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Asian Film Festival: la densa attesa dell’Africa. Memories of a burning tree

Posted on 14 luglio 2010 by Luca Biscontini

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Memories of a burning tree (2010) è un esperimento decisamente riuscito. L’Asia si mescola all’Africa nella sezione Concorso, attraverso l’occhio del regista malesiano Sherman Ong, già collaboratore ‘atipico’ di Festival e Biennali internazionali. Il suo ultimo lavoro si colloca dentro un’operazione assolutamente congeniale alla propria forma mentis (con Hashi nel 2008, Ong si era intrufolato in Giappone, paese di cui non conosceva neanche la lingua, assorbendone l’aura e lo spirito).

Memories of a burning tree è frutto di Forget Africa, progetto nato dalla collaborazione tra il Festival del Cinema Africano e l’International Film Festival di Rotterdam, che ha visto 12 registi stranieri, in maggioranza asiatici e mai stati nel continente africano, approdare in 12 paesi dell’Africa centrale e australe, per mescolare il proprio occhio con lo sguardo dei registi locali e dare vita ad un incrocio singolare e promettente. Sherman Ong è arrivato in Tanzania con un budget appena passabile per girare. Ha sostato più tempo a Dar es Salaam, riuscendo attraverso l’improvvisazione degli attori teatrali non professionisti coinvolti a costruire una storia tanto semplice quanto stupefacente nel rivelare, per mezzo dei personaggi che prendono forma da essa, la realtà dell’Africa, la sua bellezza compressa dentro l’impossibilità di spiccare il volo da parte di risorse materiali ed intellettuali costrette a fare i conti con un senso di attesa e impotenza costante… Un giovane uomo di nome Smith giunge a Dar es Salaam, alla ricerca della tomba di sua madre. Incontra la guida turistica Link, che si offre quale ausilio nel ritrovamento. I due si imbattono in figure che popolano la città: Abdul, un becchino che attende gente da seppelire e appena può va a trovare Mariam, la donna di cui è innamorato, corteggiandola senza un’apparente speranza. Toatoa, che vende metallo e trafuga le croci al cimitero per trasformarle in merce da usare e studia recitazione. Sua sorella, giovane studentessa malinconica che legge poesie sul senso di peso e sacrificio di una nazione desiderosa di sbocciare, ma con poca acqua a cui attingere per crescere. La stessa Mariam, donna poco istruita ma ben addestrata alla vita, lontana dalle fantasticherie sentimentali, talmente realista da guardare all’amore per l’unico valore che, in luoghi come Dar es Salaam, può avere: un modo per cercare di sopravvivere con più sicurezze rispetto a quelle che un becchino potrebbe offrirle.

Il regista ha dimostrato intuito nel contestualizzare all’atipicità del luogo e della realtà che andava ad esplorare la forma road movie che aveva in mente, lasciando che a poco a poco la storia prendesse vita da sola, sciogliendo nell’improvvisazione e nella lingua swahili gli attori alla loro prima esperienza, che ci rendono un ritmo e un respiro dell’Africa nella sua essenza: un senso del tempo dilatato, dove si resta a pensare, a sperare, a sognare, o semplicemente ad aspettare; una quotidianità nella quale comprendiamo tutto il valore dell’acqua, ne percepiamo la reale e incommensurabile necessità; un rapporto con la morte e gli spiriti senza mediazione, perché palpabile è l’indistinto confine che segna la vita e la morte, il suo più immediato e frequente scambio in un mondo segnato da un senso di precarietà col quale si nasce e con cui si è costretti a convivere ogni giorno; una cultura dove l’uomo e la donna mantengono ruoli ben distinti, e nella quale fanno capolino l’istruzione e lo studio, le forze più importanti (e lo avvertiamo quanto vengano considerate indispensabili da chi le pratica) e preziose che cominciano a germogliare e a dare frutti. E Sherman Ong crea un corrispettivo di sguardo fatto di camera fissa e movimenti di macchina di pari significato, dove le figure entrano ed escono, oppure semplicemente sono contenute nel senso di attesa e nei silenzi che raccontano.

Maria Cera

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Predators

Posted on 12 luglio 2010 by Luca Biscontini

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Il mostro rasta con la faccia da granchio, dotato di armatura ipertecnologica, e particolarmente incline alla caccia, continua ad esercitare una certa suggestione sull’immaginario collettivo: Predators, che vede come protagonista il premio Oscar Adrien Brody (Il pianista di Roman Polanski, 2002), prosegue la saga iniziata nel lontano 1987, quando l’attuale governatore della California, Arnold Schwarzenegger, inanellava, uno dopo l’altro, clamorosi successi planetari, interpretando più o meno sempre lo stesso ruolo, essenziale ma efficacissimo. Erano gli anni di Ronald Reagan, quelli dell’edonismo forsennato, e gli Stati Uniti mostravano i muscoli, soprattutto al cinema.

Stavolta gli sceneggiatori, cercando di dare una spolverata ad un soggetto ormai consunto, hanno puntato sull’elemento umano, tracciando un parallelo tra la spietatezza degli alieni con vista sensibile al calore e quella di un gruppetto di individui selezionati (dagli stessi predators) per la ferocia e la comprovata abilità di combattimento in situazioni estreme. L’altro aspetto innovativo consiste nell’aver ambientato la storia in un pianeta ignoto (quello dei predators), in cui i protagonisti sono catapultati all’inizio del film, senza saperne la ragione. Tra l’altro possiamo ammirare anche nuovi alieni (‘mammiferoni’ simili a feroci felini e a rinoceronti) che rinverdiscono un poco un’iconografia statica e ripetitiva.

La messa in scena vede quindi il rivaleggiare tra gli omoni dal sangue verdastro fosforescente e quelli che, nel pianeta terra, sono considerati a loro volta dei sanguinari predatori. Il gioco narrativo è tutto qui, ed ecco che i Predators appaiono più come una proiezione psichica degli uomini coinvolti nell’atroce caccia (stavolta nel ruolo di prede), che figure dotate di una realtà autonoma. Insomma si tratta di cercare dentro di sé la violenza che spesso si riscontra all’esterno, per elaborarla e, eventualmente, espellerla.

Il prodotto, confezionato con ordinaria accuratezza, non ha la pretesa di essere consumato da un pubblico che non sia quello degli adolescenti, o dei patiti del genere.

Pensando ad un futuro episodio, potrebbe risultare divertente escogitare una sceneggiatura dove tutti i potenti della terra siano spediti sul pianeta alieno; si potrebbe lasciarli soggiornare il tempo necessario per rinsavire. Una volta tornati sulla terra, invece che accoglierli, si dovrebbe inviarli di nuovo, e ripetere la procedura fino a quando non abbiamo deciso di firmare, tutti insieme, il protocollo di Kyoto. Divertente, no?

Luca Biscontini

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One day: il mondo che sogna di Hou Chi-Jan all’Asian Film Festival 2010

Posted on 11 luglio 2010 by Giorgiana Sabatini

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La sezione Concorso dell’VIII edizione dell’Asian Film Festival prende avvio dall’obliqua prospettiva di One day, opera prima di Hou Chi-Jan, regista taiwanese messosi in luce già con i suoi corti e col documentario-mappa sui film d’explotation taiwanesi degli anni ‘70 Taiwan Black Movies (2005), attirandosi l’attenzione del capofila della nouvelle vague taiwanese Hou Hsiao-hsien, che di questo primo lungometraggio è il produttore esecutivo.

One day, presentato alla Berlinale 2010 nella sezione Forum, condensa un esordio acerbo ma promettente. Hou Chi-Jan galleggia e scava dentro la dimensione di un sentimento (l’amore) al suo stadio più puro e rivelatore (quello adolescenziale) e della sua perdita, nelle proprie sedimentazioni e stratificazioni temporali, che rivivono attraverso il sogno, mescolato alla realtà in modo così stretto da unire e confondere indissolubilmente i piani, fino a perderne la distanza.

Un apparente inizio minimalista fine a se stesso e un po’ affettato introduce la giovane Singing (Nikki Hsieh Hsin-Ying), svegliata nella casa galleggiante dove vive da un sogno del quale non riesce a decifrare l’essenza, e alla ricerca di una bussola da cui non si separa mai. La ritroviamo in prossimità del traghetto, isola galleggiante nella quale lavora; ‘nocchiero’, tra gli altri esseri che conduce, dei soldati taiwanesi a Kinmen Island, al largo della costa della provincia del Fujian, in Cina. Sulla balconata Singing incontra Tsung (Bryan Chang), un giovane soldato che osserva, malinconico e intento, una bussola. Lei non lo riconosce, e siamo già dentro un sogno. Ne entriamo ed usciamo in uno scambio tra materia ed inconscio che ricompone il puzzle della storia dei due giovani, nel quale vengono mescolate talmente bene le carte da rendere il limbo tra realtà e sogno l’unico luogo dove pulsioni e sentimenti possono fluire senza ostacoli, e non morire mai. Usando una prospettiva narrativa di questo tipo, Hou Chi-Jan ci trasmette il valore e il senso del riconoscersi e del ritrovarsi dentro lo scorrere della vita, nell’alienazione di celle-studio simili ad alveari privati, o di altri filtri che non permettono così facilmente di spezzare quel velo separatore che ci portiamo sin dalla nascita e che diviene terribilmente difficile da ricomporre, una volta squarciato.

Peccato che manchi sostanza visiva a tutto questo: la capacità di creare spessore e densità ad un minimalismo ancora troppo superficiale nell’interpretazione che la mdp gli conferisce. Troppo distratta e ancora poco esperta (data l’indubbia difficoltà di guardare in modo minimale), si lascia dietro parecchie sollecitazioni (anche catturare uno sguardo) che un occhio più maturo avrebbe saputo valorizzare. Ingenuo e ‘innocente’ (ma molto brutto rispetto all’andamento narrativo fino a quel momento), l’aver dato forma all’avvento del fato che spezza l’idillio semplificando e giustapponendo in maniera imbarazzante un incidente, forzando incomprensibilmente una credibilità che era addirittura riuscita a tenere la dimensione di ‘limbo’ e a dare sostanza.

Maria Cera

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Il cacciatore di ex (dvd)

Posted on 08 luglio 2010 by Giorgiana Sabatini

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Milo Boyd (Gerard Butler) è uno sfortunato cacciatore di taglie che ottiene il lavoro dei suoi sogni quando gli viene affidato il compito di inseguire l’aitante giornalista latitante Nicole (Jennifer Aniston), sua ex moglie che diventa fuorilegge dal momento in cui, per seguire una storia da consegnare al Daily News, salta un’udienza.
Mentre anche Milo si trova coinvolto nell’indagine che la donna sta portando avanti, sono questi i principali elementi su cui si costruisce Il cacciatore di ex di Andy Tenant (autore di Hitch-Lui sì che capisce le donne e Tutti pazzi per l’oro), a quanto pare nato da una chiacchierata amichevole tra il regista e il produttore suo vicino di casa Neal H. Moritz che osserva: “Il cacciatore di ex non è solo una commedia romantica, ma è una commedia d’azione in cui c’è anche un elemento romantico. Andy è molto bravo a rendere al meglio i vari elementi insieme: commedia, romanticismo e azione”.
E, mentre i due protagonisti, tra inseguimenti e situazioni imbarazzanti, scoprono quanto salvare la pelle sia più difficile di amarsi, onorarsi e rispettarsi, a complicare le cose ci si mette anche Stewart, collega di lavoro della donna che, interpretato dal Jason Sudeikis del Saturday Night Live, è praticamente cotto di lei.
Soltanto uno dei buoni elementi del cast, comprendente anche il Peter Greene di Pulp fiction e la Cathy Moriarty di Toro scatenato, per un prodotto movimentato e non privo di momenti divertenti che rischia solo di risultare eccessivamente lungo.
Distribuito nelle sale cinematografiche italiane nell’aprile 2010, è Sony pictures home entertainment a lanciarlo ora su supporto digitale, con la consueta, impeccabile qualità audiovisiva e due documentari sulla realizzazione del film nella sezione riservata ai contenuti speciali.

Francesco Lomuscio

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Toy Story 3 – La grande fuga (3D)

Posted on 07 luglio 2010 by Luca Biscontini

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Aprire la scatola dei giocattoli è un po’ come far riaffiorare la nostra infanzia rispolverando l’armadio dei ricordi. Chi non si è trovato durante un trasloco, o fra le pulizie primaverili che sottendono un nuovo capitolo della nostra vita, a rovistare tra mille oggetti, sentenziando su quali fossero da salvare e quali no, per gettare, poi, con tenerezza ed una punta di nostalgia, lo sguardo al fotogramma della propria fanciullezza, ai compagni di plastica e peluche che pur senz’avere un cuore hanno animato i primi istanti della nostra esistenza?

Sono quei momenti veri, comuni ad ognuno, che ben conoscono gli autori del film, i tasselli di un naturale passaggio che ci lega indissolubilmente al destino di Toy Story 3 ed ai suoi protagonisti. Woody e Buzz hanno ormai accettato l’idea che il loro padroncino possa un giorno crescere, ma come reagirebbero se arrivasse veramente quel giorno? Giunta l’età del distacco, per Andy si avvicinano i giorni della partenza verso il college, uno status che metterà in agitazione tutti i giocattoli alle prese con un futuro alquanto incerto. Con la paura della discarica sempre in agguato ed un biglietto di sola andata per il “Sunnyside”, un asilo tempestato di indomiti bambini senza rispetto per i nuovi arrivati, il gruppo di giocattoli tenterà la ‘grande fuga’, spinto dal motto “tutti per uno e uno per tutti”.

All’avventura si uniranno anche nuovi personaggi stravaganti che dietro una facciata “sorridente e coccolosa” nascondono, in realtà, una doppia personalità: è il caso dell’ambiguo Lotso, l’orsacchiotto che profuma di fragola o di Ken, l’ultra accessoriato personaggio dell’universo femminile di Barbie, che arricchiranno la pellicola con il loro imprevedibile carattere. Ma i protagonisti non finiscono di certo qui, così come le innumerevoli voci ‘in prestito’ dei doppiatori nostrani dove, oltre a Fabrizio Frizzi e Massimo Dapporto, ritroviamo Ilaria Stagni, l’esuberante cowgirl, Renato Cecchetto ovvero Hamm, Angelo Nicotra e Cristina Noci nei ‘pezzi’ di Mr. E Mrs. Potato, Carlo Valli, il dinosauro Rex, Piero Tiberi alias Slinky, il cane a molla, e la biondissima Barbie, ‘interpretata’ da Claudia Gerini, protagonista della ‘love-toy’ story con Ken. Alimentano la lunga lista di personaggi anche i contributi di Riccardo Garrone, Fabio De Luigi, Giorgio Faletti e Gerry Scotti.

A rimandare temporaneamente lo spettacolo, comprensivo di una straordinaria sequenza d’avvio frutto delle fantasie ludiche di Andy, è lo short “Quando il Giorno incontra la Notte”, un piccolo assaggio in pieno stile Pixar. Delizia degli occhi per piccoli e grandi, Toy Story 3 si mostra nella sua luce migliore offrendo colori e suoni più vividi che mai, merito del monumentale lavorio di casa Pixar. Il 3-D, invece, appare, ancora una volta, un mero rituale da osservare a distanza. Se è lecito confidare nelle capacità dello studio disneyano, nella mente dei più scettici potrebbe annidarsi il pensiero di un ennesimo episodio che ha poco da raccontare. Niente di più sbagliato poiché la magia degli Studios si ripete ed il risultato è del tutto sorprendente. Ancora una volta il ‘road movie animato’ sa conquistare con una storia che è al contempo di formazione ed intrattenimento, capace di esplorare il legame esistente tra i giocattoli ed i loro padroni, veicolando sentimenti significativi dal valore universale. E prima che il proiettore possa tacere c’è il tempo per gonfiare gli occhi e lasciar cadere qualche lacrima. Un crimine definirlo ‘film per bambini’. Adesso la trilogia può dirsi compiuta: Buena vista!

G. M. Ireneo Alessi

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Eclipse

Posted on 07 luglio 2010 by Luca Biscontini

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Eclipse è il mio libro e ora il mio film favorito: prende tutto l’amore e l’azione di Twilight e li porta al massimo, come pure il nostro triangolo”. Così, durante la presentazione a Roma dell’attesissimo film, Taylor Lautner, accanto a Kristen Stewart, racconta come la storia sia più compiuta, matura e ricca di svolte decisive.

In poco più di cinque anni, i libri di Stephenie Meyer diventano un vero e proprio fenomeno editoriale e, dal 2008 ad ora, la trasposizione cinematografica ne ha accresciuto la popolarità creando un vero e proprio mito.

Moderna trasposizione de La bella e la bestia, la saga di Twilight non solo ricalca alcuni tratti tipici della favola, ma aggiunge ad essa un tono epico, cupo ed a volte horror. Non più mostri, ma vampiri e licantropi sono i nuovi volti dei belli e dannati, tanto affascinanti e coraggiosi, quanto sfuggenti e glaciali, in continua lotta per la supremazia della propria specie sull’altra.

In questo episodio, Bella Swan (Kristen Stewart) deve scegliere tra il diafano e sfuggente vampiro Edward Cullen (Robert Pattinson) ed il focoso lupo Jacob Black (Taylor Lautner), mentre Victoria (Bryce Dallas Howard), la vampira cattiva, è ancora in cerca della sua vendetta. Nel frattempo, i Neonati, un esercito di vampiri assetati di sangue, stanno crescendo a tal punto da costringere i Cullen e i licantropi ad unirsi per combatterli. Nel momento in cui tutti si preparano allo scontro, Bella scopre alcuni segreti sul branco dei lupi e sul passato di alcuni membri dei vampiri della famiglia Cullen.

Dopo Catherine Hardwicke in Twilight e Chris Weltz in New Moon, l’ultimo regista chiamato a girare il terzo episodio della saga più famosa degli ultimi anni è David Slade (Trenta giorni di buio, Hard Candy).

Girato in 11 settimane a Vancouver – negli studi della British Columbia – ed ancora una volta sceneggiato da Melissa Rosenberg, Eclipse si presenta come l’episodio più dark, il più ricco di azione, in cui proliferano combattimenti epici, e dove le scelte si presentano ai protagonisti come irrinunciabili ed imminenti. Al racconto tanto epico quanto contemporaneo, Slade – andando affondo nel passato dei personaggi grazie all’uso ripetuto di flashback – affianca una storia stratificata, complessa ed avvincente, in cui aumentano le scene ambientate negli anni ’30, alcune in stile Western ed altre ancora che ritraggono il ‘700 e l’800, così da mostrare gli avi dei moderni mostri protagonisti.

Più eclettico, più denso, e certamente più cinematografico dei precedenti, nel film si alternano le gelosie dei due freaks per Bella alle scene chiave delle battaglie tra le due specie. I personaggi crescono di numero, le storie si intrecciano, il passato delle due razze a tratti viene svelato: così Eclipse, oltre che per un registro mitico del tutto rigenerato, si distingue dagli altri episodi anche per uno stile visivo assolutamente inedito .

Martina Bonichi

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L’ultimo volo

Posted on 28 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Tutto ha inizio da un incidente. Un aereo, nel 1940 a Tobruk, viene colpito ed abbattuto dalla contraerea italiana. A bordo vi erano il comandante del fronte libico, Cesare Balbo, ed un giornalista del Corriere Padano, Nello Quilici. Un incidente che da subito fu circondato dal mistero.

“Questo film è una provocazione agli storici per invitarli ad andare più a fondo nella questione, peraltro legata anche alla nostra entrata in guerra nel 1940”.

Una voce narrante si accompagna alle immagini sbiadite di cinegiornali ed alle foto che ritraggono Cesare Balbo, uno dei personaggi più controversi della seconda Guerra Mondiale.

Basato sulle lettere trovate nel diario di Nello Quilici, padre del regista, il film alterna documenti originali, testimonianze, ricostruzioni e ricerche effettuate in Libia e nella località di Sidi Azeis, dove l’aereo precipitò.

Durante la presentazione de L’ultimo volo, il documentario che cerca di far luce sull’abbattimento di un aereo durante la Seconda Guerra Mondiale, il regista rivive i suoi ricordi di bambino, racconta della posizione politica del Comandante Balbo, di quanto fosse apprezzato, e del mistero intorno alla sua morte, primo caso clamoroso di “fuoco amico”.

Oggi, a settanta anni di distanza da quell’evento, Folco Quilici presenta un documentario in cui riporta – messi a disposizione dall’Istituto Luce – non solo documenti originali, tratti dai cinegiornali dell’epoca e numerose ricerche storiche portate avanti dagli egiziani, ma anche la sua testimonianza personale: le pagine del diario redatto dal padre che, con Balbo, morì in quell’incidente.

Tutte le ricerche effettuate da quel giorno si sono concentrate sul perché l’aereo fosse stato abbattuto. “Il mio film – racconta Quilici – vuole proporre un altro interrogativo, ancora più importante dal punto di vista storico. Il vero mistero dell’incidente di Balbo non verte  sull’abbattimento di Tobruk, ma sulla rotta intrapresa dal suo aereo quella sera. E perché.”

Dopo anni di ricerche, dalle quali è nato il libro “Tobruk 1940” Quilici porta avanti l’idea secondo la quale, durante quella notte, Balbo avesse in mente di vedere qualcuno di fondamentale importanza e che forse, se fosse successo, le cose sarebbero andate diversamente.

Il documentario sarà trasmesso stasera alle 23,15 su Retequattro, all’interno di un ciclo di appuntamenti dedicato alla “Storia del fascismo”, per la regia dello stesso Quilici.

Martina Bonichi

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La Banda del Brasiliano (DVD)

Posted on 24 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Il collettivo John Snellinberg si era già fatto notare con il lungometraggio A bonatti Story, storia agrodolce di calcetto e redenzione. Il nuovo lavoro, La Banda del Brasiliano, affonda le radici nella tradizione dell’action italiano anni ‘70, quel genere denominato dai critici dell’epoca in maniera dispregiativa ‘poliziottesco’, poi diventato oggetto di culto in tutto il mondo.

Nel dna del film si possono vividamente riconoscere i geni di Umberto Lenzi, Enzo Castellari, Mario Caiano, Fernando Di Leo e tanti altri, ma l’operazione è ben lontana dall’essere un semplice omaggio al cinema che fu. Girato in totale indipendenza e in ultra economia, La Banda del Brasiliano riprende quella grammatica cinematografica per poi trasporla in una storia di precariato, rievocando un’Italia che non c’è più. La gang di scalcinati rapitori che infiamma le strade di Faiano non ha la verve e la violenza dei brutali modelli cinematografici cui si ispira, e in questo declino di anti-valori c’è il senso del film. Si dichiara esplicitamente che un certo tipo di criminalità, di vita e di cinema si è sopito e non ha più senso di esistere.

La banda del brasiliano giustifica la propria verve comica, palesando l’impossibilità oggettiva di produrre “cani arrabbiati”, sia umanamente, che politicamente e cinematograficamente, in una società troppo superficiale e sofisticata. Da questo punto di vista il film ha una triplice chiave di lettura che però non impedisce di godere a pieno dell’operazione di mero entertainment, che la regia non perde mai di vista. A cucire l’atmosfera retrò del film una mirabile colonna sonora in piena rielaborazione delle hit dei 70’s, con pezzi realizzati da Calibro 35, Enri, Sam Paglia, Capiozzo & Mecco, La band del brasiliano, Piggo Guarnera, Gallara, Appaloosa, Gatto ciliegia contro il Grande Freddo, Dilatazione.

Gianluigi Perrone

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Alice

Posted on 23 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Alice, scritto e diretto da Oreste Crisostomi, racconta le vicende personali di una ragazza alle prese con l’amore, l’amicizia, la famiglia. Alice (Camilla Ferranti) è innamorata di un suo collega, l’affascinate Luca (Giulio Pampiglione), il quale tuttavia non ricambia i sentimenti della ragazza. Quest’ultima, a sua volta, è oggetto delle attenzioni di un altro collega, il goffo Carlo (Antonio Ianniello). Attorno alla protagonista ruotano una serie di personaggi che costellano la narrazione e si affacciano di volta in volta sulla sua storia sentimentale, aiutandola, dispensando consigli, o al contrario ostacolandola e creandole problemi e tensione. Tra questi personaggi ricorrenti l’amico omosessuale Sandro (Massimiliano Varrese) e la fioraia saggia Bianca (Catherine Spaak), nonché i familiari: le due sorelle, il padre maniaco delle pulizie (Gianfranco Barra), la madre frustrata (Fioretta Mari), l’eccentrica nonna (Gisella Sofio).

Alice è un film di facile fruizione, non troppo impegnativo, né abbastanza divertente, che soffre di un taglio televisivo più che cinematografico, di dialoghi spesso banali e di una sceneggiatura scontata e non originale. A conferire alla pellicola un taglio prettamente televisivo è forse la recitazione degli attori, affettata e macchinosa, che appesantisce i cento minuti del film, facendoli sembrare decisamente troppi per una pellicola carica di personaggi stereotipati: l’ingenuotta protagonista, il classico brutto anatroccolo visto e rivisto in molte commedie, che risplende poi di nuova luce, rivalorizzando il proprio aspetto senza perdere, tuttavia, quell’ingenuità e quella leggerezza che le sono proprie; la madre isterica ed esigente; il belloccio donnaiolo tanto insensibile quanto desiderabile. L’esordio cinematografico di Crisostomi è una carrellata di maschere già viste, di personaggi monodimensionali che rischiano di irritare il pubblico: resistere all’impulso di lasciare la sala di fronte alla caratterizzazione ridicolizzante dei personaggi omosessuali non è cosa semplice. Tuttavia, se si riesce a mantenere i nervi saldi, si scivola tra una difficoltà e l’altra verso il finale, forse la parte meno ovvia e scontata di tutta la narrazione. La parte che risolleva un po’ le sorti del film, conferendogli un accenno di freschezza e fantasia che forse potevano essere sfruttati sin dall’inizio.

Tra i punti forti della pellicola vanno citate le musiche e la fotografia. Le prime sono opera di Alessandro Deflorio, il quale riesce a creare un universo sonoro e musicale piacevole e puntualmente fedele all’andamento narrativo, facilitando la fruizione di un film che, diversamente, farebbe sbadigliare una volta in più. La fotografia è opera invece di Antonello Emidi (al quale Taxidrivers dedica la seconda puntata dello speciale Primi Piani, a cura di Lucilla Colonna), che riesce a impreziosire il film a livello visivo: la fotografia è vivida e brillante, esteticamente studiata, senza apparire tuttavia retorica o didascalica. Alice, dal punto di vista scenico, è un film fulgido, dalle immagini sature e vivaci, che bilanciano la piattezza di una sceneggiatura e di una recitazione da fiction televisiva.

Eppure Alice poteva godere dell’esperienza teatrale del nutrito cast di attori (quasi tutti impegnati in passato anche a teatro), nonché del regista: Crisostomi può vantare un’esperienza teatrale sia come attore (è sulle scene dal 2001) che come regista (a partire dal 2006). Evidentemente, in questa opera prima, sulla vena teatrale ha prevalso lo stampo e l’esperienza del piccolo schermo di attori che potrebbero decisamente fare di meglio.

Silvestro Capurso

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Poliziotti fuori

Posted on 21 giugno 2010 by Luca Biscontini

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“Esiste un modo giusto di fare il poliziotto e uno sbagliato. Poi ci siete voi”. E’ con questa battuta, prima fra tante, che si descrive nell’ultimo film del regista ed attore Kevin Smith quello stravagante modus operandi dell’essere poliziotto. Jimmy Monroe (Bruce Willis) e Paul Hodges(Tracy Morgan) rappresentano la coppia di poliziotti più originale di New York.

Jimmy è separato da molti anni ed è preoccupato di non riuscire a pagare il matrimonio di sua figlia. Paul invece è spesso distratto dal proprio lavoro perché ossessionato dall’idea che la moglie possa avere un amante. Durante una delicata missione in cui devono arrestare una banda di narcotrafficanti messicani, i due mandano l’intera operazione all’aria per la distrazione. Nonostante la sospensione dal servizio, la coppia continua a lavorare contro il crimine, riuscendo alla fine a dimostrare di saper fare il proprio lavoro e a gestire i problemi familiari.

“Il punto forte del film” dice il regista “è stato quello di far interagire i due personaggi. Il film si basa proprio su questo, con in più tanta azione, molta più di quanta io ne abbia mai realizzata”.

Dopo il successo strepitoso ottenuto con il film d’esordio, Clerks- Commessi (1994), Kevin Smith, per la prima volta partendo da una sceneggiatura scritta da altri, costruisce Poliziotti fuori principalmente sull’interpretazione attoriale, puntando decisamente sul dialogo veloce e brillante affidato non solo ai due attori protagonisti, ma anche agli altri interpreti, Adrian Brody e Kevin Pollack.

Stemperando il granitico ruolo da duro, l’interpretazione di Bruce Willis ricorda certe situazioni comiche di FBI. Protezione testimoni (2000) e riesce a bilanciare, in più di un’occasione, l’eccessiva verve demenziale che emerge dal ruolo interpretato da Tracy Morgan.

Entusiasta della sceneggiatura, Kevin Smith si dedica ad una regia divertente e leggera, descrivendo il lato comico del genere poliziesco. Per mettere in luce l’aspetto stravagante e caricaturale del genere, il regista sceglie due attori opposti e, al tempo stesso, capaci di esprimere le caratteristiche adeguate per la perfetta riuscita di un’action comedy.

Costruendo i due personaggi sulle figure di Gianni e Pinotto – i personaggi resi famosi nei film anni ‘40 dei registi Bud Abbott e Lou Costello – Kevin Smith, nell’ultimo film Poliziotti fuori, riesce ad esprimere, attraverso la prorompente comicità ed azione, l’alchimia instauratasi sin dall’inizio fra i due attori.

Martina Bonichi

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Le dame e il cavaliere

Posted on 21 giugno 2010 by Luca Biscontini

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“Figure di vergini si offrono al drago per rincorrere il successo. Quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere. Per una strana alchimia, il Paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore.  Mi domando, in che paese viviamo?”

Si apre così l’ultimo film inchiesta sulle vicende pseudo politiche che hanno riguardato il Presidente del Consiglio negli ultimi due anni.

Su uno schermo nero compaiono le parole di Veronica Lario, introducendo un documento basato sulle varie intercettazioni, foto e video effettuati con i cellulari. Dallo scandalo di “Vallettopoli” alla festa di Casoria, da Palazzo Grazioli a Villa Certosa, decine di ore di girato, raccolte in oltre cinque mesi; spiega il giornalista d’inchiesta e regista Franco Fracassi, “è stato un processo faticoso e al tempo stesso veloce per stare sempre dentro la notizia”.

Gli autori, Franco Fracassi, Andrea Petrosino, Andrea Annessi Mecci, Stefania Creatura e Luisa Sgarra, sono tutti giornalisti che hanno deciso di raccontare una storia in cui si descrive come il Presidente del Consiglio usi aggirare la Costituzione attraverso una radicale trasformazione della figura e delle caratteristiche del Parlamento finora conosciuti.

Prodotto dalla piccola casa di produzione “Telemaco”, Le dame e il cavaliere, (rischia di diventare fuori legge con la legge – bavaglio) che nessuno ha voluto distribuire per paura di possibili ritorsioni, è un film corale che, oltre alla collaborazione dei cinque giornalisti, ha visto coinvolte tante altre persone, molte delle quali non hanno voluto figurare nei titoli di coda.

Analizzando gli intrecci tra le vicende private e quelle pubbliche del Premier Berlusconi, Fracassi ascolta le testimonianze di ex-senatori e di eurodeputati di Forza Italia (Vernola e Guzzanti), ricostruisce le vicende riguardanti Noemi Letizia e Patrizia D’Addario, riporta diverse intercettazioni, fino a smascherare i “trappoloni” messi in piedi per screditare alcuni servizi.

A distanza di quattro anni da Zero – Inchiesta sull’undici settembre, Fracassi rimette in scena, attraverso documenti importanti e rimasti in ombra, una serie di testimonianze legate tra di loro da un file rouge che si presenta allo spettatore come incredibile riepilogo sugli ultimi avvenimenti riguardanti il Belpaese.

Un Paese che, come improbabile set televisivo, diventa lo scenario inverosimile, patinato e fittizio in cui si respira un’aria sempre più assuefatta ed accondiscendente a questo particolare sistema di potere, alternando le vignette alle telefonate, ed ai fumetti dichiarazioni scottanti.

Dopo cinque anni dal primo documentario sulla figura del Premier – “Quando c’era Silvio” (Beppe Cremagnani e Enrico Deaglio), poi il docu-fiction Shooting Silvio (Berardo Carboni) nel 2007, considerato il film manifesto di un nuovo cinema indipendente, fino ad arrivare all’ultimo feroce resoconto di Erik Gandini in Videocrazy (2009) – ora, con Le dame e il Cavaliere, l’Italia del ‘berlusconismo’ è quella in cui si assiste a paradossali corto-circuiti che riguardano gli organi istituzionali e chi vi partecipa, fino a confondere la realtà con la televisione ed il gossip con fatti realmente accaduti e documentati.

Da Drive In al Ministero delle Pari Opportunità è questa la strada che si compie per arrivare ad apparire, senza più distinzione, o in televisione o in politica.

Mentre Videocrazy – definito in Svezia (dove il regista italiano si trasferì venti anni fa) come horror-movie dell’anno – è costruito ad hoc perché una violentissima proliferazione di immagini sconcerti e disorienti lo spettatore, mettendo in scena la costruzione di un impero mediatico nato da un piccolo esperimento televisivo, fino ad arrivare ad una vera e propria rivoluzione culturale, ne Le dame e il cavaliere, lontano da qualunque velleità registica, si avverte la preoccupazione e l’urgenza di chi, in questo paese ci vive e vede messo in pericolo il proprio diritto di informazione.

“Siamo come delle schegge impazzite” dice Fracassi ed il film, realizzato al di fuori del sistema, racconta come la ‘pornocrazia’, così come la definisce Paolo Guzzanti, sia diventata imperante, portando gli sguardi a non distinguere più una velina da una deputata, una showgirl da un politico, ma mostrando, attraverso le varie testimonianze, come sia incondizionata la fedeltà a chi concede l’opportunità di diventare popolare.

Martina Bonichi

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A-Team

Posted on 18 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Arriva sul grande schermo anche la trasposizione di A-Team, una delle serie tv cult degli anni 80, nostalgico ricordo per più di una generazione. A rinverdire i fasti del gruppo di veterani di guerra non è uno qualsiasi. Joe Carnahan ha esordito con l’interessante ma produttivamente cheap Blood, Guts, Bullets and Octane (1998), per farsi poi notare con l’ottimo noir metropolitano Narc (2002) e il rocambolesco Smokin’ Aces (2006), mostrando un gusto fuori dal comune, soprattutto nelle scene action.

In A-Team esprime all’ennesima potenza queste capacità, mostrando non solo una precisione registica quasi chirurgica, ma soprattutto un’inventiva inusuale nella costruzione delle scene d’azione. Il film riprende i personaggi principali della serie tv, vestendoli con le figure di alcuni dei nomi di punta di Hollywood. Quindi l’Hannibal Smith di George Peppard viene interpretato da Liam Neeson (Schindler’s list), lo Sberla di Kirk Benedict è Bradley Cooper (Una notte da leoni), Murdock che nella serie era interpretato da Dwight Schultz qui è Sharlto Copley (District 9), e il massiccio B.A. Baracus, modellato sulle fattezze di Mr T, è interpretato dal campione di arti marziali miste Quinton “Rampage” Jackson.

Soprattutto nella prima parte del film, in cui viene raccontata ‘l’untold story’ su come il team si è formato, i personaggi risultano abbastanza snaturati rispetto al modello originale, spesso abbozzati e caricaturali. Per fortuna la pellicola riprende con una marcia in più nella seconda parte, diventando una sorta di puntata lunga della serie tv. Carnahan punta sulla spettacolarizzazione della violenza, di fatto allontanandosi dal concetto della serie originale che, pur in un contesto bellico, si poneva in modo pacato nei confronti di un’audience popolare. Il regista, quindi, cerca un aggiornamento secondo i canoni odierni del genere action, partendo da alcune premesse che si basavano troppo sulla forza dei personaggi per essere replicate totalmente. Azzeccata l’idea di affidare uno dei ruoli cardine della storia a un’altra icona delle serie tv anni 80. Quel Gerald McRaney noto i più per le serie Simon & Simon e Major Dad.

Gianluigi Perrone

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Anni di piombo (DVD)

Posted on 17 giugno 2010 by Luca Biscontini

Anni di piombo

In televisione gli Anni di piombo sono stati mostrati in tante versioni. Con omissioni, immagini cruente e indagini in studio di dubbio interesse. La Cinehollywood, invece, tenta, e ci riesce, un lavoro di ricostruzione metodologica, dividendo oltre due ore di immagini di repertorio in tre grandi capitoli da quaranta minuti ciascuno. E ne vien fuori un dvd necessario e appassionante.

Siamo sull’onda della contestazione studentesca, nata negli Stati Uniti e dilagata in tutta Europa, che l’Italia visse, tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Ottanta, con il periodo più drammatico e sanguinoso del dopoguerra, tra pistole e attentanti, ovvero gli Anni di piombo. Infiammati dalla propaganda comunista, i movimenti studenteschi sconvolsero le città con vere e proprie azioni di guerriglia. Anche se la violenza di strada è stata presto superata dagli attentati dei gruppi armati di estrema destra e sinistra. I neri e i rossi. Anni che poi sono stati raccontanti al cinema in tutte le salse. Ma la verità può essere narrata solo con le immagini vere, originali, storiche.

Nel documentario si parte con il primo capitolo, denominato Attentati, sequestri e stragi, panoramica di quegli anni che inizia proprio dalla contestazione studentesca nata negli Stati Uniti. La seconda parte, invece, Anatomia di una strage, è tutta dedicata all’attentato di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 che provocò 16 morti e decine di feriti, raccontando anche le inchieste che ne seguirono: prima le piste anarchiche, poi quelle neofasciste e della “Strage di Stato”.

Infine, la terza parte, Terrorismo, rivoluzione e potere, dedicata all’editore Giangiacomo Feltrinelli, dalla sua misteriosa morte del 14 marzo 1972, dilaniato da un’esplosione su un traliccio dell’alta tensione, mentre stava preparando un attentato.

Insomma, oltre due ore per un grande dossier su fatti e personaggi che hanno insanguinato l’Italia e che compongono un dvd essenziale, arricchito da un libricino a cura di Ezio Savino.

Giacomo Ioannisci

http://www.cinehollywood.com/

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Tutti al mare

Posted on 14 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Hostess, borghesi, ragazzi di borgata, lavoratori instancabili, perfino gatti, topi e pappagalli sono tutti i personaggi che passano per il chioschetto “da Maurizio” su una spiaggia di Ostia. Davanti, oltre le vetrate, c’è il mare burrascoso che sembra fare da spettatore a tutti quelli che arrivano per trascorrere una calda giornata al mare.

Una profonda umanità ed un fondo di amarezza sembrano essere le costanti di due film, realizzati l’uno a trent’anni di distanza dall’altro, entrambi a partire dallo stesso soggetto: una spiaggia del litorale romano, visto attraverso uno spogliatoio in Casotto, e dalle vetrate di un chiosco in Tutti al mare.

Sulla scia della commedia all’italiana, nel ‘77 Sergio Citti descriveva una serie di personaggi, all’interno di una cabina al mare dove, pur spogliandosi dei propri vestiti, rimanevano comunque quello che erano.

Gli sbandati, i moralisti e i disinibiti ragazzi romani sono le maschere scelte per interpretare i costumi dell’Italia di allora. All’insegna dell’eclettismo più sfrenato, Citti raccontava, in un’unica giornata, i caratteri dell’epoca, scegliendo un cast irripetibile: Paolo Stoppa, Ninetto Davoli, Gigi Proietti, Jodie Foster (l’unica, sembra, ad aver avuto un compenso per la recitazione) ed Ugo Tognazzi (il ruolo fu scritto per Mastroianni).

Un’Italia ambigua e allo sbando, ancora alle prese con rigidi costumi morali, si scontrava con la rivoluzione sessuale. Casotto, il cui termine rimanda sia al luogo in cui l’azione si svolge, la cabina, scelta come unica location, sia alla confusione della società italiana di fine anni settanta, rappresentava, ironicamente, un’umanità inflessibile, al tempo stesso, sfrontata.

Più di trent’anni dopo, Matteo Cerami, in collaborazione con Vincenzo Cerami (sceneggiatore con Citti di “Casotto”), partendo dallo stesso soggetto, vuole raccontare un’altra Italia: quella che è attualmente diventata .

Citti nel suo film metteva in scena un paese in cui le profonde radici contadine si stavano lentamente sfaldando. Oggi, racconta Matteo Cerami, “nella mia opera prima, cerco di raccontare una società bulimica, in cui troppe sono le immagini, i falsi miti, i simulacri”.

All’inizio della quarta settimana di riprese, racconta Gianfranco Piccioli, il produttore che lavorò alla produzione anche di Casotto, “si è instaurato un clima di grande creatività e divertimento che ora, come avvenne nel film di Citti, sta regalando carattere ai personaggi”.

Come uomini intrappolati nelle proprie maschere, i vari personaggi, che sembrano naufragare nel chiosco di Maurizio, non sono più affamati di benessere, di libertà sessuale e rivoluzione, come in Casotto.

In Tutti al mare ognuno è sazio ma un po’ annoiato, e le maschere, cucite addosso ad ognuno di loro, ormai non possono più distinguersi da chi le indossa.

Non più il casotto, ma il chiosco della spiaggia è il teatro nel quale il giovane regista racconta, attraverso gli occhi di Maurizio (Marco Giallini), il microcosmo in cui vari tragicomici personaggi si susseguono: Gigi Proietti, che qui interpreta il cognato di Maurizio, Ninetto Davoli, il pescatore, Ambra Angiolini, l’hostess, poi Ennio Fantastichini, il suicida, Libero De Rienzo e addirittura Vincenzo Cerami, che interpreta l’uomo con il pappagallo.

Un film in cui il mare, minaccioso, burrascoso e sporco è protagonista assoluto e, circondando come fossero insetti i personaggi che si fermano al chiosco per ripararsi dal sole, li vede, al tramonto, andare via.

In Tutti al mare, di cui ancora non è prevista la data di uscita, ognuno s’intrattiene al chiosco “da Maurizio”, palcoscenico sul quale si scontrano le realtà più diverse, i caratteri ora cinici, arcigni ed arrabbiati con la vita, ora teneri, sognanti e meditabondi.

Martina Bonichi

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18 anni dopo

Posted on 06 giugno 2010 by Luca Biscontini

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“Abbiamo scritto la sceneggiatura perché sognavamo di divertirci nel recitare quei due personaggi. Solo recitarli.” Così, nelle note di regia, il giovane attore romano Edoardo Leo, già autore della divertente sitcom Ne parliamo a cena (2008), spiega come sia nata l’idea di girare la sua opera prima. Aspettando che li dirigesse un regista che non è mai arrivato, Leo, andando oltre al proprio personaggio, comincia ad immaginarsi la storia nella sua globalità, dedicandosi ad ogni carattere, così che ogni personaggio ha pian piano acquisito un corpo ed una struttura tali da essere credibile e ben delineato.

Dopo diciotto anni di lontananza, i due fratelli Mirko (Edoardo Leo) e Genziano (Marco Bonini) si rincontrano al funerale del padre. Mirko, trentacinquenne balbuziente, lavora nella periferia romana, nell’officina del padre. Genziano (Marco Bonini) vive a Londra con il nonno materno ed è un broker scontroso ed irrisolto, completamente dedito al lavoro. Alla morte del padre, Genziano ed Enrico, il nonno materno (Gabriele Ferzetti), ritornano in Italia. Dopo il funerale, l’avvocato darà loro una lettera nella quale il padre chiede ai due figli di essere cremato e posto accanto alla tomba della moglie, morta diciotto anni prima in un paesino della Calabria. A Roma rimarranno Mariella (Sabrina Impacciatore), il figlio piccolo ed Enrico, cercando di scoprire cosa abbia fatto litigare i due fratelli tanti anni prima. Nel frattempo, Mirko e Genziano partono per la Calabria e cominciano faticosamente ad aprirsi l’uno con l’altro fino a riconciliarsi.

Dopo più di dieci anni di lavorazione per la sceneggiatura, i due attori italiani Edoardo Leo e Marco Bonini preparano una storia che non ha nulla di autobiografico, ma in cui ogni cosa nasce per il puro gusto del racconto, ed in cui in ogni immagine richiama molti degli ingredienti di quel cinema tanto amato dal giovane regista romano: la commedia all’italiana.

La commedia si incontra con la vena intimista e commovente di un dolore durato diciotto anni, dando modo ad un talentuoso regista e attore, noto soprattutto per i ruoli interpretati in alcune fiction televisive, di esplorare ed andare affondo nei caratteri così diversi di due fratelli.

Tra il road-movie, ricordando Il Sorpasso, in un viaggio sulle strade della Calabria a bordo di una macchina d’epoca, e la commedia agrodolce, Leo si dedica ad una scrittura di tipo neorealista e, accanto alla forte presenza della vena comica, lascia che emerga un rigoroso discorso drammatico, affidato a degli interpreti di grande mestiere come Gabrilele Ferzetti, al quale si affianca il personaggio più acerbo, eppure carismatico, interpretato da Sabrina Impacciatore.

Rievocare alcune suggestioni della commedia all’italiana, in cui un’intera generazione di grandi interpreti ha incarnato i vizi e le virtù della società del tempo, dà modo al giovane regista romano, non solo di inserirsi su quella scia e raccontare i nuovi costumi e le nuove tendenze dei personaggi di oggi, ma anche di andare oltre per dedicarsi ad una regia emotiva e profonda, imperniata sull’uso di una luce naturale, ideale per un’ambientazione realista, sulle note commoventi e suggestive del musicista Gianluca Misti.

Applaudito alla IX edizione del RIFF (Roma Indipendent Film Festival), e salutato dalla critica come uno dei migliori lavori del cinema indipendente, Diciotto anni dopo conta su una regia fresca, ingenua, interamente studiata sulle diverse profondità di campo che, riflettendo l’intimità dei personaggi che si raccontano abilmente in un contesto dalle tinte tragicomiche, danno modo al film di aprirsi alla riflessione sulla società contemporanea.

Martina Bonichi

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Tata Matilda e il grande botto

Posted on 02 giugno 2010 by Luca Biscontini

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“Ora le spiegherò come lavoro. Quando avrà bisogno di me ma non mi vorrà, io resterò. Quando mi vorrà ma non avrà più bisogno di me, io me ne andrò.” Abbiamo imparato a conoscere Tata Matilda e le sue ‘maniere’ già nel film Tata Matilda uscito nel 2005, diretto da Kirk Jones e sceneggiato dall’Accademy Award Emma Thompson. Oggi, la tata, un pò strega e un pò maga, ritorna sul grande schermo perché qualcuno ha di nuovo bisogno di lei.

Siamo nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, Isabel Green (Maggie Gyllenhaal) sta per crollare, i suoi tre figli sono degli scalmanati, suo marito Rory (Ralph Fiennes) è disperso al fronte, la fattoria in cui vivono richiede un impegno economico considerevole, la signora Docherty, sua datrice di lavoro, inizia a perdere colpi, il cognato Phil insiste ogni giorno a voler acquistare la fattoria per pagare i suoi debiti di gioco, e il tutto è poi aggravato da un improbabile ma non impossibile attacco aereo del nemico sospettato e temuto dal signor Docherty. A peggiorare la situazione, già di per sé non propriamente idilliaca di Isabel, è l’arrivo dei nipoti londinesi, ragazzi di città non avvezzi alla vita di campagna e abituati al lusso e al comfort. Figli e nipoti finiscono ben presto per azzuffarsi, portando la povera ed esausta Isabel sull’orlo di una crisi di nervi.

Non c’è alcun dubbio, la famiglia Green ha bisogno di Tata Matilda (Emma Thompson), una Mary Poppins versione Thompson/Brand che non tarda ad arrivare. Matilda è una tata bitorzoluta e bruttina dotata di poteri magici, accompagnata da un insolito amico, il corvo divoratore di stucco, è una strega buona a cui basta uno sguardo per capire quali lezioni impartire ai ragazzi capricciosi e indomiti.

Quando Matilda si presenta per la prima volta ha un aspetto ripugnante (complice il truccatore Premio Oscar Peter King), determinato dallo sguardo dei bambini, riluttanti alle regole. Impercettibilmente, quando a poco a poco gli scalmanati imparano la lezione, i segni della mostruosità che ai loro occhi caratterizzano la singolare tata svaniscono, perché “Chi è amato è sempre bello”, ed è questo l’elemento cardine dei libri per l’infanzia su Tata Matilda e dei derivati sequel cinematografici.

Tata Matilda e il grande botto, diretto da Susanna White e scritto da Emma Thompson (anche produttrice esecutiva del film) ispirandosi al personaggio creato da Christianna Brand, tende inevitabilmente verso il lieto fine, essendo un film destinato ai più piccini. Ma, pur essendo una commedia fantasy per famiglie, il film scritto dalla Thompson propone buoni sentimenti restituiti in chiave pedagogica, riuscendo a svincolarsi dal didascalismo fastidioso e arido. Con i suoi colori saturi che ricreano una magica atmosfera, gli incantesimi sugli animali dagli effetti esilaranti, il senso profondo dei contenuti rallegrato dai continui sviluppi narrativi buffi e spiritosi, la storia di Tata Matilda regala un momento di genuino divertimento anche agli adulti.

Francesca Vantaggiato

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Una canzone per te

Posted on 01 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Può un giovane di successo come Davide (Emanuele Bosi), leader di una band di liceali e fidanzato con Silvia (la baby-musa di Federico Moccia, Michela Quattrociocche), compromettere tutta la sua vita ed i suoi legami in un solo giorno, passando letteralmente dalle stelle alle stalle? Ironia del destino o inevitabile conseguenza delle proprie azioni, per il protagonista sfrontato e tanto sicuro di sé arriva il cosiddetto giorno dei giorni, quello della disfatta personale, cinica ed inaspettata, in cui si perde ogni cosa: amici, band, ragazza, esami, compresa la serenità in famiglia. Ma a volte la vita può sorprendere con la sua ineffabile ‘magia’ e concedere a tutti una seconda chance, un’occasione per rimettere tutto in ordine, a cominciare dalla stesura di una canzone, promessa e mai compiuta, da dedicare alla persona ‘amata’. Per riuscirci Davide dovrà, però, seguire i consigli di Lisa (Agnese Claisse), la compagna di classe fino a quel momento derisa e mal trattata, che saprà tirare fuori a forza la giusta ispirazione, rimettendo, infine, tutti o quasi, i tasselli al posto giusto. E come sempre, la storia di uno è anche la storia di tutti, ed in questo viaggio ogni passeggero farà esperienza con una nuova consapevolezza di sé.

Mai un titolo è stato tanto esplicativo sulla natura di un’opera: Una canzone per te è, infatti, un film per giovani, fatto dai giovani in cui la colonna sonora significa tutto, un esempio che mira a fare della musica non solo uno dei tanti ingredienti, bensì la protagonista incarnata al pari degli attori. Opera prima di Herbert Simone Paragnani, sceneggiatore e regista romano, il film vede per la prima volta la partecipazione ‘partecipante’ di MTV, network televisivo di base musicale, insieme ad un folto numero di artisti del panorama nazionale fra cui gli Zero Assoluto, i Lost, L’aura ed altri ancora. Una sinergia continua, quella tra musica e cinema, che ha visto il coinvolgimento diretto di Luca De Gennaro, responsabile delle strategie musicali per MTV Italia, sin dalla stesura dello script, a fianco del regista. Presente a più livelli, o meglio ‘layer’, MTV appare nella pellicola, dapprima per mezzo del contest “MTV New Talent”, trampolino di lancio per i giovani protagonisti, i “Nais Nois” e, successivamente, durante l’evento live, realizzato ad hoc e presentato da Valentina Correani (nota VJ di bandiera dal talento naturale), all’interno del quale gli interpreti del film si mischiano ai volti ‘veri’ del panorama musicale.

Ma tra plausibili ambizioni ed inediti scenari il risultato è, e rispecchia, un cinema del tutto convenzionale, fatto di cliché, con ambientazioni scolaresche e sentimenti degni delle migliori ‘confezioni’. Il momento più alto dell’intero film si raggiunge quando si riscoprono i grandi della musica, in quel passaggio tra l’analogico e il digitale, in cui risuonano nomi quali Ramones, Stranglers, Cat Stevens, PFM, ecc. Un istante dal sapore pedagogico che può far breccia nei più giovani, portandoli ad ampliare i propri orizzonti musicali.

Per il teen movies targato Cattleya, l’happy ending è piuttosto scontato come i volti di questa adolescenza illustrata. Il film riesce persino a distruggere un’originale figura del web come Willwoosh, qui chiamato a ricoprire il ruolo dello ‘sfigato’ di turno, imbarazzante e marcatamente incompatibile con la realtà. E come spesso accade quando il cinema tenta di rincorrere la TV, i risultati non sono all’altezza dei mezzi a disposizione.

G. M. Ireneo Alessi

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La regina dei castelli di carta

Posted on 28 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Dopo Uomini che odiano le donne (2009) di Niels Arden Oplev, primo tassello del controverso universo descritto da Larsson nonché tra i film ‘non inglesi’ di maggiore successo nel mondo, la produzione opta per un cambio di regia affidando la direzione delle due pellicole consecutive a Daniel Alfredson, forse per variare lo stile narrativo, nella speranza di ottenere ulteriori primati ed una trasposizione più fedele all’omonimo best-seller.

Se la prima opera cattura il ‘tiepido’ pubblico europeo grazie all’avviluppata rete di misteri che aleggia sul clan dei Vanger e sulla sparizione di Harriet, loro ‘adorabile’ nipote, cui è chiamato ad investigare Mikael Blomkvist, talentuoso giornalista a capo della rivista Millennium, la seconda porta a galla con prepotenza tutto il passato di Lisbeth Salander e la sua nemesi paterna. Sepolta viva e scampata miracolosamente alla morte, al termine del secondo episodio La ragazza che giocava col fuoco (2009), la vita di Lisbeth (l’indiscussa protagonista interpretata dall’ermetica quanto tagliente Noomi Rapace, una trentenne attiva in Svezia tra teatro, cinema e TV), è sempre più implicata: accusata di triplice omicidio rischia, infatti, di essere messa per sempre a tacere. La sua unica possibilità risiede ormai nell’indefesso operato di Mikael (Michael Nyqvist), ancora saldamente dalla sua parte che, attraverso le potenti armi dei media, può fiutare la pista giusta e svelare la verità dietro la coltre di menzogne…

Per il regista nativo di Stoccolma e dal curriculum non indifferente (al suo attivo, una serie di action drama per la tv di notevole successo in Svezia, quali Dödsklockan e Varg), si tratta della parabola conclusiva di un romanzo poliziesco che lo ha condotto nell’occhio del ciclone. La regina dei castelli di carta rappresenta, pertanto, l’opportunità di rinfrancare la sua posizione condensando le tematiche insite nel romanzo e delineate dai primi due film quali la corruzione, l’inchiesta giornalistica, la pirateria informatica, la pedopornografia, lo spionaggio fra ex-Unione Sovietica e Svezia insieme ad una spirale interminabile di crimini e soprusi nei confronti delle donne. È un peccato che l’arroventato nucleo del romanzo venga, però, affidato per lo più al ruolo dei due personaggi maggiori ed alle attese annacquate quanto disilluse di un processo condotto tra altalenanti imprevisti e sterili omicidi che ne rompono, in definitiva, la tensione piuttosto che moltiplicarla. La fascinazione proveniente dalle ambientazioni nordiche, inedite ai nostri occhi, gioca, tuttavia, la sua parte controbilanciando le evidenti pecche presenti nel film.

C’è del potenziale inespresso in questa trama e se n’è accorta anche Hollywood: non a caso, il successo inaspettato della trilogia ha fatto eco anche negli USA, dove, di recente, il regista David Fincher ha annunciato che dirigerà una versione americana del primo episodio.

Da sempre il connubio tra cinema e letteratura rappresenta una possibilità ulteriore per il grande schermo, una lecita ingerenza capace di inoculare nuova linfa mediante la ricombinazione creativa dei due differenti cromosomi. Dai grandi classici della produzione letteraria ai romanzi gialli dell’ultimo secolo, passando altresì per alcuni ragguardevoli esempi di graphic novel, la consolidata propensione cinematografica ha ormai raggiunto persino le fredde latitudini svedesi, quelle di Stieg Larsson, l’autore della famosa trilogia “Millennium”.

G. M. Ireneo Alessi

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Le quattro volte

Posted on 28 maggio 2010 by Luca Biscontini

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In un paese della Calabria collinare, un vecchio pastore vive i suoi ultimi giorni, accasciandosi nel suo giaciglio davanti a insoliti testimoni, le capre; una capra partorisce un capretto da subito impegnato nella lotta per la sopravvivenza; un albero viene abbattuto per diventare il fulcro di una festa dal retaggio pagano; i carbonai ricavano il carbone dall’abete bianco, precedentemente idolatrato.

La scena iniziale del film inquadra un gruppo di carbonai su un cumulo di terra colti nel momento del loro lavoro rituale con il quale la legna posta sotto il terreno si trasforma in carbone, emanando fumi che, uniti ai colori della scena e al battere reiterato della pala contro la terra, contribuiscono a creare un’atmosfera suggestiva. Ma l’inizio è anche il punto verso cui tende l’intero film che, pur non recintando lo sguardo dello spettatore in un perimetro interpretativo serrato, spicca per la circolarità della storia narrata.

Riprendendo un pensiero attribuito a Pitagora, Le quattro volte indica il numero di vite incastonate l’una nell’altra che ciascuno di noi possiede, e di conseguenza le volte che dobbiamo conoscere noi stessi. Partendo da questo principio secondo cui l’uomo è al tempo stesso un minerale, un vegetale, un animale e un essere razionale, la macchina da presa di Michelangelo Frammartino scompone l’unità contenuta nell’uomo in quattro storie, dove chi guarda deve ben presto abituarsi a soffermarsi sui passaggi dall’uomo all’oggetto, tratto essenziale del film, obbligandolo a uscire dalla posizione di osservatore passivo per conquistare piuttosto la condizione privilegiata di costruttore di senso. In questo lavoro di riscatto dello spettatore, non possiamo non riconoscere le influenze derivate dal precedente impegno nella videoarte e nelle video-installazioni del regista, campi artistici da cui mutua i modi di concepire l’arte come lavoro aperto e, pertanto, fortemente orientato allo spettatore in quanto creatore di percorsi semantici inediti.

Ambientato in piccoli paesi della Calabria, il film punta i riflettori sulla credenza in antiche usanze popolari e sulla sopravvivenza di riti intorno ai quali la collettività organizza il suo vivere sociale, lasciando soccombere la luce della ragione dinanzi al fascino arcano della tradizione. Così, in una visione della vita pensata nella sua essenziale architettura concatenata e ciclica, un anziano pastore lentamente si spegne nella convinzione di potersi curare con la polvere santa della chiesa, mentre fuori dalle mura della sua casa di confine inizia a prendere piede, con grande trambusto, il successivo protagonista della storia, l’animale. Le capre invadono lo spazio deputato all’uomo, indicando il prossimo cambio di scena in un ribaltamento di ruoli attivato proprio dall’ultimo respiro del vecchio pastore a cui segue la nascita di un capretto. Il capretto vive e si muove in un disagio esistenziale che lo accomuna all’uomo, tanto più che il suo belato sembra un lamento umano esasperato quando, smarrito il branco, avverte il momento di maggiore difficoltà e ormai solo cerca riparo sotto un albero. Gli stacchi del montaggio intervengono ancora una volta per segnare il passaggio da una condizione dell’essere a un’altra, spostando l’attenzione su un grande abete bianco sradicato in gran foga e portato in processione al paese in occasione della Festa della Pita. Conclusa la festa, l’albero si svuota di quella sacralità rituale di cui era stato investito per essere sepolto sotto terra dai carbonai impegnati nel loro cerimoniale lavorativo rivolto all’ottenimento del carbone.

Assistiamo al passaggio dell’essenza vitale in un processo di reincarnazione senza fine cadenzato da ritmici e ripetitivi rumori intrinsechi allo stadio evolutivo dell’essere e identificativi di una condizione naturale: la tosse costante è la voce del vecchio pastore, il belato strozzato identifica la capra, la motosega l’albero e la pala con cui si batte il terreno il carbone. In particolare, quest’ultimo rumore si caratterizza in quanto sottotraccia sonora dell’intera storia, segnando il battito invisibile che aleggia e da respiro al film.

“Le quattro volte”, neo-vincitore di importanti premi a Cannes quali il SACD (società autori e compositori drammatici) previsto per la Quinzaine, e il Palm Dog, un simpatico riconoscimento istituito quest’anno e rivolto ai più meritevoli attori a quattro zampe capaci di offrire una performance convincente, si imprime nella mente per la sua tanto elegante quanto incisiva poetica.

Francesca Vantaggiato

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Le feste dei poveri

Posted on 27 maggio 2010 by Salvatore Insana

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Le feste dei poveri, presentato in anteprima al RomaTreFilmTeatro Festival 2010, è il frutto un meditato percorso di ricerca che Luca Ruocco e Ivan Talarico hanno compiuto attraverso la cultura popolare calabrese, tra le consumate vie di Catanzaro e Nocera Terinese, indagando da dentro (gli interventi degli anziani del luogo, il dialetto e l’italiano stentato, l’attitudine degli stessi indigeni a sfuggire dall’inquadratura e sottrarsi al discorso) e da fuori (il docente di antropologia inquadrato in cattedra e con camera fissa, la ricerca bibliografica a partire dai testi di De Martino e Lombardi Satriani) quell’imponderabile trasporto irrazionale che perpetua nei volti e negli animi affaticati, “ingenui”delle classi popolari l’esigenza di una via personale, concreta, pratica, tangibile, al sacro.

Tra fiction e documentazione del reale (ma le rappresentazioni cristiane non sono esse già una accurata “messa in scena”?), tra religiosità e paganesimo dai contorni macabri (le pratiche magiche, il malocchio, lo spiritismo) in una dialettica tra passato e presente ben espressa dall’alternarsi d’un fascinoso bianco e nero con il colore (il sangue si deve vedere), i corpi appassionati dei fedeli (e mai più che in questo caso l’attributo è eloquente e veritiero) che nei giorni della Pasqua (dal venerdì santo alla Resurrezione) non rispondono ad altro che alla chiamata del Signore, tra macabri rituali di flagellazione (riviver l’esperienza di Cristo e donar il proprio sangue in sacrificio per lui) e cerimonie che ormai rischiano di soffrire la nostalgia d’una intensità vera, offuscata dal suo stanco riflesso meramente folkloristico, testimoniano la necessità d’un sostegno magico e a tratti “paranormale”, di tradizione e d’origine antichissima e dai contorni non circoscrivibili nel ristretto campo della pura e “sana” fede.

Salvatore Insana

 

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