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‘L’interrogatorio’: la trappola dell’imperturbabilità

L’interrogatorio: tredici minuti di apnea e violenza mentale dove il silenzio della vittima diventa l’unico verdetto.

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Presentato all’interno della prima edizione del LAC Film Festival, festival del cortometraggio italiano organizzato dal Laboratorio d’Arte Cinematografica di Roma, L’interrogatorio di Elena Coletta si rivela un’opera claustrofobica ricca di tensione.

Il cortometraggio di Elena Coletta ci trasporta, come delle mosche sulla parete, all’interno di una clinica e asettica sala interrogatori. Assistiamo, come invisibili testimoni, alle insidiose domande poste a Tommaso, un giovane uomo legato alla misteriosa scomparsa di una ragazza di quattordici anni.

L’interrogatorio: spazi asettici

La regia di Coletta si presenta, sin dalla prima inquadratura, discreta e distaccata. L’interrogatorio è infatti denotato da riprese fisse che sembrano voler acuire la tensione che visibilmente pervade quello stanzino. Le immagini riflettono un ambiente soffocante la cui atmosfera pare essere densa come piombo.

L’architettura sembra riproporsi anche a livello verbale creando uno spazio, fisico e mentale, privo di vie d’uscita. Questa staticità formale non è dunque semplice estetica, ma si trasforma in un dispositivo psicologico: l’obiettivo immobile diventa la trappola che si sta stringendo attorno al protagonista.

Dinamiche di controllo

Tra le mura serrate la staticità dell’obiettivo pare quasi voler essere un simulacro della sinistra imperturbabilità del poliziotto che ben presto nel corso dell’opera si rivela essere una metodica opera di violenza psicologica e manipolazione mentale. Le domande capziose tese all’interrogato divengono delle vere e proprie esche, quelli che parrebbero irrilevanti quesiti arrivano a stringere Tommaso in una morsa invisibile.

Tredici minuti in cui si assiste al progressivo sgretolarsi della resistenza del protagonista fino al crollo del suo castello di bugie.

L’eloquenza degli oggetti

Come affermato dalla stessa Coletta nelle note di regia, il vero obiettivo del corto era quello di mantenere lo sguardo fisso sulla presenza evanescente della vittima. Tale intento si traduce in un linguaggio laconico. Già dalla prima inquadratura, infatti, la macchina da presa si concentra su un dettaglio, una scatola contenente le prove anziché sui due uomini che rimangono invece sfuocati.

Questo oggetto diventa simbolo e custode di una verità e di una memoria spezzata facendosi fulcro emotivo della scena. Un punto focale che ritorna sul finale quando, a seguito del serrato dialogo tra i due, la regia si stringe sulle prove lasciate sopra il tavolo.

Coletta, con L’interrogatorio, tenta dunque di restituire centralità e rilievo alla giovane ragazza. Gli elementi materiali, in questo corto, si trasformano in un inconfutabile verdetto capace di infrangere la finzione messa in atto tra le pareti della stanza.

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