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Le raccapriccianti apparizioni di Under the shadow – Il diavolo nell’ombra e Visions

Segnali dall’universo digitale. Rubrica a cura di Francesco Lomuscio

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“Sono nato a Teheran, durante la guerra tra Iran e Iraq e quando il conflitto è finito, nel 1988, avevo più o meno la stessa età della piccola Avin Manshadi nel film. Erano dei tempi oscuri e pericolosi, una cappa di paura premeva sulla città. Tutto era così incerto. Ho pensato che ambientare una vicenda gotica, spettrale, in quegli anni sarebbe stato suggestivo. Gli elementi del film sono abbastanza classici: ci sono una madre e una figlia. C’è una casa in un palazzo ormai deserto, abbandonato da tutti. C’è una presenza malefica. La situazione di base non è originale, ma lo è, invece, il contesto, lo sfondo storico. Ho giocato molto su questo, al di là del valore metaforico del racconto”.

È fondamentale questa lunga dichiarazione dell’iraniano Bebek Anvari diventato regista in Occidente per meglio capire il senso di Under the shadow – Il diavolo nell’ombra (2016), suo lungometraggio d’esordio che s’immerge nello scenario della guerra tra Iran e Iraq nella Teheran della seconda metà degli anni Ottanta.

Scenario in cui madre e figlia si ritrovano sole in casa da quando il papà della piccola le ha lasciate sole proprio per andare a combattere e che vedono complicarsi la loro situazione dopo che un missile ne colpisce il condominio senza esplodere perché, a quanto pare, maledetto e portatore dei djinn, spiriti malevoli impegnati a viaggiare nel tempo.

Quei djinn che la Settima arte, tra l’altro, ha posto al centro della serie Wishmaster, dalla quale l’opera anvariana, però, prende totalmente le distanze, in quanto tutt’altro che propensa a sfruttare sequela di fantasiose uccisioni ed effetti speciali, bensì a favorire un lento crescendo di tensione destinato a sfociare nelle inquietanti manifestazioni della forza soprannaturale probabilmente interessata a possedere la bambina.

Crescendo di tensione immerso nel realismo bellico da dramma sociale iraniano, precedendo una seconda parte che, invece, sposta lo sguardo verso l’horror di matrice europea; prima di approdare ad una sequenza finale che pare intenda omaggiare le ultime scene de Gli uccelli (1963) di Alfred Hitchcock.

Al servizio di oltre un’ora e venti di visione che Koch Media rende disponibile su supporto blu-ray limited edition all’interno della propria collana Midnight Factory, riservata al cinema dell’orrore; con trailer nella sezione extra e booklet incluso nella custodia amaray inserita in slipcase cartonato, come pure per l’edizione home video in alta definizione di Visions (2015), altro inedito da… paura.

In questo caso, con un ricco cast a disposizione abbiamo in scena la Isla Fisher di I love shopping (2009) che, futura mamma interessata a lasciarsi alle spalle lo stile di vita frenetico della città, si trasferisce in una nuova abitazione provvista di vigneto affiancata dal marito, ovvero l’Anson Mount di Urban legend: Final cut (2000).

Abitazione in cui la donna (solo lei) avverte rumori terrificanti e non tarda ad essere terrorizzata dalle sinistre apparizioni di una misteriosa figura incappucciata, tanto che il suo stato di sanità mentale viene presto messo in discussione.

Man mano che la veterana Joanna Cassidy incarna una ricca mercante di vini sorpresa a compiere strani riti medianici e che la ex “casalinga disperata” del piccolo schermo Eva Longoria arricchisce il comparto di personaggi di contorno coinvolti in un involucro di fotogrammi mirato a trascinare lo spettatore nella paranoia e che spinge inizialmente a pensare si tratti di un derivato del polanskiano Rosemary’s baby – Nastro rosso a New York (1968).

Inizialmente, appunto, perché non solo la tematica della dimora maledetta collega automaticamente il tutto alla saga Amityville horror, ma il regista Kevin Greutert – montatore di quasi tutti i capitoli del franchise Saw e autore del sesto e settimo dello stesso – ammette di aver preso ispirazione dal non troppo conosciuto cult La morte corre intorno a Jessica (1971) di John Hancock.

E, tirando in ballo anche bottiglie che esplodono per poi ritornare sane, conduce ad un inaspettato risvolto conclusivo ricco di colpi di scena, ricordando, in un certo senso, il francese À l’interieur (2007) di Alexandre Bustillo e Julien Maury, dal quale, comunque, non riprende gli eccessi di truculenza.

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