La parola amore non esisteva è il cortometraggio del 2025 diretto da Eva Demattè, in concorso al Saturnia Film Festival 2026. Il film è dedicato alle nonne dell’autrice, “morte sole durante la pandemia”, come recita l’epilogo nei titoli di coda.
Era così una volta: La parola amore non esisteva
Saverio (Saverio Demattè) è rimasto vedovo, e per sopperire alla mancanza della moglie non ha mai smesso di lavorare, neanche dopo la pensione e neppure dopo il passaggio di proprietà dell’azienda. Si prende cura dei fiori e dell’orto mentre lei – interpretata dalla giovane Ilaria Di Giovanni – continua a restagli accanto come una presenza costante e invisibile, partecipando al ricordo dei momenti trascorsi insieme.
La voce narrante di lei, quella di Eva Demattè, descrive l’intima condizione di un matrimonio, ai tempi ancora imposto come un passaggio naturale della vita: “Perciò mi sono sposata, perché anche le mie sorelle maggiori avevano fatto così. A quei tempi, facevo spesso un sogno. C’era la terra che si muoveva sotto i miei piedi, avevo i piedi nudi, potevo sentire la terra umida, come se potesse suonare o chiamarmi. Sentivo la vita che si creava. Conosci quella cosa che si chiama evoluzione? Mi sembrava giusto sposarmi, anche se non amavo. Era così una volta, a quei tempi non si usava la parola ‘amare’. Non esisteva”.
I frammenti che compongono La parola amore non esisteva si susseguono nell’alternanza di colore e bianco e nero: il film ritrae Saverio nei gesti e nelle attività quotidiane e, quando l’immagine sfuma verso le tonalità di grigio, la sua voce fuori campo assume un tono più malinconico. Ai momenti di realtà del racconto, mostrati senza una particolare distinzione cronologica, si affianca una dimensione interiore dominata dalla rielaborazione del passato e dal confronto con l’assenza.
L’incontro
Le memorie di entrambi procedono parallelamente: lui racconta del lavoro e dei loro primi momenti insieme; lei ricorda la propria infanzia, il desiderio di libertà, le sue impressioni. Due linee narrative che si incontrano, attraverso il montaggio, durante una passeggiata nel bosco, come quando andavano insieme per funghi. Seduti l’uno accanto all’altra all’ingresso di casa si infilano gli scarponi, per poi ritrovarsi tra i larici e gli abeti che contornano le inquadrature seguenti. “Non veniva spesso, ma quasi sempre quando le dicevo ‘andiamo per funghi?’ veniva anche lei. Sia perché le piaceva, e anche perché, qualche volta, se ne trovavano molti. Una volta ne abbiamo riempito una cesta, ricordo che i porcini arrivavano fino al manico. Alcune volte era una meraviglia trovare i funghi e lei si entusiasmava come me”, racconta Saverio, mentre le immagini in bianco e nero si riappropriano gradualmente dei colori.
Allo stesso modo, anche il racconto della voce narrante di lei restituisce i colori alle immagini: “Quel pomeriggio lo abbiamo trascorso coricati nel bosco, sdraiati sulla terra umida. La sera eravamo tornati a casa con i porcini nel cappello; tu li mostravi orgoglioso, come se fossero il nostro trofeo”.
Il commiato
Saverio raccoglie un fiore, lo porge verso la videocamera e infine, seguito dalla moglie, imbocca il sentiero che si inoltra verso il cuore della montagna. Dopo averli riuniti per un’ultima passeggiata nel bosco, il film li separa di nuovo, e la sospensione dei ricordi, che si sottraggono allo scorrere del tempo, è interrotta dal commiato di lei: “Improvvisamente diventa buio, c’è ancora un sogno chiaro questa volta, vivido, dove il paesaggio cambia, si trasforma, la terra si sfalda sotto i miei piedi, tu diventi così piccolo, non ci interessa più dei porcini, c’è un vento, il vento del bosco, c’è come un sentiero che devo prendere, che devo seguire, e devo andare, dimenticare di nuovo, diventare grande di nuovo. Quindi posso andare? Saverio… posso lasciarti?”.
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