Bed time (Mientras duermes)

 

Anno: 2011

Distribuzione: Lucky red distribuzione

Durata: 102′

Genere: Thriller/drammatico

Nazionalità: Spagna

Regia: Jaume Balaguerò

 

Il cinema d’autore spagnolo batte Hollywood a colpi di stile e originalità. Già viste troppe volte le favolette pseudo-horror del “boogeyman” o del mostro nell’armadio che terrorizza bimbi dai volti angelici. Qui si gioca sporco. È un sapiente altalenarsi di situazioni e atmosfere contrastanti che (con)fondono, apparentemente, sulle intenzioni della trama e ne cambiano di continuo la rotta. Ed è Jaume Balaguerò il fuoriclasse di punta che, silenzioso e inaspettato, segna il punto decisivo che mette a tacere ogni tipo di aspettativa e pregiudizio. Soprattutto quando si entra nel campo minato della “questione” del cinema di genere. 

Il protagonista della storia è un moderno Norman Bates, che non agisce, spaventato, in uno sperduto motel paludoso nascondendosi nei suoi meandri, ma si muove con disinvoltura all’interno di un signorile condominio al centro di Barcellona. Alla luce del sole. O quasi. César spia in modo morboso gli inquilini e le loro vite segrete. Ovvero le vite vere, quelle che si possono scoprire soltanto entrando nell’intimità di ognuno, cioè nelle loro case. E niente di più facile, per lui, essendo il portiere dello stabile. Nella sua fisicità trattenuta, nel suo sguardo fisso, nei suoi sorrisi misteriosi, le persone non si accorgono del suo potenziale di crudeltà, della sua infelicità. Perchè il ruolo assegnatogli dalla società prevede la fiducia per scontata, ma anche perchè non si osa andare oltre quei ruoli… César non ha niente, a parte la madre anziana costretta in un letto d’ospedale, con la quale egli sfoga i suoi pensieri più angoscianti. È solo. E la sua natura lo spinge a sperare e a far sì che anche gli altri soffrano la solitudine e l’ombra come lui. È una missione. Una serie di rituali meticolosi che attraversano la follia e le fantasie più oscure fino a materializzarsi, con estrema lucidità, nella realtà quotidiana degli eventi. La sua personalità si svela gradualmente, passo dopo passo, fino a che le sue attenzioni andranno concentrandosi in particolare su una giovane donna, Clara, l’esatto opposto di César: positiva, estroversa, luminosa, serena. Una persona buona, che conduce una vita “normale”, che egli cercherà di tormentare, trasformare e distruggere con tutte le sue forze.

Davanti agli occhi abbiamo un’opera ispirata, salda e, finalmente, politicamente scorretta. Persino gli amanti di Alex De La Iglesia o dello stesso Balaguerò (di cui il pubblico più acuto ricorderà di sicuro l’epico finale del suo primo film risalente al 1999, Nameless...) saranno colti di sorpresa di fronte a una tale abilità registica di rompere gli schemi introducendo nuovi e atipici punti di vista. Ritroviamo inoltre, con piacere, un cast di attori interamente spagnolo: un superbo Luis Tosar contornato da altrettanti ottimi interpreti, finemente colorati e raccontati dalla penna del torinese Alberto Marini (autore del libro da cui ha avuto origine il film e della stessa sceneggiatura). La fotografia del fedele Pablo Rosso assume un valore strategico nel bilanciare i chiaroscuri ideati per le scene girate negli interni, ricostruendo così il perfetto e ipnotico labirinto dove vive il protagonista, e per quelle esterne, nelle quali la luce si fa più fredda e rimuove quella sensazione di protezione tipica di quando , semplicemente, si supera l’uscio del portone di casa. Agghiacciante come si possa entrare in empatia con un personaggio talmente spietato, negativo, ostile alla vita… Merito della potenza e dell’efficacia della pellicola o della nostra capacità personale di scrutare a fondo nel pozzo del nostro essere umani e, umilmente, abbassare le difese e riconoscersi? La risposta non si annida sotto il letto: sta nel coraggio di vivere la vita tutti i giorni essendo consapevoli e consci dell’esistenza del male che ci portiamo dentro. E che, forse, non potremmo mai compensare il dolore che ne deriva, completando nessun altro, all’infuori di noi stessi.

Giovanna Ferrigno

 

 

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