Intervista a Andrea Segre

“La finalità dei miei lavori è sicuramente etica – racconta il regista – il tentativo è quello di mostrare gli immigrati come persone che raccontano quello che vivono e pensano e Io sono Li è anche un punto di sintesi del mio percorso registico nell’ambito del cinema-documentario, attraverso cui mi sono occupato negli ultimi dieci anni principalmente di due temi: le migrazioni verso l’Europa (A metà, A sud di Lampedusa, Come un uomo sulla terra, Il sangue verde) e il territorio sociale e geografico del Veneto (Marghera Canale Nord, Pescatori a Chioggia e La mal’ombra)”.

Da dove prende spunto l’idea del film?

Il film nasce da una storia vera. Dall’incontro con una ragazza cinese che lavorava dietro al bancone in un’osteria frequentata da pescatori a Chioggia. Guardandola nascevano gli spunti per il racconto. Quale genere di rapporti avrebbe potuto instaurare in una regione come la mia, così poco abituata ai cambiamenti? A partire da quest’incontro vero è venuta l’idea di romanzarlo.

In che modo?

I miei film si costruiscono grazie alle storie delle persone. La storia di questo film è allo stesso tempo realistica e metaforica. Lo scopo del mio lavoro è quello di riuscire a condividere una narrazione, in modo tale che la narrazione non sia determinata dal mio pensiero ma da quello che incontro nella realtà.

Come è stato il passaggio dal linguaggio del documentario a quello del film?

È stato molto interessante e affascinante. Il tipo di soggetto del film ha reso possibile questo passaggio perché è un soggetto che presenta molte caratteristiche del documentario. Infatti i luoghi e i territori in cui giriamo hanno una grande importanza, gli attori professionisti sono contaminati da persone della realtà e quindi è stata l’occasione giusta per me per provare a conoscere e sviluppare questo nuovo linguaggio rispettando modi e stili del linguaggio del cinema-documentario.

In questo senso anche la scelta degli attori è stata importante, non è vero?

Certamente, infatti gli attori italiani del film (Marco Paolini, Giuseppe Battiston e Roberto Citran) hanno tutti e tre a che fare con il territorio sociale e culturale in cui si sviluppa la storia, lo conoscono molto bene, mi sembrava importante che ci fosse la loro partecipazione, anche per un motivo linguistico dal momento che il film è tutto recitato in dialetto ed era fondamentale che ci fosse la possibilità di imparare ad utilizzare il dialetto di Chioggia, che è molto difficile.

Un racconto che non è solo quello di una piccola realtà del Veneto, ma diventa emblematico del rapporto che c’è in tutto il nostro Paese con l’immigrazione?

Il Veneto è una regione che ha avuto una crescita economica rapidissima, passando in pochissimo tempo da terra di emigrazione a terra di immigrazione.

Io sono Li è anche un modo per parlare del rapporto tra individuo e identità culturale, in un mondo che sempre più tende a creare occasioni di contaminazione e di crisi identitaria. E, Chioggia, piccola città di laguna con una grande identità sociale e territoriale, è lo spazio perfetto per raccontare con ancora più evidenza questo processo.

Spesso assistiamo ad una difficile convivenza tra persone di diverse provenienze, soprattutto nelle periferie delle città italiane, cosa ne pensa? 

Credo che le periferie italiane siano oggi uno dei laboratori più intensi di dialogo interculturale e che lo siano in modo molto differente da quelle di altre città europee.

Ciò dipende essenzialmente da due fattori: l’Italia è diventato un paese di immigrazione senza aver completamente risolto condizioni di disagio e povertà interna e parallelamente il non aver avuto un passato coloniale paragonabile a quello delle altre nazioni europee con forte immigrazione. Questo crea in molte zone non ricche d’Italia, e nelle periferie in modo particolare, una condizione di multiculturalità molto variegata  e di dialogo non semplice ma sicuramente intenso tra le culture straniere e la base popolare e “borgatara” di queste zone.

Pensa che l’Italia sia un paese accogliente con le persone provenienti da paesi diversi?

Credo – continua Andrea Segre – che in realtà l’Italia sia un luogo che ancora riesce, soprattutto al Centro-Sud, a tessere spazi di condivisione di differenze perché è un paese che è sempre stato abituato alla convivenza fra le diversità. Al Centro Nord questo avviene con più difficoltà, gli spazi sono un po’ più “chiusi”, le comunità tendono a vivere più separate e quindi, a volte, le interazioni sono più complicate. Però non vedo grandi tensioni reali.

Penso che le cose siano molto più positive del racconto che una certa classe politica tende a fare per cercare di conquistare consenso, non c’è dubbio che quel tipo di racconto politico sia in ampio ritardo rispetto alla realtà.

A maggior ragione rispetto alla realtà che vive mia figlia (come tanti altri bambini), la paura dell’altro o del diverso, è già completamente sconfitta perché ha amiche bengalesi, cinesi e rumene e per lei sono semplicemente amiche.

Come mai, allora, trovano così tanto spazio discorsi sul rifiuto e sulla paura degli immigrati?

Uno dei motivi per cui in un paese come l’Italia, che è abituato alle differenze, può aver successo un discorso xenofobo è perché negli ultimi anni non c’è stata una reale capacità di elaborazione della nostra identità che è stata anche quella di paese povero, migrante, contadino.

Ad un certo punto noi abbiamo fatto finta di non esserlo più, e in parte è vero perché abbiamo smesso di esserlo, infatti la nostra generazione non va più nei campi a lavorare, ma così abbiamo in qualche modo rinnegato la nostra identità di popolo contadino, emigrante e operaio. Aver dimenticato questa identità, averla occultata, e il non avere cercato di elaborarne una memoria ha creato una crisi di identità all’interno della quale la paura dell’altro ha più spazio.

Michele Carpani



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