanere. Per sempre.

Utlima modifica: 25 Luglio, 2019



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