Sole Luna Doc Film Festival

‘À vol d’oiseau’: una vita disegnata a volo d’uccello

Un documentario in cui il disegno restituisce forma alla memoria di Amadou: un diario di bordo a volo d’uccello

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Il cortometraggio documentario animato di Clara Lacombe, presentato in anteprima al Sole Luna Doc Film Festival, trasforma una tela bianca in un personale diario di bordo animato di Amadou Diallo

Che cosa rimane di un viaggio quando non esistono immagini capaci di raccontarlo?
La risposta viene affidata ad Amadou Diallo che, con un pennello tra le mani, traccia su una tela bianca i confini del suo percorso a partire dalla Guinea Conakry all’età di 11 anni fino in Francia. 

Il titolo racchiude una doppia interpretazione. In francese, “à vol d’oiseau” è traducibile con l’espressione italiana “in linea d’aria”, il percorso più breve tra due punti, quello che un uccello può compiere senza incontrare ostacoli.
In italiano, invece, l’espressione “a volo d’uccello” è un falso amico che richiama una prospettiva dall’alto, un punto di vista panoramico capace di osservare un paesaggio nella sua totalità.
Clara Lacombe lavora proprio su questa doppia dimensione: il film racconta un viaggio attraverso una tela che prende vita, ma allo stesso tempo costruisce lo sguardo di Amadou sulla propria memoria, dandogli modo di osservare il proprio e ricomporlo attraverso il disegno.

À vol d’oiseau: partire dall’arrivo

Il cortometraggio non inizia dalla partenza di Amadou, ma dal suo arrivo. Lo schermo è immerso nel nero. Una pioggia bianca cade lentamente, fino a lasciare spazio a delle porte che si aprono. Tra una moltitudine di figure appena delineate e prive di identità emerge il volto di Amadou, ancora bambino. Gli altri passeggeri rimangono presenze anonime, quasi impossibili da distinguere, restituendo la sensazione frammentaria tipica di un ricordo infantile, sospeso tra realtà e memoria.


Una voce fuori campo riporta lo spettatore alla concretezza del momento annunciando l’arrivo del treno a Grenoble. 

Clara Lacombe rivela la destinazione del viaggio sin dall’inizio. L’interrogativo del film non è quindi “dove arriverà Amadou?”, ma “come può essere raccontato un percorso che appartiene alla memoria di un bambino?”. 

Solo dopo questa apertura il cortometraggio torna indietro nel tempo. Sullo schermo compare la frase:

“Je vous le fais pas dire, on y est plus vite, à vol d’oiseau.”

È una dichiarazione d’intenti: gli uccelli possono attraversare lo spazio seguendo una linea diretta; gli esseri umani, invece, devono affrontare confini, ostacoli e attese.

Una tela bianca per dare immagine a un ricordo

All’inizio del cortometraggio, Clara Lacombe svela il dispositivo alla base del film: una videocamera riprende dall’alto una tela vuota, circondata da pennelli e acquerelli. Della regista vediamo soltanto le mani mentre invita Amadou a utilizzare tutto lo spazio a disposizione sulla tela. Progressivamente il foglio bianco arriva a occupare l’intero schermo: è lo spazio in cui il protagonista può raccontare la propria storia.
La tela bianca diventa così un archivio della memoria: dove non esistono fotografie o filmati, il disegno permette di dare forma a ciò che è rimasto impresso nella mente.

Il viaggio prende inizialmente forma attraverso pochi frammenti: dalla casa di Amadou, gli alberi e i frutti piantati dal padre, il paesaggio della Guinea-Conakry.

Il disegno attraversa poi nuovi territori insieme ad Amadou. Il viaggio con lo zio per andare a scuola, il Burkina Faso, Niger e infine la Libia non sono soltanto tappe geografiche, ma cambiamenti visivi: il tratto si modifica mentre la memoria attraversa esperienze sempre più dolorose. 

È in Libia che il tratto cambia definitivamente: i disegni diventano più scuri, quasi claustrofobici, per raccontare il periodo di violenza, schiavitù e prigionia vissuto da Amadou.

La traversata verso l’Italia e il successivo passaggio della frontiera francese completano il percorso del film seguendo la traccia soggettiva lasciata nella memoria del protagonista.

La scelta dell’animazione non serve a ricreare perfettamente la realtà, ma a restituire il modo in cui quella realtà è stata vissuta. Allo stesso tempo, la scelta di mantenere una rappresentazione visiva vicina al disegno di un bambino crea un contrasto destabilizzante: lo spettatore vede immagini semplici, mentre la voce racconta violenze e privazioni. 

Disegnare ciò che resta 

La forza del cortometraggio nasce proprio dalla distanza tra la complessità della storia raccontata e la semplicità delle immagini.
I disegni di Amadou ricordano quelli di un quaderno d’infanzia: linee spontanee, figure essenziali, composizioni apparentemente immediate dietro le quali si nasconde una scelta precisa. Il film non mostra direttamente la migrazione, ma sceglie di lasciare spazio all’immaginazione.

La scena del bambino circondato da persone senza volto diventa emblematica e ritorna anche alla fine del film, chiudendo idealmente il percorso del protagonista. L’immagine che all’inizio rappresentava smarrimento e anonimato assume ora un significato diverso: dopo il viaggio, Amadou può finalmente guardare al proprio passato. 

Clara Lacombe anima questi disegni senza mai sostituirsi al loro autore. Il suo intervento amplia il racconto, lo integra con alcuni filmati ma mantiene intatta la voce di Amadou.
Il film diventa così un’opera costruita a quattro mani, dove la regista crea lo spazio e il protagonista riempie quello spazio con la sua memoria.

Il canto degli uccelli oltre le frontiere

Accanto alle immagini animate, il suono svolge un ruolo centrale. Per quasi tutta la durata del cortometraggio il canto degli uccelli accompagna il racconto di Amadou.
Il cinguettio attraversa il film come una traccia invisibile, una presenza costante legata a un’idea di libertà.

Gli uccelli non conoscono le frontiere che definiscono i percorsi umani, ma possono attraversare territori e distanze senza documenti né autorizzazioni e il loro volo va così in contrapposizione con la realtà affrontata dal protagonista. 

Il lavoro sul sonoro riflette anche il percorso artistico di Clara Lacombe, formatasi nella creazione radiofonica e nella registrazione naturalistica. Nel film i suoni non accompagnano semplicemente le immagini, ma costruiscono un ambiente emotivo che permette allo spettatore di immergersi nella memoria di Amadou.
Come se, chiudendo gli occhi, potessimo immaginare i disegni comparire sullo schermo attraverso la sola voce di Amadou e il canto degli uccelli. 

Trovare un nido

À vol d’oiseau conclude il suo percorso nel finale, quando Amadou incontra Thibaut, fratello della regista e ornitologo a Grenoble.

Dopo essere stati evocati attraverso il suono e il disegno, gli uccelli diventano finalmente immagini reali: Thibaut li osserva, li studia e se ne prende cura.

Il nido degli uccelli diventa una metafora anche per Amadou, che dopo aver attraversato territori senza sentirsi parte di essi, sembra aver trovato un luogo in cui costruire il proprio nido.

Il nido diventa allora una metafora dell’appartenenza. Non cancella il viaggio precedente, ma rappresenta la possibilità di fermarsi dopo aver attraversato una lunga distanza, riguardando dall’alto il percorso vissuto e disegnato su una tela.

A volo d’uccello

À vol d’oiseau non è soltanto un racconto sulla migrazione, ma rappresenta la possibilità di riappropriarsi della propria storia.

Clara Lacombe anima un documentario intimo e dimostra che il cinema non deve sempre mostrare ciò che è accaduto. A volte può nascere anche da ciò che la memoria non conserva in maniera nitida, ma continua comunque a custodire. 

Se all’inizio del film la tela bianca rappresentava ciò che ancora doveva essere raccontato, alla fine diventa la testimonianza di un percorso compiuto. Il disegno non cancella la distanza attraversata, ma permette ad Amadou di guardarla dall’alto, proprio come suggerisce il titolo. 

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