L’ultima foglia di Leonardo Frosina

riff

 

 “Guardo

 e appendo ad una foglia

la speranza del mio cor” [..]

(“Ultima speranza” di Franz Schubert)

Opera prima di Leonardo Frosina, L’ultima foglia tocca le stanche corde dell’umano sentire e le suona attraverso le voci solitarie dei protagonisti e la musica uccisa di un violino abbandonato. Impolverato.

Impolverato dalla deriva sentimentale di una coppia che perde lo slancio, dimentica il volo, custodisce segreti di assenza e di malinconia.

Zeno e Rossana, protagonisti di una vicenda senza nome e senza età sono il Lui e Lei dei giorni nostri.

Protagonisti di una storia d’amore scossa e affaticata, subiscono con diverse fragilità la crisi della reciproca promessa d’eternità. Una promessa che gioca, balla, cade sull’altalena dei ricordi e di un futuro accantonato. Fino allo schianto, sordo e lamentevole della nascita di un bambino.

Una promessa che finisce per impallidire di fronte al trasferimento dei due in una città diversa.

Lontani dalle abitudini e da una quotidianità coltivata, Lui e Lei finiscono per allontanarsi del tutto. Perdono la facilità del contatto. Della parola. Dello sguardo. Muoiono sotto i cieli di una città che non gli appartiene e che li conduce verso derive diverse.

Zeno: neo metronotte per le popolari vie di Roma, accantona alla luce del nuovo lavoro e della luna la problematica vita di coppia. Sfugge a Lei, che lo aspetta nel disordine della nuova casa. Sfugge ai resti della loro vita di condivisione e promesse rifugiandosi nella parola scanzonata del nuovo giovane collega, nel bicchiere bevuto in un bar senza pretese, nel sorriso ammiccante della barista romena.

Rossana: musicista di mestiere, perde le tracce della propria esistenza. Inghiottita dall’assenza di Lui, dalla perdita del futuro così come se l’era immaginato finisce per soccombere a se stessa e alle rovine del rapporto di coppia. Sola, vaga per la città aspettando Lui. Sola, torna tra le mura aliene aspettando Lui. Sola si interroga silenziosa sul futuro di un bambino non voluto. Di una famiglia arrivata al momento sbagliato.

Leonardo Frosina si sofferma con la dolcezza di una carezza sulle contrastanti insicurezze e labilità dei due protagonisti, finendo per costruire un naturale filo empatico tra spettatore e personaggio.

Zeno e Rossana siamo io, te, Andrea, Marco, Sofia, Davide, Michela.

Impossibile non riconoscere al neo-regista una delicatezza d’intenti, una grazia nei risultati e una particolare abilità nello scandagliare l’animo umano tipicamente femminile.

Bella ed evocativa la scena in cui Lei, interpretata da Giorgia Cardaci, veste la camicia di Lui. Al contrario, come una camicia di forza. E ne percorre, instancabilmente, gli odori.

L’immagine sembrerebbe un omaggio all’elegante rappresentazione, muta e in bianco e nero, di Michel Hazanavicius: The Artist (2011).

Indovinata, infine, la presenza allegra e frizzante di Tom, amico e collega di Zeno (Fabrizio Ferracane), interpretato dal giovane e disinvolto Alfio Sorbello che con leggerezza riesce a stemperare i toni turbati e sofferti della pellicola.

Un’opera prima appassionata ed attuale quindi, selezionata tra le sette nazionali in concorso dal 4 all’11 Aprile 2013 al Riff (Rome Indipendent Film Festival) ospitato al Cinema L’Aquila.

Concludo riportando il resto della canzone di Schubert, il cui incipit è citato nel film e da cui la pellicola di Frosina trae il titolo. Così, il cerchio si chiude:

 

[..]”Con la foglia gioca il vento,
tremo in tutto il corpo, allor.

Se poi quella cade a terra
la mia speme crolla pur,
ed a terra cado io stesso,
piango morta la mia spe’.”

 

Dalila Lensi

 



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