Master Blaster al Fantafestival

La camera delle bestemmie, colonna sonora : Freaks in uniform delle Horropops.

La mia vita è caotica, chi mi conosce lo sa benissimo.

Come disse una mia ex lasciandomi, sono un inaffidabile geneticamente potenziato, incapace di mantenersi a lungo su un percorso stabilito.

In effetti sono un libero professionista, le relazioni durature non sono il mio forte, per non parlare di matrimonio o figli che trovo borghesi e decadenti; cambio gusti letterari più spesso di quanto non cambi la mia biancheria intima; gli ambienti e i luoghi di socializzazione – per quel poco che li frequento – non durano più di qualche mese.

Sostanzialmente posso dire di non avere punti fermi nella mia vita, ad eccezione di tre o quattro cose:

– i vecchi amici che mi porto dietro da più di vent’anni, il mio gruppo musicale (nel quale suono da più di vent’anni con molti dei suddetti amici), le mie idee politiche (che data la situazione attuale in Italia definirei più come ideali) e pochissimo altro.

In questo pochissimo altro spicca al primo posto il Fantafestival, l’appuntamento che da 35 lunghi anni continua ad essere il più importante e blasonato punto d’incontro per gli appassionati del cinema di genere horror e fantastico.

E io l’ho sempre seguito, da che ho avuto l’età legale per farlo, prima come pubblico/disturbatore (è cosa nota che tale pubblico sia alquanto “ruspante”), poi come bassa manovalanza e infine, da qualche anno, come redattore di Taxidrivers.

E anche quest’anno non mi sono tirato indietro, ho sistemato i turni di lavoro per rendermeli compatibili con l’evento, mi sono imposto al grande capo per farmi assegnare l’incarico, ho inforcato la moto e sono volato a Roma per raccontarvi i fatti e le persone di questa trentacinquesima edizione, direttamente dalla fossa dei disturbatori.

Arrivato al cinema Barberini, storica sede del festival, sbrigate le formalità burocratiche inerenti l’accredito, do inizio alla serrata nelle sale per visionare le novità di quest’anno.

profondo_rosso

La prima sera è dedicata al quarantesimo anniversario di Profondo rosso, che per l’occasione viene proiettato in una rara versione in 35mm.

Molti, tra i quali anche io che per ragioni anagrafiche non lo potei vedere quando uscì nelle sale, hanno la fortuna di ammirare questo capolavoro nel suo formato originale per la prima volta e va detto che è tutta un’altra cosa.

La copia, peraltro in ottime condizioni, trasmette una magia delle immagini e una poetica della fotografia che nessun supporto digitale finora inventato ha saputo riproporre.

In sala sono presenti Simonetti, Argento, Franco Nero, Luigi pastore, Sergio Stivaletti e tanti altri.

L’incontro col pubblico, che doveva vertere sull’anniversario del film, si trasforma invece in un ricordo e un omaggio al grande Christopher Lee: indimenticabile attore in generale, icona del cinema fantastico e, pochi se lo ricorderanno, padrino del Fantafestival.

Indubbiamente si esula dal tema della serata, ma sarebbe stato a dir poco criminale non farlo, poi i fuori programma sono un tratto caratteristico del festival.

Nei giorni successivi però mi proietto al futuro e decido di dedicarmi strettamente alle novità.

Inizio con Horsehead del francese Romain basset.

Un’elegia del niente che spreca in modo clamoroso l’idea di mettere in scena le suggestioni angoscianti de L’incubo, uno splendido quadro del pittore Johann Heinrich Fussli (1781).

Il film non è altro che un frullato di sequenze, molto ben girate per carità, ma prive del supporto di un’unità narrativa credibile.

Basset ha fatto il madornale errore di credere che un’ottima fotografia, dei bei costumi e uno sfoggio di effetti più che curati potessero bastare a supplire l’assenza di un soggetto.

Fossimo stati negli anni ‘60 o ‘70, si sarebbe potuto spacciare il lavoro come pellicola sperimentale, ma purtroppo oggi questo non è affatto sufficiente.

Il pubblico si accorge subito dell’inghippo e capisce di trovarsi davanti ad un esercizio di puro manierismo che sortisce come unico effetto quello di far arroventare la poltrona sotto le terga degli spettatori.

Se la prossima volta che decide di fare un film, Basset volesse leggere anche un buon libro, oltre che ammirare uno splendido quadro, sono certo che troverà le idee per riempire il vuoto pneumatico tra una sequenza e l’altra.

Molto meglio mi è andata con Landmine Goes Clik, una produzione Georgiana del regista Levan Bakhia.

Un bel filmetto spiazzante che coglie alla sprovvista chi, come me, pensa di trovarsi davanti al classico film di campeggiatori massacrati, genere che a mio giudizio è stato spremuto così tanto da aver esaurito qualunque argomento da almeno una ventina d’anni.

Bakhia ci catapulta invece in un intreccio narrativo complesso e articolato in vendette sovrapposte ma distinte, quasi si trattasse di due storie diverse.

Un immaginario pulp liberamente interpretato nei villaggi georgiani e personaggi che pur sembrando usciti da un film di Tarantino, si muovono a loro agio e in maniera perfettamente coerente in una cornice di montagne e foreste selvagge.

Tecnicamente ben girata, la pellicola scorre che è un piacere.

Forse non sarà un film di grandi pretese, ma di sicuro quelle che aveva le soddisfa tutte, andando ben oltre.

E qui mi fermo un attimo.

Mi fermo perché ho delle serie difficoltà ad andare oltre e introdurvi il prossimo film.

darkside witches

Infatti qualunque cosa possa dirvi non vi preparerò mai abbastanza ad una porcata epocale come Darkside Witches.

La visione di questa pellicola mi ha levato la pelle, mi ha scorticato e ha versato grani di sale grosso sulla carne viva solo per il puro piacere di farlo.

Dovrà passare parecchio tempo prima che il mio gusto si riabitui ad una normale definizione dell’osceno, permettendomi di riconoscere nuovamente un film brutto.

Dopo questa roba infatti, qualunque boiata girata col cellulare mi propineranno, certamente io la scambierò per un capolavoro di Kubrick.

Ma andiamo con ordine.

La serata inizia con l’omaggio all’interprete di punta di questa negazione del cinema e di tutte le categorie dell’estetica.

Nientepopodimeno che la povera Barbara Bouchet, ignara della marana in cui si è andata ad infognare, che riceve, quasi ad ironia della sorte beffarda, un premio alla carriera e un tributo video che riassume la sua storia e in cui Pintaldi non inserisce nemmeno un fotogramma di Non si sevizia un paperino di Fulci – dimenticanza che mi indispone alla visione.

In sala è presente anche Simonetti, che il regista Gerard Diefenthal è riuscito a coinvolgere per le musiche, attraverso non so quale strana macumba.

Ma bando alle ciance e andiamo alla ciccia.

Il film vorrebbe essere una riproposizione in chiave semipornografica del dualismo tra il bene e il male attraverso una lettura escatologica dei glutei delle protagoniste. Ovvero la reincarnazione di alcune streghe buone e caste, diventate poi cattive e mandrille, perché ingiustamente bruciate sul rogo.

La tematica della fede è invece affrontata dallo stesso  Diefenthal che nel film veste i panni di un esorcista abbigliato come Cyrano, in pieno XXI secolo e con una parlata da ispettore Clouseau.

Fin dai primissimi istanti capiamo dal formato – la telecamera di un videocitofono – che qualcosa  non va.

La sequenza d’apertura poi ci leva ogni dubbio residuo.

Una tizia corre per la pineta di Ostia, cade, si rialza con le tette al vento e viene subito mangiata da Gamera che passava di lì per caso.

Gli attori, voglio sperare presi dal porno, sono incommentabili.

C’è il sosia di Nichi Vendola che indaga sul suicidio del sosia di Beppe Grillo.

C’è un pitecantropo tatuato che entra in un locale per masturbarsi davanti alla barista e per fortuna viene subito evirato a morsi dalla stessa, liberandoci così dal peso della sua presenza.

Gli effetti speciali sono rubati pari pari al videogioco Doom, così come il super-mega-mostrone finale.

Le scene degli esorcismi poi mi hanno fatto profondamente rivalutare la potenza drammatica di film come L’esorciccio.

L’audio dei dialoghi è in presa diretta e il montaggio è quello che ti aspetteresti di trovare in film come Biancaneve sotto ai nani, con la differenza che quest’ultimo almeno è doppiato.

Le location sono ambientate nel nord ma in realtà girate nei paesini della Bassa Sabina: immaginatevi la mia sorpresa quando ho riconosciuto il mio giardino di casa!

La proiezione prosegue, la tensione è palpabile e la folla comincia a rumoreggiare.

Dopo circa dieci minuti, in sincronia idraulica con l’attrice che sullo schermo si abbassa per praticare una fellatio, si vede l’ombra della Bouchet alzarsi e abbandonare il cinema a luci spente  in altero silenzio.

Che dire?

Nonostante tutto Barbara rimane una gran signora!

Anche in situazioni così imbarazzanti e anche quando si dà alla nobile arte del fugone.

Fugone seguito a ruota da quello di  Simonetti che gelido e inesorabile come l’iceberg che affondò il Titanic, imbocca la via dell’uscita.

Questo viene preso come un segnale e in sala si scatena l’inferno!

Si liberano i mastini della guerra!

Le legioni dei disturbatori coprono con  ogni sorta di ingiuria, fischi, lazzi, pernacchie e battute di cattivo gusto questa tafanata apocalittica spacciata per film, travolgendo il regista e la sua immonda creatura.

Giustizia è fatta!

Ancora sotto shock guardo Anger of the dead di Francesco Picone e ne rimango deluso.

Certamente il lungometraggio è ben girato ed è sempre visibile la cura per i dettagli che Picone mette nei suoi lavori, unitamente ad una certa dose di gusto.

Quello che manca è la provocazione.

Rispetto al corto che recensii un po’ di tempo addietro il film è lento e non ha vivacità.

L’assenza di Alex Lucchesi, che nella versione promo da me visionata interpretava il cattivo, è palpabile, togliendo al film parecchio mordente.

E il “mordente” in un film di zombie è tutto…

L’azione viene sostituita dall’introspezione, scelta che in road movie non aiuta di sicuro.

Se ci mettiamo poi l’opinabile scelta di presentarlo in inglese, i dialoghi diventano pesanti al limite dell’indigesto.

L’idea di base era ottima e Francesco mi conferma che per questioni di budget e minutaggio ha dovuto diluire parecchio il film.

Però non so quanto gli sia convenuto operare questi cambiamenti.

Un film fatto in povertà e più breve, ma con i caratteristici tratti dissacranti del regista, avrebbe sicuramente sortito un risultato migliore.

Certo, Picone è cresciuto molto dai tempi in cui lo conobbi con il suo primo corto e padroneggia meglio lo strumento visivo.

Quello che non vorrei è che però fosse cresciuto troppo in fretta. Mi piacerebbe invece che si rendesse conto che per regalare i sogni che solo la magia del cinema può dare, bisogna anche rimanere un po’ bambini.

Se un regista si diverte nel realizzare il suo lavoro, senza pensare troppo al mercato o agli obblighi di produzione, ne consegue che in un modo o nell’altro riuscirà a divertire anche il suo pubblico.

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La vera sorpresa di questo Fantafestival però è senza dubbio E.N.D. , opera collettiva di Federico Greco, Luca Alessandro, Allegra Bernardoni e Domiziano Cristofaro.

Ed è proprio per via di quest’ultimo che mi ero approcciato alla proiezione carico di più di un pregiudizio.

Non mi aveva entusiasmato infatti il suo precedente P.O.E..

Al di là del fatto che fosse stato girato in inglese (e che inglese!!!) non avevo amato la sessualità ostentata fino all’estremo che finiva per coprire ogni altra caratteristica: un film che mi sommerge di chiappe, maschili o femminili che siano, tralasciando tutto il resto, è per definizione un film che non amerò mai.

Come me la pensava l’orda dei disturbatori, presente alla prima di E.N.D. al  gran completo, vecchia guardia compresa.

Invece con mia somma sorpresa il film è più che bello.

Sia per l’intreccio narrativo, un’apocalisse zombie raccontata attraverso tre segmenti temporali:

1-paziente zero

2-quattro anni dopo il primo contagio

3-otto anni dopo.

Sia per l’originalità di alcune scelte veramente innovative, come quella di presentarci nell’ultimo segmento un mondo in cui i morti non solo hanno vinto, ma si sono evoluti e hanno organizzato dei reparti militari per contrastare le azioni dei vivi, ormai ridotti ad una rete di resistenza.

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Sia anche per delle soluzioni stilistiche volutamente retrò, come quella di realizzare il make up degli zombi con un gusto fortemente fulciano: cadaveri coperti di muffa e muschio, corrotti e gementi come in Paura nella città dei morti viventi.

L’uso del verde in alcuni tratti della fotografia dà il giusto tocco di decadenza alle atmosfere del secondo episodio.

La scelta dell’italiano come lingua – e aggiungerei anche l’uso come location del “C.S.O.A. Forte Prenestino” a cui sono affettivamente molto legato, hanno contribuito a convincermi definitivamente.

Domiziano ha dimostrato che una volta dismessa l’ostentazione del nudo a tutti i costi e concentrato sulla realizzazione dell’unità narrativa insieme agli altri registi, è uno che la macchina da presa la sa usare eccome!

Di più, possiede non solo tecnica, ma anche gusto e una vera cultura cinefila.

Non me ne vogliano gli altri autori.

Sono stati tutti bravissimi, ma l’anno scorso proprio parlando con Domiziano, lui mi disse, tra mille perplessità, che stava lavorando ad uno zombie movie in italiano e mi sfidava a vederlo per dirgli cosa ne pensassi.

Bhe, caro Domiziano, il film come promesso l’ho visto!

Ottimo lavoro, gli applausi a scena aperta della platea (fossa dei disturbatori compresa) lo dimostrano senza bisogno di altri commenti.

Continuate così!

Due parole al volo le spendo anche per Asmodexia un horror Spagnolo di Marc Carretè.

In buona sostanza è un collage di grandi capolavori del passato sul filone demoniaco.

Una sintesi di lungometraggi come Il presagio, Rosemary’s baby, L’esorcista, Giorni contati, però devo ammetterlo, assolutamente ben girati e con un ritmo accattivante che fa scorrere il film velocemente e senza momenti di stanchezza.

Nulla di nuovo, ma per i patiti dell’odore di zolfo la visione è più che consigliata.

zombie massacre2

Chiude la carrellata delle novità Zombie massacre 2 – Reich of the dead di Luca Boni.

Un film narcolettico che ha però il merito di essere il primo zombie movie della storia…. senza gli zombie.

Oltre che riuscire a fare fiasco pur sfruttando un topos più che collaudato come non-morti e nazisti.

Non un virus, non un composto chimico, non una macchina o una maledizione voodoo!
A far risorgere i defunti stavolta ci pensa un gerarca nazista che invece di seviziare i prigionieri gli si piazza davanti e gli attacca dei pipponi mistici allucinanti finchè questi non crepano di tedio e poi risorgono per fuggire dal tipo che nel frattempo sta lì e non smette di parlare.

La poltrona frigge e cerco un poco di sollievo spostandomi nella trincea dei disturbatori, su nelle ultime file, sperando in qualche battutina per tenermi sveglio.

Ma ciò che mi si presenta davanti agli occhi è uno spettacolo agghiacciante.

L’agguerrito commando dei punitori è stato completamente sbaragliato e persino l’elite di questi corpi scelti ha dovuto soccombere alla potenza soporifera del film.

Teste reclinate a 90°, palpebre a mezz’asta, russare indecoroso.

Io stesso sono tentato di accucciarmi in posizione fetale e abbandonarmi all’oblio, ma i miei doveri etici verso i lettori mi impongono di resistere per informare il grande pubblico di cosa lo aspetta se decidesse di vedere Reich of the dead.

Così comincio a sezionare il film in maniera analitica e pedante, come mi insegnarono al primo anno di università.

Questo è il terrificante resoconto: 38 minuti e 16 secondi prima di vedere i primi morti viventi.

Una decina scarsa in tutto che viene subito fatta fuori per non turbare i sonni degli spettatori.

2 minuti e 18 secondi le pause tra una battuta e l’altra nei dialoghi del film.

12 minuti e 41 secondi il pippone mentale che il generale tedesco attacca al prigioniero.

In sostanza possiamo dire che Zombie massacre 2  altro non è che la parafrasi dell’aberrante ideologia nazista che sfoga tutta la sua perversa atrocità sulla platea e cerca di sterminarla annoiandola a morte.

Anche quest’anno negli spazi interni era presente lo spazio libri dedicato alle proposte editoriali, tra cui spiccano le novità di Splatter dell’infaticabile Paolo D’Orazio che ci propone la sua creatura in un formato antologico cartonato, più gli inediti.

Lodevole anche il primo evento live del Fantafestival con la riproposizione teatrale del radiodramma di Orson Wells La guerra dei mondi.

Una nota di colore la da come ogni anno la zombie walk per piazza Barberini che quest’anno viene sciolta d’imperio dall’intervento delle solerti forze dell’ordine che brandendo un’accusa per occupazione abusiva di suolo pubblico ricacciano i non morti dentro il cinema e quasi si caricano il nostro Luca Ruocco, direttore artistico del festival.

Ma poi pensano che difficilmente qualcuno vorrebbe come compagno di cella un tizio acchittato di tutto punto come uno zombie e lo lasciano andare con una tirata d’orecchi.

“Peccato!”  mormora Luca “Sai che colpo sarebbe stato se mi bevevano?”

Colonna sonora Frana la curva degli Erode.

Master Blaster



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