Noi (Us): l’opera seconda di Jordan Peele, il regista di Get Out, è un film politico densissimo di significati

Noi (Us) di Jordan Peele non solo è uno dei più bei film di questa annata cinematografica, ma un’opera di confine densissima che segna uno spartiacque, piena com'è di simboli più o meno nascosti, che caricano ancora di più la sua portata emotiva e culturale

  • Anno: 2019
  • Durata: 116'
  • Distribuzione: Universal Pictures
  • Genere: Horror, Thriller
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Jordan Peele
  • Data di uscita: 04-April-2019

Nonostante le voci di chi dice che il cinema oggi sia morto, esistono (e resistono) ancora per fortuna quei registi che, anche dopo solo uno o due film, dimostrano di essere in possesso di quel tocco magico capace di renderli “autori”, di una visione così personale tale che la loro opera diventi subito “brand” e sia immediatamente riconoscibile. Ecco quindi Jordan Peele, che dopo il successo folgorante della sua opera di debutto, Get Out- Scappa, torna oggi con un film dove la componente simbolica è ancora più forte e la carica politica non solo preponderante ma suona addirittura quasi sfacciata e plateale, Noi (Us). Non solo uno dei più bei film di questa annata cinematografica, ma un’opera di confine densissima che segna uno spartiacque, piena com’è di simboli più o meno nascosti, che caricano ancora di più la sua portata emotiva e culturale.

Noi (Us) basa la sua trama sul tema del doppelganger, declinandolo però non soltanto in maniera imprevista e originale, ma saldandolo con una spiegazione (pseudo) scientifica e mescolandone le fattezze con il genere dell’home invasion. Ma chi ha visto Get Out sa che è tutto un pretesto: come nelle più classiche situazioni l’orrore è la maschera che Peele adopera per portare alla luce inquietanti riflessioni dell’America più attuale in un film politico che ha già fatto la storia. Soprattutto per il coraggio, l’intelligenza e la forza dirompente con cui mette in fila le sue tesi; il tutto in una narrazione che dissemina disinvoltamente indizi qua e là fin dalla prima immagine, per poi farli dimenticare allo spettatore, distratto dal gran guignol messo in scena, e alla fine ricomporli in un presente da incubo, specchio riflesso degli Stati Uniti di Donald Trump, ma non solo. È un peccato che nella traduzione (da Us a Noi) si perda, com’era anche prevedibile, quel formidabile doppio senso che parte fin dal titolo: “Cosa siete voi?”, chiede una terrificata Lupita Nyong’o al suo doppio malvagio, “Americani”, risponde lei. Perché questo gioco al massacro che Peele mette in piedi non è altro che un duello con noi stessi: in un gioco di precise rimandi e simmetrie che coreografano l’oscurità, lo sdoppiamento dei personaggi del film è quello di ognuno di noi. Se in Get Out l’ambivalenza dei personaggi rimandava a una duplice faccia, qua il doppio si fa reale mostrando quanto gli angoli oscuri di noi stessi siano spaventosamente vicini. I doppelganger, senza voler rivelare troppo, sono – anche – la proiezione del rimosso che riemerge dal passato, e precisamente dal 1986, quando il 25 maggio quasi sette milioni di americani formarono un’enorme catena stringendosi la mano (Hands Across America, presente sulle t-shirt della protagonista bambina) per supportare le organizzazioni benefiche facenti capo all’allora presidente Reagan, raccogliendo ben 35 milioni di dollari di cui solo 15 furono distribuiti; ma sono anche il nostro lato oscuro, quello che spingiamo giù per non vederlo, né farlo vedere, ma con il quale invece andrebbe instaurato un processo di normalizzazione/accettazione. Gli Altri siamo noi, sono Loro, sono i reietti, gli indesiderati, un’entità nella quale potersi specchiare che, in realtà, non differisce molto da noi, eppure è diversa, altra, e con la quale interagire ci fa diventare brutali e violenti.

Ma le allegorie non si esauriscono qui: lungo il tragitto troviamo conigli (simboli delle cavie da laboratorio, ma anche echi del rabbit hole di Carroll), forbici (strumenti che fondano la loro pericolosità su due parti perfettamente uguali e contrapposte), il numero 11.11 (riferito alla Bibbia, Geremia 11.11; ma anche alla duplice doppiezza). Un percorso quasi ad ostacoli, che consente la massima interazione con un film che è un’opera aperta a mosaico. Percorso che conduce inesorabilmente a uno dei finali più disturbanti e spiazzanti degli ultimi tempi: uno sguardo tra madre e figlio, un’improvvisa rivelazione (che sbeffeggia la logica ma riempie gli spazi lasciati vuoti) che d’improvviso fa brillare Noi (Us) ancora di più, rendendolo materia viva, dolorosamente e paurosamente vicina a noi. Con la consapevolezza finale che Loro siamo Noi.

GianLorenzo Franzì

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Utlima modifica: 7 aprile, 2019



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