Una luce che taglia le stanze, un rumore familiare che sveglia una casa, un padre e un figlio, e gesti che, ripetuti come una routine, in un cerchio mattutino, cercano di costruire e ancorarsi a una normalità apparentemente naturale ma che si rivela un’illusione. È il circolo mattutino che dà il titolo al cortometraggio di Basma al-Sharif, Morning Circle, presentato in un evento speciale dedicato alla regista alSole Luna Doc Festival, e che, anziché un’abitudine, segna, ogni giorno, un nuovo inizio e un nuovo tentativo di integrarsi e adattarsi. Ma che la propria origine, la propria cultura e paese di provenienza sembrano azzerare in un cortocircuito di paura e pregiudizi, per chi vive da esule e per chi, sulla propria pelle, porta il trauma di una terra negata. Come, negata, è l’integrazione in un altro Paese.
La voce dello Stato e la topografia del pregiudizio
“Ha intenzione di rimanere in Germania? Si identifica con la Germania? Quando imparerà il tedesco?” Si sente recitare e interrogare da una voce di un agente invisibile dello Stato tedesco, tra le stanze buie e intime di una casa nella periferia di Berlino, e inglobata in una città attraversata e osservata dal finestrino di una macchina, lungo i luoghi che l’hanno vista distrarsi e ricostruita, deserte e ripopolate.
Dalla centrale Potsdamer, apparentemente senza identità dopo il bombardamento e la ricostruzione, a Stadmitte, il Jewish Museum, verso sud fino a Neukolnn e al quartiere di case popolari dove vivono per lo più turchi, arabi, armeni: un luogo che ha nella sua storia un trascorso di negazione, ma che, nonostante questo, giudica e ignora l’altro, il “diverso”, il nuovo. E il cui giudizio entra anche tra le mura di casa, nello spazio domestico e intimo in cui il tempo sembra non avanzare, ma girare su se stesso.
L’intimità violata e l’imperativo dell’assimilazione
La voce tedesca, che dal fuoricampo parla e interroga come un’essere e un’essenza superiore, entra, appunto, tra le quattro mura di Abrahamyan e Adnan, padre e figlio che dopo aver lasciato il Libano tentano di costruirsi una vita a Berlino, in un insieme precario di abitudini e pratiche che devono ancora trovare il proprio ritmo, in un contesto in cui è la cultura occidentale, pienamente sviluppata, a cui loro, migranti, devono solo adattarsi, sopprimendo la loco cultura di origine.
In questa casa, come anche sul finale nell’asilo del figlio, dalla cui struttura circolare sembra prendere spunto il titolo del cortometraggio ed esserci anche un interrogativo sull’indottrinamento dei bambini, vengono spezzati momenti di intimità e apparente quotidianità, da questa presenza, immateriale, ma pesante e autoritaria. Una figura, quella del Governo, invisibile ma sempre presente, che si fa spazio nei pensieri, nella vita, nelle case e nella storia di chi, come Abrahamyan, si sveglia in quelle stanze. Stanze che diventano la storia di un intero popolo e di chi, sospeso, è costretto a vivere, continuamente, tra l’inevitabilità dello sradicamento e il desiderio di appartenenza.